BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ DI NATURALISTI LIS: DIARI SERIE I. — VOL. V. ANNO V. 1891 FASCICOLO I (con 4 tavole e 9 incisioni ) (pubblicato il 6 Maggio 1891 ) TEA POLI Stabilimento Tipografico F.LL1 FERRANTE, Vico Tiratoio, 25 1891 SOMMARIO Cano G. — Sviluppo postembrionale della Gebia, Axius, " Callianassa e Calliaris — Morfologia dei Talas-- sinidi, (Tav. I-IV ed una incisione) . s ì pag. d Vanni G. — Determinazione della costaute di una bus sola delle tangenti, (con due incisioni). y #0 31 Vanni G.-- Sulla misura voltametrica delle correnti elet- triche, (con una incisione) . . . » 12 Balsamo F. — Sull’ assorbimento delle radiazioni nelle piante . ; pr BI Mazzarelli G. — Intorno alle specie di Pleurobranchus del Golfo di D Napoli, (con cinque incisioni) . . n 69 Mingazzini P. — Sulla rigenerazione nei Tunicati ; gi: 36 Germano E. — Cangiamenti istologici del abate dalla nascita alla maturità . : PR. Vetere V. — Sopra alcuni sali dell'acido fenolglicolico e sull’acido fenolparaossicinnamico —. . . n 89 NB. I Processi verbali delle tornate saranno pubblicati in fine del volume. Per quanto concerne la parte scientifica ed amministrativa dirigersi al Segretario della So- cietà : Fr. Sav. MONTICELLI Shvada Ponte di Chiaia N. 27 — NAPOLI Sono vivamente pregati i signori socii ordinarii non residenti di spedire la loro contribuzione annuale al socio Cassiere A. G. CABELLA, Laboratorio di Chimica gene- rale della R. Università di Napoli. DOLLEFFERNO DELLA SOCIETÀ DI NATURALISTI LINO INAPOIE > asi, i SERIE I. — VOL. V. ANNO V. 1891 to P_ n —_ INA POLI Stabilimento Tipografico F.LLi FerraNTE, Vico Tiratoio, 25 1891 Sviluppo postembrionale della Gebia, Axius, Callia- nassa e Calliaris. - Morfologia dei Talassinidi — Ricerche di G. Cano, (Tav. LIV). (Tornata del 1 febbraio 1891) Dalla monografia di Heller (1) intorno ai Crostacei del Sud del- l'Europa, pubblicata ormai da molti anni, risultano appartenere alla fauna del Mediterraneo le seguenti specie di Crostacei Talassinidi : Gebia litoralis Risso, Callianassa subterranea Leach, C. laticauda Otto e Calliaris adriatica Heller. Recentemente due altre specie Calocaris Macandreae Bell ed Axius stirynchus Leach, appartenenti a questa medesima famiglia e credute esclusive della fauna litorale dell’ Atlantico, vennero riscontrate da A. Milne Edwards (Travail- leur) e da Marion nei dintorni di Marsiglia. Nel golfo di Napoli la famiglia Talassinidae è rappresentata dalle seguenti specie: Gebdia litoralîs Risso, Callianassa subterranea each, C. truncata(?)Giard et Bonnier(2)ed Axvius stirynchus Leach. Quest'ultimo però è rarissimo, infatti nella collezione scientifica della fazione Zoologica ne esiste un solo esemplare conservato in alcool. Il Calliazis non fu giammai riscontrato nelle acque del golfo; le @ di questo Crostaceo si riscontrano però abbastanza rare ad | la profondità di oltre 100 m. durante i mesi VII, VIII e IX. Gebie e le Callianasse vivono a poca profondità nei fondi sabbiosi e melmosi della riviera di Mergellina e di Posillipo dove ra (1) Crustaceen des Sudlichen Europa, Wien, 1863, pag: 201-208, (?) Sur une espéce nouvelle de Gallianasse du Golfe de pula ete. in: Bull. Sc. d. Prance et Belgique, 1890, pag. 360-362. SW colle chele scavano piccole cavità sotto la sabbia nelle quali trovano riparo. Nulla saprei dire relativamente alle abitudini dell’ Axîus, però queste secondo le osservazioni di Bell non sembrano diverse da quelle della Gedia e della Callianassa. Le larve della Callianassa e dell’ Axius si trovano con frequenza nei mesi VI e X ad una profondità di 30 a 40 m., quelle della Ge- bia nei mesi III, V, X. Durante il periodo di maturità sessuale (1) queste larve si possono anche far sviluppare entro i bacini dell’Ac- quario, però muoiono rapidamente dopo la prima muta. Per ottenere quindi le diverse fasi di sviluppo nella loro serie successiva, io ho dovuto fare delle ricerche quotidiane nell’auftrieb e valermi inol- tre di un ricco materiale conservato in alcool, raccolto a diverse profondità nel golfo, materiale che a me venne largamente accor- dato per oggetto di questi studi. Devo a tal uopo esternare la mia riconoscenza al Cav. Lo Bianco per le molteplici indicazioni e per l’aiuto prestatomi durante il tempo delle mie ricerche. Per quanto concerne l'introduzione storica e l'ordinamento del presente lavoro devo far notare quanto segue. La Zoea della agi venne per la prima volta descritta e fisurata da Claus (2): va indicata dal medesimo autore come appartenente allo LE “ ” ysîs della Callianassa (3) tenendo conto del ramo nuotatore nelle prime sette paia di appendici toraciche dovrebbe riguardarsi più tosto come appartenente al genere Axd4S, La forma generale del corpo e quella del telson è però identica @ quella d’una Callianassa nella corrispondente fase di sviluppo. In questo medesimo Crostaceo P. Mayer (4) ha fatto osservare le va- riazioni che avvengono latine alla forma ed all’armatura del ventaglio caudale in seguito alla prima muta, lo stesso autore de- scrisse ancora e figurò il ventaglio caudale della Gedia. Lo sviluppo postembrionale di quest’ultima venne quasi completamente fatto c0- (1) v. a questo riguardo: S. Losranco. Notizie biologiche riguar danti il periodo di maturità degli animali delgolfo di Napoli, in: Mith. Zool. Stat. Neapel, 8 Bd. pag. 408-409. (2) Untersuchungen zur Erfoschung der genealogischen Grundlage des Crustanceen-Systems, Wien, 1876, pag. 94, Taf. VII, fig. 4. (3) Neue Beiirige zur Morphologie der Crustaceen, Wien, 1885, pag. 63, Taf. V, fig. 41, 42. (4) Zur Entwicklungsgeschichte der Decapoden, in: Jenaisch- Zeit. Naturw. 11 Bd. 1877, pag. 253, Taf. 15, fig. 56-57. 1, QUA | noscere dal Sars (1) nelle sue diverse fasi. In questo lavoro l’autore indica col nome di Calocaris Macandreae (Tav. 6 e 7) alcune forme larvali le quali differiscono da quelle rappresentate nella tavola 2 oltre che per la forma alquanto diversa del corpo, per la conforma- zione caratteristica degli organi visivi, per Vl armatura del ventaglio caudale e per la mancanza d’un palpo nell’ ultimo piede toracico. Esse però appartengono all’Axrius e vennero già da Claus (2) consi- derate come larve d’Zippolyte. Claus (3) riconobbe ancora il Cal liaxis nello stadio di Mysîs avendo già descritto una prima fase lar- vale di questo stesso Crostaceo in una precedente pubblicazione (4). Recentemente Brook (5) col nome di Trachelifer descrisse due fasi larvali del Calliaxis senza tenere aleun conto dei precedenti lavori di Claus. Sviluppo postembrionale della Gebia, Amius, Cattianassa, e Calliaxis. Gebia litoralis Risso (Tav. I). Appena uscita dall’uovo la larva cella Gedia liforalis non pre- senta sullo scudo alcun’ apofisi distinta, il rostro però esiste ripie- gato al di sotto della sottile e trasparente cuticola (membrana bla- stodermica) la quale dopo pochi minuti si elimina come prima muta (fig. 1). — In questa prima fase larvale (Zoea) (fig 1A) gli occhi non Sporgono peduncolati ai lati della testa ma persistono ancora fusi colla massa cefalica anteriore, lo scudo s’ avanza tra gli occhi con Un rostro assai puntuto il quale non oltrepassa l’apice delle antenne interne, l'addome è diviso in cinque segmenti, corrispondenti i pri- » r—————P—PP—P—P6PPPm (1) Bidrag til Kundskabenom DecapodernesForwandlinger Nephrops, Calcaris e Gebia, in: Archiv for Mathem. 0g Naturv. Krisliania, 1884, pag. 155-204, Tab. (2) Zur ui der Malakostrakenlarven, in: Wiîrsburg. Nalurw. Zeit. 1861, T. II, Taf.3, fig.1 Crustaceen Systems, pag. 44-45, 1448. (3) Neue Beitrige etc. pag. 63, fig. 44. (4) Zur Kenntniss der Kreislaufsorgane ‘der Schizopoden und Decapoden, 1884, pag. 32, fig. 48, 49, 50. _ (5) Notes on a Luciferlike Decapod larva from the West oast of Scottland, in: Proc. Roy. Soc. Edimburg, Vol. XV, 1887-88. si Bra mi quattro alla seconda, terza, quarta e quinta somite del pleon nell’adulto, l’ultimo segmento (segmento anale=sesta somite e telson nell’ adulto) s’ avanza posteriormente in una larga placca lamellosa di forma triangolare munita di 6 - 6 aculei terminali. Le appendici del corpo sono in numero di dodici paia, cioè cin- que paia cefaliche (due paia di antenne e tre paia di appendici boc- cali) e sette paia toraciche (tre paia di piedi mascellari e quattro prime paia di piedi ambulatori dell’ adulto). Le antenne interne sono in forma di semplici tubi (fig. 2*) che sostengono quattro a cinque filamenti olfattivi ed una lunga setola sul lato interno. Le antenne esterne (fig. 3%) comprendono : una parte basilare semplice con una piccola spina verso il suo apice esterno, e due rami terminali, uno esterno squamiforme (esopodite) ed uno interno (endopodite) con due lunghe setole terminali. Le mandibole non hanno palpo (fig. 4*). Nel primo paio di mascelle (fig. 5*) i due lobi masticatori (Ka u- laden) sono semplici ed il palpo è diviso in tre articoli, mentre nel secondo paio i due lobi masticatori sono bipartiti (fig. 6%), il palpo è anch’ esso bilobo, il ramo esterno s”estende a lato del palpo in for- ma di lamella branchiale. Il primo ed il secondo paio di appendici toraciche risultano di un articolo basilare e di due rami terminali cioè un ramo nuotatore esterno (Schwimmfussast) diviso in due articoli ed un ramo in- terno diviso in cinque articoli nel primo paio (fig. 7°) in quattro nel secondo (fig. 8°). Le rimanenti appendici toraciche (fig. 12") sono in forma di gem- me delle quali le quattro anteriori bilobe, la posteriore semplice. B—In una seconda fase larvale la quale si può considerare quale forma di transizione tra la Zoea e lo stadio di Mysîs, gli occhi spor- gono peduncolati ai lati della testa (fig. 18), 1’ addome è diviso in sei segmenti, il segmento anale è armato di 7-+-1-+4 7 aculei, al disotto della trasparente cuticola si osserva il telson preformato colle sue lamelle laterali (sesto pleopode), le quali si estendono 21 lati del ventaglio terminale e diventeranno libere nella sucessiva muta. Le antenne interne (fig. 2> ) presentano due articoli terminali, uno esterno coi filamenti olfattivi (Hauptgeissel) ed uno interno con due setole (Nebengeissel); nelle antenne esterne il pezzo ba- silare e diviso in due afticoli (fig. 3. );} le rimanenti appendici cefa- liche conservano immutata la forma precedentemente descritta. Erg re Il numero delle appendici toraciche è di otto paia, le cinque | paia anteriori hanno un distinto ramo nuotatore. Le due ultime sono ancora in forma di semplici gemme. C.— Nello stadio di Mysis persiste quasi immutata la forma ge- nerale del corpo precedentemente descritta; l'addome comprende sei distinte somiti, il telson è divenuto libero colle sue lamine laterali el è armato di 3 + 5 15 -+- 3 aculei (fig. 1c). La forma delle appendici cefaliche è quasi identica a quelle delle due fasi precedenti. In tutte le appendici toraciche il pezzo basilare è diviso in due articoli, il ramo interno nel paio anteriore ha perduto la sua primi- tiva articolazione ( fig. 7€), nel terzo paio come in tutti quelli suc- cessivi conserva ancora il suo carattere gemmiforme, nel quarto esso | è però molto sviluppato e termina con un apice stiliforme, dal lato interno di questo si estende un solco longitudinale che accenna in Questo modo alla prima formazione della chela. ‘addome nella seconda, terza, quarta e quinta somite ha un paio di pleopodi in forma di semplici lamelle. D— Nello stadio postlarvale (fig. 1D) la forma generale del corpo è quasi identica a quella dell'adulto, il rostro è divenuto assai corto, l'addome nelle sue diverse somiti è più appiattito e meno ar- Cuato, le lamine laterali del ventaglio caudale sono ovalari e quasi della medesima lunghezza del telson (fig. 11°). Nelle antenne interne il flagello principale è diviso in tre arti- coli, in due l’accessorio; il peduncolo prima indiviso ora comprende tre articoli, quello della base divenuto globuloso presenta l'apertura del sacco uditivo. Nelle antenne esterne l'articolo della base riceve l’ orifizio di Sbocco della glandola antennale (fig. 3°), il secondo articolo s° e- Stende nel suo apice esterno con un forte dente limitato alla base da un solco il quale rappresenta l’ultimo rudimento della squama (ea): il ramo interno è diviso in un gran numero di articoli. Nel primo paio di mascelle (fig. 5° ) il palpo ha perduta ogni traccia di articolazione; nel secondo paio il ramo esterno si estende . Sotto forma di lamella branchiale più larga per Perno le correnti della respirazione ( fig. 6). Nel primo paio di piedi mascellari (fig. 74) i due articoli della base si sono trasformati in lobi masticatori: il ramo interno persi- [iitiro, l'esterno è divenuto lamelloso. l secondo paio di piedi mascellari ( fig. 8° ) porta un appendice : epipoidale (ep) il terzo ha pure due appendici branchiali, una epi- Boidale ed un’ altra appartenente alla serie d Claus. pechfia In tutte le rimanenti appendici toraciche i due articoli della base si sono trasformati in piedi ambulatori, il ramo nuotatore è to- talmente scomparso, il ramo interno è diviso in cinque articoli, il primo piede ambulatorio più sviluppato dei rimanenti termina con una chela incompleta e presenta al pari dei tre successivi due ap- pendici branchiali appartenenti alla serie d e c Claus ’addome ha un paio di pleopodì in la di ubfie ' doppie nella seconda, terza, quarta e quinta somite , il ramo interno più corto dell’esterno e privo di un retinaculum. — Nella forma adulta lo scudo a lato del rostro presenta una spina orbitaria, gli occhi hanno subito una considerevole riduzione mentre l’ addome in rapporto colla restante massa del corpo è rela- tivamente più lungo. Nelle antenne interne l'articolo basilare del ssaa porta una spina nel suo apice esterno (fig. 24), il secondo articolo è più corto del successivo, i due flagelli terminali divenuti pluriarticolati sono presso a poco della medesima lunghezza. Le mandibole hanno un palpo diviso in tre articoli (fig. 44). Il ramo interno nel secondo e terzo piede mascellare è diviso in cinque articoli (fig. 84, 9e ); quest’ultimo oltre un appendice epipoidale (ep) porta un paio di branchie appartenenti alla serie d e c Claus. La forma delle rimanenti appendici toraciche è presso a poco identica a quella della fase precedente. La formula branchiale dell'adulto è quindi: Bb oe e Vac Bea VI: Sc @p0 0-0. ap NI: Bicepelo1 (6 <=ap+.32 Di dll 0 2 X BolobL-4 = 2 0 IA e 2 BI... 03 Lp 2 XII .S. 0.000 = 0 2 cp.+5-5--0=2 ep.+10 Nell’addome esistono quattro paia di pleopodi nel maschio, cin- que nella femmina; il primo è rudimentale e risulta di una semplice lamella terminale, il telson offre un profondo solco mediano, le la- | Creonte laterali sono subacuminate nell’ angolo esterno rotonda! ab I interno ia A coni Axius Stirynchus Leach (Tav. Il). _-A— Nella sua prima fase larvale la Zoea dell’ Axdus si lascia | facilmente riconoscere per la forma particolare del rostro, lamelloso, puntuto all'apice, armato lateralmente di minutissime spine, per la presenza d’una lunga apofisi spinosa nella seconda somite del pleon e d’una cresta lamellosa armata nel suo margine di spine, la quale S'eleva sotto forma di carena nella linea mediana della terza, quarta e quinta somite addominale, infine per la conformazione del segmento anale che si estende per costruire una larga placca triangolare ar- trata di 7-- 1-7 aculei terminali (fig. 1A). — 7 Le appendici cefaliche nella loro forma si lasciano riportare a quelle della prima fase larvale della Gebia (fig. 2* 3% 4*-5* 6), sol- tanto la spina basilare delle antenne esterne è assai più lunga, le Mandibole hanno una parte triturante provvista di denti. Il torace ha tre paia di appendici, ciascuna con un ramo nuo- tatore ben sviluppato, il ramo interno nel paio anteriore è diviso in Quattro articoli (fig 7°), in cinque nel secondo (fig. 8°); nel terzo è semmiforme (fig. 9°). Dietro di questo si osserva una larga protube- _Tanza sferica (fig. 12) a convessità inferiore nella quale attraverso la trasparente cuticola si osservano quattro paia di gemme che rap- | DPesentano il primo abozzo dei piedi ambulatori. —_ L'addome diviso in cinque segmenti è privo di appendici. B— In una seconda fase larvale (fig. 18),è che si può conside- Fare quale forma di transizione tra la Zoea e lo stadio di Mysis, ì gli occhi sporgono peduncolati ai lati della testa, l'addome è diviso lu sei segmenti, il segmento anale tuttora indiviso presenta al di- __* SOtto della trasparente cuticola il telson già formato colle sue lamine ‘laterali, che diventeranno libere nella successiva muta. . I peduncolo delle antenne interne è diviso in due articoli, l’ul- fimo dei Quali assai corto, sostiene due brevi flagelli (fig. 2”). Il torace ha otto paia di appendici, le prime tre con un ramo Muotatore ben sviluppato, le rimanenti in forma di gemme, delle quali le quattro anteriori bilobe, la posteriore semplice (fig. 13). t C — Nello stadio di Mysîs persiste quasi immutata la forma ge- lerale del corpo come nelle due fasi larvali precedenti , 1’ addome 1° Sei distinte somiti, il telson divenuto libero colle sue lamine la- Pali è armato di 3+-5-- 1-5 -+-3 aculei terminali (fig. 1c). Nelle antenne esterne il pezzo basilare è diviso in due articoli S- 3°), il ramo interno presenta un articolo basilare (più tardi ee ge as articolo del peduncolo) ed un flagello pluriarticolato. Le man- le hanno un breve palpo (fig. 4? ). Tutte le le appendici toraciche con eccezione dell’ultima hanno un ramo nuotatore ben sviluppato; il primo paio (fig. 7° ) porta un appendice epipoidale, questa manca nel secondo paio ( fig. 8° ) il quarto ed il quinto terminano con una chela; l’ultimo è subchelifor- me, il quarto il quinto, il sesto ed il settimo paio inoltre portano ciascuno due appendici appartenenti alla serie a e d Claus. L’addome in corrispondenza della terza, quarta e quinta somite presenta un paio di pleopodi in forma di doppie lamelle ( fig. 10 ). — In una fase larvale successiva (fig. 1) la forma del corpo è quasi identica a quella dell'adulto, il rostro è divenuto assai corto, l'addome nelle sue diverse somiti più appiattito, meno arquato, le lamine laterali del ventaglio caudale sono ovalari e più lunghe del. telson. Nelle antenne interne il peduncolo è diviso in tre articoli, quello basilare presenta l’orifizio del sacco uditivo, i due fiagelli terminali sono quasi della medesima lunghezza (fig. 2° ). Nell'articolo basilare delle antenne esterne si apre il condotto escretore della glandola antennale, la squama è in gran parte atrofiz- zata, il ramo interno è diviso in più articoli (fig. 39). Nel primo e nel secondo paio di mascelle il palpo ha perduto ogni traccia di articolazione (fig. 5® , 6°). Nel primo paio di piedi mascellari i due articoli della base sono divenuti lamellosi e sporgono in forma di lacinie masticatrici (fig. 74 ), il ramo interno è inarticolato, 1’ esterno lamelloso. Il secondo ed il terzo paio divenuti pediformi portano ciascuno un paio di appendici branchiali appartenenti alla serie 4 e d Claus (fig. 8° e 9°). Nelle rimanenti appendici toraciche il ramo nuotatore è dive- nuto assai corto, il ramo interno è diviso in cinque articoli, le due paia anteriori terminano con una chela completa, il posteriore è subcheliforme. L'addome come nella fase precedente ha tre paia di pleopodi in forma di doppie lamelle, il ramo interno più corto dell’ esterno è si provvisto di un retinaculum. E— Nell’Axrius adulto il rostro è divenuto ancora più corto, la prima somite addominale è meno sviluppata delle successive, gli 00 ehi hanno pure subìto una forte riduzione Nelle antenne interne 1’ articolo luiiato del peduncolo è più lungo dei due successivi, l’ultimo di questi sostiene due go apr riarticolati egualmente lunghi ( fig. 24). È — 3 — Nelle antenne esterne persiste un rudimento della squama sotto forma di spina mobile (fig. 3€). i Nel primo paio di piedi mascellari l’ appendice epipoidale si e- stende in forma di lamella respiratoria, in tutte le altre appendici toraciche la branchia più esterna si è trasformata in lamella bran- chiale, mentre le altre branchie risultano di tanti filamenti sovrap-! posti gli uni agli altri e convergenti verso un asse centrale (Tri- cobranchiae Huxley). Il primo paio di piedi ambulatori è più sviluppato dei succes- sivi, l’ultimo è il più corto. ._ La formola branchiale è la seguente: a è le VIS. ep x: 0 0O=p VIIS. ceporil1:0-0S0p4-2 VIS: «ept+1 1 1/0=2r438 XIXS.: ep-<4-1.1.i.0=ep-#3 XS. epPiI-1c1-ba0p+4 XIS epspi.:L.i pe 6p-14 XIS. ep dk Ls pis XIIS. 0 0.0 1= l 7 ep}54-6+5-4=7 ep-1-20 L’addome ha cinque paia di pleopodi, il primo paio rudimen- tale termina con una semplice lamella, i rimanenti hanno due la- melle terminali, il ramo interno alquanto più lungo dell’ esterno è provvisto di un retinaculum (fig. 10°). Le lamine laterali del telson sono ovalari e quasi della medesima lunghezza del telson. Callianassa subterranea Leach (Tav. II[l. La Callianassa nelle diverse fasi del suo sviluppo conviene per Molti caratteri assai strettamente coll’Axzus. — Lo scudo (fig. 1a) s' avanza tra gli occhi con un rostro lamellare (fig. 13) puntuto all’apice, armato nei margini di minute | Spine, la seconda somite del pleon s’estende posteriormente con una lunga apofisi spinosa, la terza, la quarta e la quinta terminano nel- l’apice inferiore con una spina. | . La forma del segmento anale è caratteristica per la Callianassa © lascia facilmente riconoscere le forme larvali di questo crostaceo, la placca terminale (Schwanzflosse) s'estende infatti a forma di — 14. ventaglio regolarmente arcuato, nel suo margine posteriore questo è munito di 13-|-- 1---14 nuclei terminali. 7 In questa prima fase larvale (Zoea) la forma delle appendici ce- faliche ( fig, 2°, 3°, 4°, 5°, 67) è quasi identica a quella dell’ Axîus nel corrispondente stadio di sviluppo. Il torace ha tre paia di ap- pendici ciascuna con un ramo nuotatore ben sviluppato. ll ramo interno è diviso in cinque articoli nel paio anteriore, in quattro nei due successivi. Dietro di questi si osserva una larga protuberanza sferica a convessità inferiore nella quale, giusta quanto è stato rimarcato per la Zoea dell’ Arius, esistono al disotto della trasparente cuticola cinque paia di gemme che rappresentano il primo abbozzo dei piedi ambulatori. —In una seconda fase larvale che si può considerare quale forma di transizione tra la Zoea e lo stadio di Mys?s, gli occhi spor- gono peduncolati ai lati della testa, addome è diviso in sei segmenti, il segmento anale mostra al disotto della cuticola trasparente il telson già formato colle sue lamine laterali (fig. 1B). Le antenne interne hanno due flagelli terminali semplici (fig. 2? ), uno esterno coi filamenti olfattivi, ed uno interno con due lunghe setole. Le mandibole sono provviste di un piccolo palpo. Le appendici toraciche sono in numero di otto paia, le prime cinque con un ramo nuotatore ben sviluppato, le tre successive sem- plici, il quarto ed il quinto paio terminano con una chela. L’addome in corrispondenza della terza, quarta e quinta somite ha un paio di pleopodi in forma di semplici lamelle. C— Nello stadio di Mysis la forma generale del corpo è ancora immutata, l'addome presenta sei distinte somiti, il telson è divenuto libero colle sue lamine laterali (fie. ic). Nelle antenne interne (fig. 1° ) il peduncolo è diviso in due ar- ticoli, nelle antenne esterne il ramo interno (fig. 39 ) è anch’ esso suddiviso in una serie di articoli successivamente più piccoli. ; Il primo paio di appendici toraciche porta un appendice epipot- dale, i due articoli della base (fig. 7> ) prima cilindrici son ora di-_ venuti lamellari e guerniti nel margine interno di spine, nel secondo 3 e nel terzo paio l’ articolo basilare divenuto più grosso si sviluppa a preferenza degli articoli successivi; il quarto, il quinto , il sesto ed il settimo paio hanno ciascuno due appendici branchiali appa tenenti alle seric è e © Claus. L'addome ha tre paia di pleopodi in forma di lamelle doppie» D_—In un’altra fase larvale ancor più inoltrata nello sviluppo (fig. 1») la forma generale «del corpo è quasi identica a quella del pae 1a l'adulto; il rostro è divenuto più corto, l'addome è relativamente | molto più sviluppato, le diverse somiti sono più depresse e meno arcuate, la seconda è più lunga delle successive, la prima è la più | breve; il telson è alquanto più corto delle sue lamine laterali. Nelle antenne interne il peduncolo è diviso in tre articoli (fig.24 ), i due flagelli terminali sono pluriarticolati, nelle antenne esterne la Squama è completamente scomparsa, e dal ramo interno si sono svi- luppati una serie di articoli dei quali i due della base costituiscono Îl terzo ed il quarto articolo del peduncolo, i rimanenti il così detto flagello. Le mandibole hanno il palpo diviso in tre articoli. Nel primo paio di mascelle il palpo è indiviso, come pure nel secondo paio, il ramo esterno si estende in quest’ultimo sul lato ester- No del palpo in forma di larga lamella per regolare le correnti della Pespirazione ( fig. 5», Gb). Nel primo paio di piedi mascellari il ramo interno è inartico- lato, l'esterno è lamellare (fig. 74). Il secondo piede mascellare di- Venuto pediforme porta un appendice epipoidale (fig. 8° ). Nel terzo piede mascellare (fig..9e ) il ramo nuotatore è totalmente scomparso, i due primi articoli del ramo interno sono divenuti lamellosi. Il primo paio di piedi ambulatori è inegualmente sviluppato e al pari del secondo termina con una chela, il ramo nuotatore è to- talmente scomparso in entrambi, il quinto paio è subcheliforme. In corrispondenza dell’articolazione del primo, secondo, terzo e quarto Piede ambulatorio col torace esistono due appendici branchiali ap- Partenenti alla serie d e e Claus. ‘addome come nella fase precedente ha tre sole paia di pleo- podi, il ramo interno quasi della medesima lunghezza dell’esterno è Provvisto di un retinaculum (fig. 10°). — Nella Callianassa adulta V addome in rapporto colla re- Stante massa del corpo è considerevolmente più sviluppato, lo scudo Presenta un solco cervicale ed una linea talassinica, i peduncoli Oculari sono in forma di placche lamellose triangolari, puntute al- l'apice, le quali sporgono al disotto della cornea (fig. 122 ), il rostro _ ® appena distinto. ; Nelle antenne interne l’ultimo articolo del peduncolo è assai più lungo dei due precedenti (fig. 2°), i due flagelli terminali pluriar- ticolati sono poco più lunghi del peduncolo. Nelle antenne esterne (fig. 3) il flagello è divenuto più lungo. Le rimarienti appendici ce- iche (fig. 4°, 5°, 6€) hanno subito lievissime modificazioni. . Nel primo paio di piedi mascellari il ramo esterno è fuso col- o ‘intePno (fig. 7°), il secondo piede mascellare porta un appendice > 2a |. pese epipoidale ed una branchia appartenente alla serie d Claus (fig. 89 ). Il terzo piede mascellare è divenuto operculiforme e porta un paio di branchie appartenenti alla serie d e c Claus. La formula branchiale della CaZlianassa adulta è la seguente. % do € VI. -«—ep_0: 0 0= ep VIE: “pi 1-00 @=-ep'- 1 Wi: Sb de 2 IK. O-1-i 0= È Re O:b-1 G= 2 XI. O:cbhk0* 2 Re 05h h00= 2 XII. 0 00 0= 0 2 ept0-+5-0=2 ep+ll Le branchie sono secondo il tipo dei Fillobranchi. Il primo paio di piedi ambulatori è molto più sviluppato dei successivi, ordinariamente il chelopode di destra è più grosso di quello di sinistra. Pochissime modificazioni hanno subito i rima- nenti piedi ambulatori. ; L’addome presenta cinque paia di pleopodi nel maschio, sei nella femina: in qualche raro caso anche il maschio ha un paio di pleo- podi con una semplice lamella terminale nella prima somite del pleon. telson è assai più corto delle sue lamine laterali, queste non sono più ovalari ma subacuminate nel loro angolo esterno. Calliaxis adriatica Heller (Tav. IV). Non ho potuto seguire direttamente lo sviluppo del Calliaxis nell'uovo; la larva più giovane che io ho potuto esaminare (fig. 1A) corrisponde esattamente a quella stata descritta e figurata da Claus a tav. VIII dell’opera savracitata, (1) soltanto dietro del secondo Piede toracico si osservano quattro e non sei gemme. i \ — In questa prima fase larvale gli occhi non sporgono al las del prolungamento oculifero, l'addome è diviso in cinque segmenti; i primi quattro si estendono nel loro apice inferiore interno con UN® spina uncinata, il segmento anale si avanza con una larga espal” sione biforcata munita di 5+5 aculei terminali. In un’ altra fase (1) Zur Kenntniss der Kreislaufsorgane etc. /i9» 48, 50% a sa larvale alquanto più avanzata nello sviluppo , gli occhi si elevano ai lati del prolungamento oculifero, il ramo nuotatore è ben svilup- pato nel terzo piede toracico, il ramo interno è però tuttora gem- miforme. Dietro di questo esistono cinque gemme che rappresentano il primo abbozzo dei piedi ambulatori. La forma del segmento anale . @ quasi identica a quella della fase precedente e presenta. 9 — 9 aculei terminali ( fig. 11. ). B— In un altra fase larvale intermediaria tra la zoca e lo stadio di Mysis persiste la forma generale del corpo dello stadio precedente ( fig. 18) l'addome presenta sei distinti somiti, il telson è armato di 12 + 11 aculei terminali, ai lati del medesimo si sono sviluppate le lamine laterali in forma di gemme libere. Le antenne interne sono semplici tubi i quali oltrepassano di molto l’apice delle antenne esterne e a differenza delle due fasi lar- vali precedenti ( fig. 8a ) presentano un breve articolo terminale che porta i filamenti olfattivi, la porzione del peduncolo indivisa sporge alquanto nel lato interno di questo articolo e si segmenta più tardi per formare il flagello accessorio. Nelle antenne esterne l'articolo basilare presenta l’orifizio di Sbocco della glandola antennale, il secondo articolo è armato di due spine, il ramo interno ancora indiviso è quasi della medesima lun- ghezza della squama. La forma delle appendici boccali ‘è caratteristica in tutte queste fasi larvali, e non trova alcun punto di riscontro in altre forme fi- Dora conosciute. La mandibola di destra è biloba, quella di sinistra termina con una lunga apofisi uneinata ( fig. 2%, 2% E caratteristica del pari la forma dei paragnati, quello di destra ha la forma di una larga placca guernita di spine, quello di sinistra ha quasi la medesima forma uncinata della mandibola dello stesso lato ( fig. 13). ; Nel primo paio di mascelle il palpo è diviso in due articoli, nel Secondo esso è poco sviluppato. Tutte le appendici toraciche con eccezione dell’ ultimo hanno un Pamo nuotatore che nel penultimo paio è però rudimentale, il ramo interno nelle due paia anteriori è divisa in quattro articoli, in quelle Successive è ancora gemmiforme , nel quarto esso però presenta il Primo abbozzo della chela. . - C — Nello stadio di Mysis la forma del corpo è quasi identica a quella della fase precedente, l'addome nella seconda, terza, quarta e quinta somite presenta un paio di pleopoli in forma di doppie la- elle, il telson è divenuto trapezoidale ed è armato nella sua parte | mediana di 6 + 6 aculei terminali (fig. 1C). + Nelle sutenne interne il PE vaga ancora indiviso, “cai DAG eni 1 iero e LR 00, e: ST a E e E ne î SAR e n (lea MI a di SA i AR antenne esterne il ramo interno presenta un articolo basilare. Le mandibole hanno un piccolo palpo. Tutte le appendici toraciche con eccezione dell’ ultimo hanno un appendice epipoidale, il secondo, il terzo, il quarto il quinto, il se- sto ed il settimo portano inoltre ciascuno un paio di branchie alla serie b. e c. Claus ( fig. lc. ). Non ho potuto esaminare alcuna fase postlarvale del Calliax?s; sarebbe per vero molto interessante poter riconoscere in che modo dalla forma di un Sergestes si possa giungere a quella di un Talas- sinide, molto verisimilmente dallo stadio di Mysis come si verifica per la Gebia, Arius e Callianassa deve sortirne una forma quasi identica a quella dell’adulto. — Nel Caltiaris adulto (fig. 1D) lo scudo presenta due linee branchiosteghe ed un solco cervicale, il rostro raggiunge quasi l’ apice del secondo articolo delle antenne esterne. Queste hanno il peduncolo diviso in tre articoli dei quali il terzo più lungo dei precedenti sopporta due brevissimi flagelli, il primo articolo è il più breve e presenta l'apertura del sacco uditivo. Le antenne esterne hanno il peduncolo diviso in cinque articoli e non e offrono alcun rudimento di squama. Nel primo paio di mascelle il palpo è diviso in due articoli, men- tre nel secondo questo è semplice ed inarticolato. ? Nel primo paio di piedi mascellari i due articoli della base s1 sono trasformati in lacinie masticatrici, il ramo interno ha un fla- gello conformato a spatola. £ Il secondo ed il terzo paio di piedi mascellari sono pediformi, Il primo paio di piedi ambulatori è più sviluppato dei Successivi e termina con una lunga chela, le quattro paia successive terminano con un semplice articolo conico. Nell’ addome esistono quattro paia di pleopodi, il ramo interno è sprovvisto di un retinaculum. ll telson colle sue lamine laterali è ovalare e quasi della mede- sima lunghezza di quest’ ultime. Perlaformula branchiale vedi Claus (Neue Beitrage ecc. 209 .61.) Le branchie sono secondo il tipo dei Fillobranchi. Morfologia dei Talassinidi Esaminando i Talassinidi nelle loro diverse fasi di sviluppo 0” stembrionale si riconoscono tre forme tipiche del tutto diverse: @e- bia, Arius e Calliaris. Il Catocaris e la Callianassa sono forme affini tra di loro e presentano strettissimi rapporti coll’ Agus. La presenza nel Calocaris dell’esopodite rudimentale nell'ultimo piede to- id Sa racico (1) farebbe riconoscere in questo una forma filogeneticamente più antica dell’Ax?us. Però prescindendo pure dal fatto che alcune forme di Axivs presentano una consimile appendice ben sviluppata, (2) altre particolarità nell’organizzazione interna escludono, come dirò in appresso, quest’ ipotesi, e d’ altra parte considero il Calocaris come una forma che pochissime modificazioni ha subìto in rapporto all» forme tipiche dell’Axrius, colle quali esso conviene assai stret- tamente per un complesso di caratteri e sopratutto per la presenza di una spina mobile nel secondo articolo del peduncolo delle antenne esterne quale ultimo rudimento della squama, che si osserva durante il periodo larvale. Tra le molteplici particolarità un carattere che maggiormente risalta nell’organizzazione dei Talassinidi è la forma speciale degli organi visivi (3). Durante il periodo larvale in opposizione a quanto sì manifesta nei Caridi lo strato corneale plurifaccettato e lo strato dei coni cristallini non si dispongono per costituire un segmento di sfera regolare, ma si estendono di preferenza da un lato. Nelle forme adulte gli occhi poi subiscono una considerevole atrofia e tendono a scomparire quasi del tutto nella Callianassa, ov- vero subiscono alterazioni nella loro intima struttura per cui vanno perduti lo strato corneale polifaccettato ed il pigmento come nel Ca- locaris. i . Questa condizione di cose deve ritenersi indubitatamente acqui- sita e deve essere messa in rapporto colle abitudini di questi cro- stacei, di vivere cioè in piccole cavità scavate sotto la sabbia. E degno intanto di particolare attenzione il fatto, che nel Calocaris si ripe- tono le medesime alterazioni di struttura degli organi visivi (4) an- cora durante il periodo larvale, ciò conferma sempre più l'opinione di Claus che le larve dei Crostacei dal punto di vista filogenetico Pappresentino delle forme derivate secondariamente (5). Portando l’attenzione sulle appendici cefaliche e toraciche sia per la forma che per lo sviluppo si osservano le maggiori affinità tra l’Axìus e la Callianassa dove per un certo periodo crescono al disotto della cuticola chitinosa che riveste il corpo , mentre il LR TI (1) v. Sars. op. cit. pag. 167, Taf. 2, fig.1 (2) v. a questo riguardo: SrencE-BATE. Msg Crustacea Macrura Challenger Exped. Pit. V. fig. d. AS. Studier over Decapodernes Slaegtskabsforhold, Kjibenhavn 1880, pag. 185. (3) CLaus. Neue Beitrige etc. pag. 63. (4) Sars. Op. cit. 1. c. (5) CLaus. Op. cit. pag. 91. Sa Calliaxis e la Gebia nel complesso dello sviluppo presentano rapporti più intimi cogli Anomuri. Anche il modo di formazione della chela in questi ultimi è conforme a quanto si osserva negli Anomuri e Brachiuri. Nell’ Axius e nella Callianassa infatti dove la segmen- tazione delle diverse appendici si manifesta assai precocemente, il penultimo articolo del quarto e quinto piede toracico sporge oltre la base dell’ultimo e forma in questo modo una chela ; la formazione della chela è in questo caso successiva alla segmentazione del ramo interno, mentre nella Gebiîa e nel Callîiaxis come in tutti gli Ano- muri e Brachiuri si osserva un procedimento inverso, cioè sull’estre- mità del ramo interno comparisce un solco il quale sempre più si approfonda in senso longitudinale, questo ramo cresce colle altre parti della gemma e solo assai tardi (stadio di Mysis nel Calliaris, stadio postlarvale nella Gebia) si segmenta. La formazione della chela apparisce quindi in questo caso come una condizione eslusivamente ereditata. Nella Gebia intanto la chela si forma molto incom pletamente e questo fatto deve essere messo in rapporto colle abitudini di vita di questo Crostaceo, nel quale le chele più che alla prensione servono a scavare. piccole cavità sotto la sabbia. In rapporto colle appendici toraciche pigliando a coiiterare le branchie è da osservare, che oltre la superficie del corpo anche l'intestino (1) deve contribuire durante le prime fasi larvali nel processo respiratorio; l’ano infatti si contrae e si dilata ritmicamente per effetto di quattro fasci di fibre muscolari disposti simmetrica mente attorno al medesimo, i quali da un lato conven gono verso un punto comune di inserzione, dal lato opposto terminano nella parete intestinale. In principio io credeva che questo fenomeno si manife- stasse esclusivamente allorchè teneva la larva in uno spazio limitato sotto il vetrino coprioggetti, più tardi però io ho dovuto convin- cermi del contrario, e gli stessi fenomeni si presentarono allorchè la larva potea liberamente nuotare sopra il vetrino portaoggetti; un giorno anzi potei constatare come colla corrente dell’acqua penetras- sero nell'intestino piccole larve d’infusori. Questi movimenti si aT- restano rapidamente durante l'espulsione dei residui alimentari. I veri organi della respirazione si presentano assai tardi (stadio di Mysis Arius, Callianassa e Calliaxis, stadio postlarvale Gevia). Primitivamente le branchie sono semplici gemme che crescono nel- (1) A questo riguardo Claus nega all’intestino dei Crostacci ogni im- portanza per la fonzione della respirazione V. CLaus. Untersuchungen Uber die Organisation u nd Entwickelung von Branchipus und | Artemia ur in; Arbeiten Zool. Institut Wien, 1886, VI Bd. Heft. I III, pag- 76. ; IA QUOTA l'articolo basilare dei piedi toracici, queste gemme prima semplici si rigonfiano in seguito per divenire globose e presentano da un lato un contorno alquanto sinuoso il quale divenendo ogni ora più mar- cato divide la gemma primitiva in una serie di lobi, nello stesso tempo comparisce un solco lungo l’asse della gemma, questa risulta allora costituita di tanti lobuli convergenti in duplice serie verso l’asse o fusto della medesima. Questi piccoli lobi crescono nell'adulto e sotto forma di sottili filamenti (Trichobranchiae Huxley) (1) come nell’Axius e Calo- caris e sotto forma di lamelle sovrapposte le une alle altre come nella Gebiîa e nella Callianassa (Phyllobranchiae Huxley), Nei Tricobranchi i lobi della branchia più esterna (Podobran- chia Huxley) si saldano per costituire una lamella epipoidale. (2) Questa ultima condizione si manifesta come ereditata nel primo Piede toracico, dove sin dallo stadio di Mysîs l’unica appendice bran- chiale si presenta come semplice lamella. Tricobranchie e Fillobran- chie hanno intanto un punto di partenza comune e morfologicamente quest'ultime rappresentano un più alto grado di differenziazione in rapporto alle prime. Per quanto riguarda in ultimo lo sviluppo delle appendici ad- dominali è da osservare che le le lamine laterali del telson sembrano apparentemente seguire uno sviluppo alquanto diverso da quello degli altri pleopodi. Questa condizione non si osserva intanto nel Calliaxris, in questo Crostaceo come nei Pencidi (3) ed in tutti i Brachiuri essi crescono liberamente ai lati del segmento anale, mentre in tutti quei Crostacei, nei quali l’ultimo segmento addominale s’estende in un largo ventaglio nuotatore (Schwanzflosse) le lamine laterali del telson si sviluppano come piccole gemme ai lati dell’ orifizio anale, sì estendono successivamente al disotto della cuticola chitinosa che riveste la placca terminale e divengono libere unitamente al telson soltanto in seguito a successive mute. - Durante il periodo larvale nell’ Axius e nella Callianassa si pre- sentano soltanto tre paia di pleopodi, (4) quattro nel Catocaris, Ge- îa e Catliaxis. Nell’adulto poi anche la prima somite ha un paio ee —_ ——_, (1) On the classification and the distribution of the Cray- fishes, in: Proc. Zool. Soc. London, 1878. 2) CLaus. Op. cit. pag. 15. ; D CLaus. Li Systems, Taf. JI, fig. 3, Taf. Vi, fig. 1. | (4) Sars. Op. cit. 1. c. Secondo questo autore anche nell’ Aius (taf 7, fig. 1) esisterebbero quattro paia di pleopodi, mentre io ne ho trovato co- Stantemente tre. i EC È Ni cl Di di pleopodi, il quale è rudimentale essendo l’ultimo a svilupparsi e manca qualche volta nel maschio (Callianassa). Dall'esame delle appendici portando l’attenzione sulla forma del corpo, durante il periodo larvale si osserva la più grande affinità tra l’Arius, Calocaris e Callianassa mentre la Gebia si rapporta più tosto agli Anomuri. Il Calliaris si appalesa come un tipo aberrante il quale nella forma generale del suo corpo, nello sviluppo precoce delle glandole antennali, nella forma e situazione del cuore, nella presenza di due ciechi epatici nel prolungamento oculifero offre le maggiori affinità con alcuni Peneidi (Lucifer). Anche la forma del segmento anale che è così caratteristica si riscontra identica nella Zoea dello Sfenopus (?) Le larve dell’Axius e della Cellianassa hanno anch’ esse delle particolarità in comune coi Peneidi, quali la presenza di una lunga apofisi spinosa nella seconda somite del pleon e di una spina termi- nale nel bordo posteriore della terza, quarta e quinta somite. (1) «Che se dall’esame delle forme larvali si porta l’attenzione sulla forma del corpo e sull’ organizzazione degli adulti, si osserveranno le maggiori ‘affinità tra VAx7us, il Calliaris ela Callianassa da un’ lato, l’Axius e la Gebia dall'altro lato. Assai più difficilmente s'in- tendono i rapporti del Calliaris cogli altri Talassinidi. La forma ge- nerale del corpo è tipica in questa specie e non trova alcun punto di riscontro con nessun altro Crostaceo appartenente a questa fa- miglia. Essa si rapporta più'tosto agli Astacidi coi quali conviene quasi completamente per li conformazione degli epimeri addominali, questi non sporgono nei lati come larghi lobi regolarmente arcuati (Axius e Calocaris) ma sono triangolari e puntuti nel loro apice inferiore. Inoltre in tutti i Talassinidi Ja seconda somite addominale è molto più sviluppata di tutte le successive, ciò che non si osserva punto nel Calliaris. Però quello che maggiormente contribuirebbe ad esclu- dere il Calliaris dalla famiglia Talassinidae sono i caratteri che si deducono dall'esame dell’organizzazione interna. __ &fiusta quanto ho fatto osservare in un mio precedente lavoro, In tutti i Talassinidi l'apparecchio sessuale è costituito da due sem- . (1) Ccaus. Crustaceen Systems, Taf. ZII, fig. 3-5. — Merita pure di essere qui ricordata la presenza di una glandola del guscio (Schalen- drise) che si osserva nello stadio di Mysis dell’Arius e della Callianassa- (OLaus. Op. cit. Taf. V, fig. 42). Io ho riscontrato una simile glandola nel Lucifer adulto allo stadio di Mastigopus. i gal foi plici tubi i quali occupano esclusivamente il cavo del pleon, men- tre nel CaZiaris come in tutti i Decapodi (Paguridi e Sergestidi eccettuati) esso giace nella cavità toracica. (1) Questa particolarità apparisce senza alcun dubbio della più grande importanza e dimo- stra a sufficienza che le pretese affinità del CaZiaris cogli altri Talassinidi sono molto problematiche. Conviene però EI che È - val delle branchie di questo Crostaceo è secon illobranchi, e che la forma e la disposizione delle da è li. secondo il tipo Talassinide. Portando l’attenzione sui Talassinidi genuini, lAx7us apparisce a primo aspetto come il tipo fondamentale che per numero, forma e disposizione delle appendici branchiali presenta più d'ogni altro intimi rapporti cogli Homaridi. All Awivs si collega assai stretta- nente il Ca/ocaris, sia per la forma generale del corpo sia per la presenza d’una spina mobile nel secondo articolo delle antenne esterne quale ultimo rudimento della squama, sia infine per la conforma- zione delle appendici toraciche (due paia di piedi chelati e terzo paio di piedi mascellari pediforme). La forma e la disposizione delle bran- chie è pure secondo il tipo dell’Axivs, mancano però appendici bran- chiali sulle pleure (Pleurobranchiae Huxley). Maggiori deviazioni in rapporto all’ Axius si osservano nella Callianassa. La forma generale del corpo di quest’ultima come nel Caloca- rîs è assai poco differente da quella dell’ Aus, il cefalotorace è di- Venuto più ristretto, il rostro appena distinto, gli epimeri nell’ ad- dome pochissimo sviluppat Relativamente alle as di del corpo la Callianassa presenta in comune coll’ Axius due paia di piedi chelati , un appendice epi- Poidale nel primo piede mascellare, un retinaculum nel ramo in- terno dei pleopodi, le mandibole colla parte triturante provvista dei denti Nelle antenne esterne non esiste però alcun rudimento di squa- ma, mancano le branchie sull’articolo basilare dei piedi e sulle pleure, ì pleopodi della seconda somite sono differenti da quelle somiti suc- Cessive. Il carattere più importante che distingue però la Caztia- "assa è la forma del terzo piede mascellare; questo non è punto pediforme come nell’ Axius ma operculiforme. Questo carattere in- tanto si manifesta solo nelle forme adulte e manca del tutto in Una fase postlarvale. Fondandosi appunto sopra questa particolarità gr RE O (1) C. Gromsen. Beitrige zur Kenntniss der minnlichen echtsorgane der oriz arrata 1878, Taf. II, fig. 4. Spence Bate (1) formò i due generi Cheramus e Scallasis. Questi però non rappresentano effettivamente che due fasi postlarvali d’ una Callianassa o di una forma affine, non hanno LA alcuna ragione di esistere come generi a parte. Tra tutti i Talassinidi il genere 7rypaea Dana (2) si ravvicina più d’ ogni altro strettamente alla Callianassa, colla quale conviene sopratutto per la conformazione del terzo piede mascellare il quale è operculiforme come in quest’ ultima. Il genere Callianis Edwards (3) è pure molto affine al precedente e rappresenta una forma inter mediaria tra 1} Axiîus e la Callzanassa, gli occhi sono peduncolati come nell’ Axzus, il terzo piede mascel- lare è pediforme, le branchie secondo M. Edvards appartengono al tipo dei Tricobranchi. Più difficile riesce ancora stabilire i rapporti dei generi Scyto- leptus Gerst. (4) e Callianisea Edw. (5) colle forme SORIA per l’incompleta deserizione che ne fanno gli autori. Se poi si considera l’ A.xius in rapporto colla Gebia, le rela- zioni di affinità sembrano a primo aspetto assai meno appariscenti di quello che si osservi in tutte le altre forme sin qui enumerate. Tuttochè la conformazione generale del corpo possa riportarci a quella dell’ Axis, delle differenze rimarchevoli esistono non solo nell’ ap- parecchio boccale ma anche nei piedi ambulatori e nei pleopodi. La superficie triturante delle mandibole è sprovvista di denti. Il primo paio di piedi mascellari non porta alcun appendice epipoidale, il primo paio dei piedi ambulatori soltanto è terminato da una chela, e que- sta è incompletamente sv iluppata; le appendici addominali sono tubte prive di un retinaculum nel loro ramo interno. ll numero, la disposizione e la struttura delle branchie è però conforme alla Caltianassa. Tra tutti i Crostacei che appartengono a questa famiglia il ge- nere Thalassina (6) si ravvicina strettamente alla Gebia e rappre senta una forma la quale minori deviazioni ha subìto nei suoi ca- È = e Macrura Challenger Exped. 7886, pag. 30-36. It. © .. Stat. Explor. Exped. 4859. Pit. 32, fig. 4 (3) Hist. nat. des Crust. Tome //, 1839, pag. 319-20, pl 25 bis, fig. 8-14 ì n etti in; Archiv. Naturg. 1876, Bd. I, pag. 135-158, Taf. Vs DA a (5) Bisi, Nat du Crust. /837, Tome II, pag. 321-325. — (6) Epwarps, Hist. nat. des Crust. i Di ur IL det: dr PERS er | ratteri in rapporto all’ Ax7ws, sia per la conformazione delle mandibole le quali sono provviste di denti nella loro superficie triturante, sia per il numero e per la struttura delle branchie le quali in parte sono secondo il tipo dei Fillobranchi in parte secondo quello dei Tricobranchi. (1) Anche qui manca però 1} appendice epipoidale nel primo paio di piedi mascellari, i pleopodi sono privi di un retina- culum nel loro ramo interno, il solo paio anteriore dei piedi ambula- tori termina con una chela e questa è del pari incompletamente svi- luppata. “da Questo carattere che a primo aspetto sembra stabilire una dif- ._ ferenza rimarchevole tra le forme riferibili alle Gebia e quelle che Dresentano più stretti rapporti coll’ Axius perde molto della sua im- portanza ove si considerino le abitudini di vita di questi Crostacei, © si ponga attenzione al fatto che esiste una specie vivente di ZXa- |. lassina (Thalassina gracitis Dana) (2) nella quale anche il secondo | Piede ambulatorio di destra si presenta incompletamente chelato. I generi Laomedia de Haan (3) e Calliadne Strahl (4) [CalZiadne Savignyi=Gebia stellata Audouin (5)] sono troppo incompletamente conosciuti per potersi pronunciare sui loro rapporti di affinità colle forme affini alla Gebia. Il primo paio di piedi ambulatori termina con una chela completa, il primo paio di piedi mascellari non porta alcuna appendice epipoidale, il ramo interno dei pleopodi è sprov- Visto di un retinaculum come si rileva dalle figure degli autori s0- Vracitati. Pigliando in ultimo a considerare gli altri Talassinidi fin ora conosciuti si riscontra un terzo tipo riferibile all’ Axus il quale rap- Presenta una forma intermediaria tra quest’ ultimo ed i Paguridi. Il genere Cheiroplataea Spence Bate (6) conviene coll’ Ax7us : per la conformazione generale del corpo, per la presenza d’una spina nel secondo articolo delle antenne esterne quale ultimo rudimento della squama e sopratutto per la struttura delle branchie le quali sono Secondo il tipo del Tricobranchi, ciò che non si osserva mai nei Pagu- Vidi. Nel rimanente dei caratteri ed in special modo per la forma delle antenne interne, dei piedi toracici e delle lamine laterali del telson hon si può separare da quest'ultimi. Non pare però che questo Cro- d PIERI n EIA NE (1) CLavs. Op. cit. pag. 60. (°) Op. cit. PI. 32, fig. 5-2 (3) FaunaJa povica: Crustacea. 1850, pag. 165, Tab. XXXV, fig. 8. (4) Monalsber. Preuss. Accad. d. Wissensch. Berlin, Decem. 1861. (5) Saviony: Egypte. Crust. PI. 9, fig. 3. (6) Report Crustacea ete. pag. 14-18, PI. 4, fig. 1. Ro e ea staceo abbia ancora acquistato le abitudini di un Paguro, di procu- rarsì cioè un riparo dentro la conchiglia di un mollusco. Questa singolare abitudine di vita importa una notevole modifi- cazione nella forma del corpo e conduce alla scomparsa quasi t0- tale della primitiva metameria (addome dei Paguridi) quale sì 0s- servava nel periodo larvale, in modo consimile a quanto interviene oggi nell’intero corpo dei Cirripedi per effetto del parasitismo. Il primo accenno di questa abitudine si manifesta in qualche modo in tutti i Talassinidi col cercare riparo in piccole cavità sca- vate sotto la sabbia, essa si esplica maggiormente nel Pylocheles (1) e sì avvera di fatto nel Pomazocheles (2) forme entrambe molto al- fini alla Cheiroplataea, si presenta quindi non solo nei Paguridi ma ancora si trova in qualche modo accennata in quegli anomuri che per la forma del loro corpo si rapportano ai Brachiuri (Dromia) (3). Mi rimane in ultimo a parlare del genere Glaucothoe (4) il quale viene da M. Edwards collocato tra i Talassinidi come forma di tran- sizione che stabilisce il passaggio tra i Paguri e le Callianasse. Come si può rilevare dalla descrizione e dalle figure dell'autore, il genere Gravcothoe non ha alcuna ragione di esistere perchè non è altro che uno stadio postlarvale di un Paguro. Nelle antenne esterne infatti la squama persiste ancora in stato di atrofia, oltre che la forma del corpo e delle sue appendici è pro- pria dei Paguridi. (5). (1) A. M. EpwvaRps. (Crustaces Blake Exped. in; Bull. Mus. Comp. Zool. Cambridge, pag. 39.) riferisce a questo riguardo che il Pylocheles vive in piccole cavità scavate im mezzo a frammenti di roccia o formate di sab- bia agglutinata. (2) Secondo Miers questa Crostaceo vive nella conchiglia del Dentalium ( v. Proc. Zool. Soc. of London, 1879, pag. 50.). 3) Sono abbastanza note le abitudini della Dromia, la quale si ricopre con una spugna mantenuta aderente al corpo per mezzo dei piedi posteriori che sono a tal uopo rovesciati sul dorso. (4) Annal. Sc. Nat. (1) 1830, Tome XIX, 334, pag. 334. (5) V. a questo riguardo: Fritz MiLer. Fiir Darwin. Leipzig 1864 pag. 37 e Seence Bare, in: Rep. Brit. Assoc. pag. 53. 1865. ed in; Anale and Mag. Nat. Hist. 1858 (1V) Vol. Il, pag. 115, PI. 11, fig. 3. dii CONCLUSIONI Dall’ esame delle diverse fasi postembrionali e dalla conoscenza - sull’ organizzazione generale degli adulti si riconoscono in tutti i Talassinidi viventi delle forme le quali in triplice serie evolutiva si presentano strettamente affini tra di loro e derivati da un unico tipo fondamentale (Axîus). La prima serie comprende quelle forme le n costantemente presentano in comune con questo i seguenti caratter Le mandibole sono sempre provviste di denti, n primo piede mascellare porta un appendice epipoidale, esistono sempre due paia di piedi chelati, il ramo interno dei pleopodi è provvisto di un re- tinaculum. e Le forme che si raggruppano in questa serie sono Calocaris, __Scytoleptus, Callianisea, Caltianis, Trypeae e Callianassa : La seconda serie abbraccia quelle forme le quali tirervoni dal d tipo primitivo per i seguenti caratteri : È La squama quando esiste è rappresentata da un semplice rudi- mentò saldato al secondo articolo della protopodite, le mandibole . Sono e non sono provviste di denti, il primo piede mascellare non | Porta giammai alcuna appendice epipoidale, esiste un sol paio di piedi ambulatori (il primo) terminato da una chela completa ed incom- Pleta, il ramo interno dei pleopodi è sempre sprovvisto di un reti- Naculum. È ‘Le forme che si raggruppano in questa serie sono: Ta/assina e _Gebia, Laomedia e Calliadne . La terza serie comprende ‘Ruella forme che rappresentano l’ a- È hello di transizione tra V'Arivs ed i Paguridi e comprende i generi: Ù Cheiroplataea, Pylocheles e Pomatocheles. A Nulla posso fin ora concludere relativamente alla posizione si- Stematica del Calliaris in relazione cogli altri Talassinidi. L'origine dei Talassinidi è ancora piena di incertezze, Boas (1) li fa derivare da un tipo molto affine all’ Homarus. Tra tutti i De- Capodi viventi si conosce oggi una forma assai rara, Thaumasto- Cheles Zaleuca (Villemoes Suhm) (2) intermediaria tra gli Homaridi ed i Talassanidi. Nel complesso della sua organizzazione questo cro- eo conviene più tosto con questi ultimi, però presenta in comune rino LX) Op. cit. pag. 110. IDE Trans. Linn. Soc. London, (ID) Tom. 1, pag. 49, Pit. X, fig. 1. sg). pe coi primi tre paia di piedi chelati ed il ramo interno dei pleopodi privo di un retinaculum.. I rapporti genealogici dei Talassinidi viventi s’ intendono facil- mente collo schema che segue: i TRYPEA CALLIANASSA LAOMEDIA GALLIADNE CALLIANIS GEBIA SCYTOLEPTUS CALLIANISEA THALASSINA . POMATOCHELES PYLOCHELES DS n CALOCARIS PAGURIDI 3 CHEIROPLATE A AXIUS Napoli, Stazione Zoologica, Ottobre 1890. Spiegazione delle Tav. I-IV Lettere comuni a tutte le figure. vi er, Esopodite. en, Endopodite. ep, Branchia epipoidale (Podobranchia Huxley}. br, ranchia. Ad, Glandola antennale, o orifizio della stessa. Ce, Cieco epatico. Im, Intestino medio. Aop, Aorta addominale. Aoc, Aorta cefalica. Aol, Aorta laterale. . Ad, Aorta deferente. TAVOLA I. Gebia litoralis Risso. Fig. 1 Larvadi Gebia appena uscita dall’uovo, (2 mm. di lunghezza) O » dopo la prima muta, (2 '<. mm. di lunghezza). +48 » » formadi transizione tra la Zoea e lo stadio di Mysts. >» 6 a, » nello stadio di Mysis, (3 *, mm. di lunghezza). 3 » db » nello stadio postlarvale (5 mm. di lunghezza). 10 fa, 1A iB 10 i, » Fri AMY differenti fasi di sviluppo delle acuta interne. esterne, nabafiio le. del primo paio di mascelle. del secondo paio di mascelle. del primo piede mascellare. del secondo piede mascellare. del terzo piede mascellare. dei pleopodi » » » » » » c/ 11 /a,b) forma del telson nella fase postlarvale e nell’adulto. 12 rappresenta i primi quattro piedi ambulatori nella fase A 13 » i cinque piedi ambulatori nella fase B. Arius slirynchus Leach. TAVOLA II. Zoca dell’Arius stirynchus (3 4], mm.di lunghezza). Seconda fase seg dello stesso (4, mm. di lunghezza). ) (0 mm Stadio di Mysiì Stadio rent differenti fasi di sviluppo delle antenne interne. 06; 4) b,..cd, #} b, c, d/ b, c) ò b b, c,d, e} db; €, d du » » » . di lunghezza). » » (6 mm. di lunghezza). » delle antenne esterne. delle mandibole. del primo paio di mascelle. )) b) » » del secondo paio di mascelle. » » del primo paio di piedi ma- scellari » » del secondo paio di piedi ma- scellari. » » del terzo paio di piedi ma- scellari. » dei pleopodi. 11 forma del telson dell’Azius sn 12 rappresenta la prominenza ventrale coll’abbozzo dei cun quattro piedi ambulatori 13 forma dei piedi ambulatori nella fase B. TaAvoLA III. Callianassa subterranea Leach. ved di Callianassa ci uscita dall’uovo (3 !], mm. di lungh). Zoea) (4 *, mm, di lunghezza). più adulta (5 mm. di lunghezza). nello stadio di Mysis (6 mm. di lungh.). in uno stadio postlarvale (1? mm. di lungh.). Fig. = » Y 90 - 2.:fa;. db; c;d; e) differenti La di sviluppo delle antenne interne. 3 (a, b, c, d} » » elle antenne esterne. 4 fa, b, c, d) » » » delle ibole 5 /a, b, c} » » » del primo paio di mascelle. 6 /a, b, c} » » » del secondo paio di mascelle. Ta, b, c,d,e} » » » del primo piede mascellare. 8 fa, b, e, d) » » » delsecondopiede mascellare. 9 fa, b, c, d) » » » del terzo piede mascellare. 10/a, b, c, d/ » » » dei pleopodi. 11 Secondo pleopode. 12 /a, b) ferma degli occhi nello stadio di Mysis e nell’adulto. 13 /a, b) forma del telson della €. subterranea Leach e €. truncata Giard e Bonnier. TAVOLA IV. Calliaris adriatica Heller Ra 1A Fase larvale più giovane del Calliazis (4%, mm. di lunghezza). 1B Seconda fase larvale del medesimo (8 ip, mm. di lunghezza). 41C Stadio di Mysis » » (12 mm. di lunghezza). 1D Calliaris adulto (grandezza naturale) ( secondo Heller ). 2 fa, a’, b, b’, c) differenti fasi delle due mandibole. 3 fa, b, c) » » del primo paio di mascelle. 4 fa, b, c) » » del secondo paio di mascelle. 5 fa, Db. e) » » del primo piede mascellare. “ (ep) d - Reg GI wu del secondo piede mascellare. 7a, b, c, d, e) » » del terzo piede mascellare. 8 (a, b) porzione terminale del prolungamento oculare nella fase B. colle due paia di antenne. 9 antenne ra nello stadio di Mysis. 10 ) esterne » » 41 forma del telson in una fase intermediaria s; A e B. 1° ì) » » a Be 0. 13 labbro SR #E BT Determinazione della costante di una bussola delle tangenti — Nota di G. Vanm. (Tornata del 14 decembre 1890) Lo scopo di questo scritto è puramente didattico ; e consiste . nell’ esporre le precauzioni da tenere per determinare la costante di una bussola delle tangenti per via elettrochimica e di mostrare la concordanza dei risultati che è possibile ottenere con metodi di- versi. Mostrerò in ultimo come si debba procedere per determinare, con una bussola di cui sia nota la costante, la forza elettromotrice e la resistenza interna di una batteria. E noto che, data una bussola nella quale si possa ritenere uguale a J=04mp:3 (1) la forma della finzione che lega la deviazione angolare S dell’ ago alla intensità J della corrente, la determinazione del coefficiente C per via elettrochimica è, teoricamente, molto semplice: basta far Passare per la bussola e per un voltametro una corrente di inten- sità opportuna, costante per quanto è possibile, e poi dal peso del Metallo raccolto sul catodo in un tempo determinato , dedurre il valore della intensità media J; allora, calcolato per mezzo delle let- ture fatte durante la operazione, il valore della deviazione media $ non si deve far altro che risolvere la equazione precedente ri- Spetto a C. ; È cosa di grande importanza la scelta dell’ elettrolite da de- comporre. Per le ricerche di grande precisione, quello che meglio SÌ presta è la soluzione di nitrato di argento; ma,-l’ uso del volta- Metro a nitrato d’ argento richiede molto tempo e molte cure e dei Inezzi speciali che non sempre è possibile avere a propria disposi- zione. È questa la ragione per cui, nelle determinazioni per le quali hon è richiesta una precisione al di là di un certo limite, viene Preferito l’uso del voltametro a solfato di rame ; tanto più che le Pecenti ricerche del Gray (1) hanno mostrato come, prendendo al- cune precauzioni finora trascurate e tenendo conto della variabilità dell’ equivalente elettrochimico apparente del rame, si possano ot- tenere risultati di una approssimazione più che soddisfacente. Ri- re ARE FAVA] (1) Philos. Mag. Tome XXII, 1886, pag. 389, Tome XXV, 1888, pag. 179. pa fa mandando alla memoria citata per una conoscenza completa della quistione, noi descriveremo quì brevemente le cure da prendere ed i risultati ottenuti in alcune esperienze di Laboratorio fatte nel Di- cembre dello scorso anno. La forma di voltametro adoperata è quella solita ad elettrodi verticali. L° anodo è costituito da due lamine di rame elettrolitico (che ora é facile avere in commercio) distanti circa 5 cent. fra le quali si trova il catodo, formato da una lamina di platino di forma rettangolare , a spigoli arrotondati e avente I’ area di 4 «|. 6 cmq circa; questa lamina, che si pesa accuratamente prima della esperienza, viene fissata ad una morsetta opportuna , in comunica- zione col polo negativo della pila. La soluzione da adoperare può essere ottenuta col solfato di rame del commercio, al quale è bene che si siano fatte subire due o tre cristallizzazioni successive. La den- sità della stessa soluzione deve essere compresa fra 1.05 (a 15°) (cor- rispondente a 8 °/, in peso di CuSO, + 5H,0) e 1.17 (24 °/ in peso di CuS0,+5H,0) giacchè, al di sotto di 1.05 il deposito è poco ade- rente e si distacca facilmente e, d’altra parte, adoperando soluzioni vicine alla saturazione, si hanno delle cristallizzazioni parassite su- gli elettrodi ; conviene aggiungere alla soluzione 1’ uno °/, ID peso di acido solforico concentrato, per evitare Ia formazione di sottosali sulrame elettrolitico deposto. Fatta passare la corrente per un tempo determinato (che si misura con un buon orologio a secondi), si estrae il catodo e lo si immerge nell’ acqua acidulata con acido solforico; poi, dopo averlo lavato con una forte corrente d’acqua, lo si asciuga con della carta bibula. Se Y operazione è stata ben condotta, il de- posito non deve presentare macchie e deve essere compatto , omo- geneo e bene aderente. Quando queste condizioni siano soddisfatte, si determina con una buona bilancia I aumento di peso subito dal catodo dopo il passaggio della corrente. Una circostanza essenziale bisogna tenere ben presente nell’uso del voltametro a solfato di rame, circostanza che trascurata può dar luogo ad errori gravi. Per ottenere buoni depositi, è necessario che la densità della corrente sul catodo (vale a dire il numero di unità di corrente per cmq di superficie) sia compreso fra certi limiti. Secondo il Gray, tale densità non deve eccedere 20 milliampères per cmq, ani essere inferiore a 3.33 milliampères. In relazione adunque con l'a- rea degli elettrodi bisogna scegliere la intensità della corrente 0P- portuna. Inoltre, in relazione alla densità stessa, ed alla tempera” tura della soluzione, varia il numero pel quale bisogna dividere il peso di rame deposto sul catodo in un secondo. Ecco i risultati ot- tenuti dal Gray dopo una lunghissima serie di esperienze. ll {n 24 Mei ge Densità della corrente veri. 2949" mo pl er 09° i 20 milliampères per cmp 0mgr,3288 0mgr,3287 6.mer,3286 0mgr.3286 0.mgr,3982 2 ) 0. 3288 84 83 81 74 6. 667 » 0. 3287 81 80 78 67 5. 0 » 0.. 3285 79 77 74 59 4.0 » 0. 3283 78 TO 68 DE 3. 33 » 0. - 3282 78 72 62 45 I risultati sopra esposti non infirmano già la legge fondamen- tale del Faraday sulla elettrolisi, con la quale essi sembrano, a pri- Ma vista , in contraddizione. Senza fermarci su questo punto e ri- mandando, del resto , alla memoria citata chi volesse approfondire la quistione (1) noi riterremo la cosa come un dato di fatto , e ce ne avvarremo. Poste queste considerazioni generali, ceco lalisposizione adottata. La corrente data da una bat- teria M di quattro elementi Meidinger disposti in due deri- vazioni (fig. 1) attraversa il vol- tametro a solfato di rame V. I poli opposti della pila mettono capo alle due pozzette a e d di un commutatore a mercurio CU di cui le altre due b e c sono |] in comunicazione con la bussola B della quale si deve determi- li nare la costante. L’ uso dì que- sto commutatore ha per iscopo hi di eliminare, mercè l' inver- x sione della corrente , } errore Fig. 1 relativo alla inesattezza di orientazione della bussola (2) e quello dipendente dalla non coincidenza dell’ asse magnetico dell’ ago con l’asse geometrico; l’ errore di eccentricità della graduazione viene attenuato con la solita doppia lettura dalle due parti della scala. ‘sn la disposizione rappresentata nella figura (a con be c con d) corrente, che si fa passare per mezz'ora, circola nel senso indi- n culeniu x (1) Sulla misura elettrochimica delle correnti voltaiche » questo Boll. Anno V, Vol. Y. Art. seguente. (4) Manuale del Naccari e BetLati, pag. 482. e cato dalle frecce; quando invece si mette in comunicazione a con c e b cond, la corrente cambia direzione nella sola bussola e si fa passare per un’ altra mezz’ ora. Delle variazioni di intensità (quan- do, bene inteso , non siano troppo forti) si tien conto facendo le letture ad intervalli opportuni, sia nella posizione diretta sia in quella inversa e prendendo poi la media. La bussola da noi adoperata è una bussola costruita dalla casa Siemens e Halske, ed è del sistema Gaugain a cappelletto di pietra dura. Le pesate si fanno, entro il mezzo milligrammo, con una buona bilancia Riiprecht e tenendo conto delle correzioni dei pezzi della pesiera adoperata. Ecco i risultati ottenuti. 1.* Determinazione Indicazioni della bussola vedo i: 21.95 Peso dirame raccolto in 3600 ; 292.0 Corrente diretta 37° 22.0! i - te dirette: 22-05 122,0 secondi medi = 41328 ,0 VALE 21), zi DI f 999 Jo , Deviazione media > 0.208 della ug 22.0 liti 29,90) 22.20 È DI) Corrente inversa 20 a 22.0 Con questi dati si ottiene 413.0 «0 #6 — 3600 >< 0,3287 3< ig 22.° 06 Si è ritenuto il valore [Cu]=0msr, 3287 come equivalente elet- trochimico del rame perchè tale è il valore che corrisponde alla. densità della corrente sul catodo , ed alla temperatura della solu- zione. A tale proposito è da osservare che si è regolata la resistenza del circuito esterno in modo da avere la deviazione sopra indicata, e non prossima a 45° come sarebbe necessario per avere la sensi bilità massima, appunto perchè con le dimensioni della lamina di Platino che serve da catodo, si era al massimo limite di densità di corrente (20 milliampères per cmq.) Infine, è ben noto che il pe cipio delle tangenti si applica meglio a deviazioni non ni — 35 +— 2.* Determinazione Indicazioni della bussola : Verdi: *2 122.1 la 20 Mi ; EHE: dadi Peso di rame raccolto in 22.8 59 vi 22.85 |; )*) ‘0 22.95 a \ A KO fc sa Deviazione media Sm=22.°92 Corrente inversa 23.1 23.05 ) 23.°02 Densità della corr.= 20Um.amp. 0: Bf EPZOA 23.11 23.05 } edi = 0.87 3600 Xx 0.3287 Xx taug 22. ‘92 3. Determinazione i 16.6 ono Peso di rame raccolto in 3600 pPrsente direita T6,7 | 16.65) 16.768 secondi medi = 309. mg 5 16.8 + 16.98 16.85 16.6) 16.7) ; Deviazione media Sm=16.° 73 Corrente inversa 16.8) 16,°78? 16.°78 Densità della corrente = 15 16.94 (> pnt 16.8 16.9 — 3600 X0. 3285 X tang 16. 73 4.* Determinazione Volendo avere , per altra via, una conferma dei risultati pre- ica Si è fatta un’altra determinazione, disponendo in serie, in- a con la bussola , un galvanometro di torsione della casa Sie- > © Halske di cui una parte vale 08mP, 001 il quale dà diretta- = gra mente in milliampères la intensità della corrente che lo attraversa. ‘Tenendo conto della correzione di questo stromento ‘e con le solite precauzioni, si è trovato _ C=0,87 In conclusione, potrà ritenersi dl87 come valore della costante della bussola adoperata, per temperature prossime a 12°; l’errore assoluto della determinazione essendo cer- tamente inferiore a 08mP,01. Determinazione delle costanti di una batteria Thomson Ci serviremo ora della bussola dij cui abbiamo determinato la costante, per misurare la forza elettromotrice e la resistenza in- terna di una batteria formata da tre clementi Thomson disposti in serie. Tali elementi hanno , come è noto , il vantaggio di avere una piccola resistenza interna e di dare una corrente abbastanza co- stante, anche con una durata notevole della chiusura del circuito. Nel modello adottato nel Laboratorio della R. Scuola Ingegneri, lo zinco, fatto a griglia ha le dimensioni 0m.4x<0,4:; la soluzione di solfato di rame del commercio , la quale si trova nella parte infe- riore dell’ elemento, è quasi satura; invece quella di solfato di zinco, separata dalla prima da un foglio di carta pergamena, contiene il 10 °/, circa, in peso, di sale. Il metodo seguito è quello di Fechner. La disposizione è quel- larappresentataschematicamen- te dalla fio. 2, ove R è una cassetta di resistenza, B la buS- sola Siemens di cui si è deter- minata la costante ; C il com- mutatore a mercurio per l’inver- sione della corrente. La resistenza dei fili di comu-, nicazione, come pure quella della bussola, è stata accurata- mente determinata con una © sperienza preliminare, e 51 © Fig. 2 trovato per la prima, 0°h,263, per la seconda 0%,107 a 15°. In- | | dt ARI dicando quindi col simbolo G la somma delle anzidette resistenze, avremo = (0.0h 263 + 0,0 107 = 0.0h 370 Ciò posto, siano R, ed R, due resistenze convenientemente scelte da introdurre nel Pointe R e tali da dare deviazioni prossime a 30° ed a 60° rispettivamente (1). Indicando un 6, € 6, le corrispon- denti deviazioni della bussola, avremo E E ——__— = Ctg6 = Cig Pp+G+R, o esci da ie ove E e 7 rappresentano la forza elettromotrice e la resistenza in- terna della batteria. Dalle equazioni precedenti si ricava t9 6, le quali permettono di calcolare le quantità che si cercano E e g.—. Bene inteso che il metodo esposto non dà buoni risultati se non con pile costanti e poco polarizzabili, (2) come appunto ne é ora il caso, Ciò posto, la batteria di elementi Thomson che si è studiata, dovendo servire per alcune ricerche del prof. Pisati sulla distribu- zione del magnetismo nelle verghe, si è voluto vedere come ne va- riassero le costanti sia prima sia durante il periodo di attività. A questo scopo , si è eseguito un gran numero di misure delle quali iporteremo solo una parte. La batteria, montata nelle ore ant. del giorno 13 marzo, viene lasciata a sè stessa per un po di tempo, e alle 3 pom. dello stesso giorno si incominciano le letture, delle quali riportiamo più avanti ì risultati. Il giorno dopo, viene fatta un’ altra determinazione delle costanti della batteria e nelle ore pom. viene adoperata dal prof. Pisati, il quale la tiene in attività senza interruzione dal 14 marzo fino al giorno 11 aprile, vale a dire per un mese circa. In questo Vrr_— ——_tccir (1) Srewarr and Ger. Elementary Practical Phyisics, Tome //, 230 (2) Naccari e BeLrati. Manuale di Fisica pratica, pag. 546. fs RA periodo di tempo la misura delle costanti dà i risultati esposti nella tabella riassuntiva. Per maggior chiarezza, riporteremo gli elementi del calcolo per una delle serie di misure eseguite. Sceglieremo per es. quella fatta il 28 marzo, dopo che la batteria è stata 14 giorni in azione. "98 marzo) 4°, determinazione delle costanti della batteria Thomson: vd /5=30.8) n 13= 61.6 I) R,=5.0h0 | R,=1.0h2 30.4 } 61.0 } 50,3 { 30.85 617 | 60.80 30.4 60.3 30.2 60.1 Il) R,=5.0h1 R,=1.%h3 30.1 59.8 29.9 59.5 30.0 60.3 \ 29,8 \ 60.1 Il) R,=5.0%2 R,=1.%3 Î 20.5 59.7 29.3 \ 59.4 29.4 60.3 29.3 | 60.2 IV) R,=5.0%3 R, = 103 20.1 | 59.6 29.0 59.3 29.0 58.9 : 29.0 \ 58.8 V) R,=5.0h 4 R,=1.04 28.7 | 58.4 \ 28,6 58.1 Le precedenti letture sono state fatte nell’ ordine 1), ID, 13); IV), V) quelle che seguono sono fatte invece nell’ ordine inverso X), IX), VII), VII), VI); e questo allo scopo di esaminare le varia- zioni della pila. 7 )R=b. 46=%. 81- RSI. 46258.5 0. DE2 80 Quali sostituiti nelle formole G perda Baila gl sith) tg 6, — tg 64 ‘anno i risultati relativi alla determinazione del 28 Marzo e quì sopra segnati. dei E Si può dunque concludere che la forza elettromotrice effettiva media della batteria, è stata nel periodo delle misure (1 ora circa) E= 2volts,89 e la resistenza interna = 00h,26 per t = 14.°7. i La forza elettromotrice media di un elemento, PARE T oO nd +96 e la resistenza interna 2= Sii 0°h,09 circa. Ecco il riassunto di tutte le determinazioni fatte. ; — 41 — i Forza elettr. m. d. batt. Resist. interna i temper. media È E = vo. volts)7 \ = 00h.29\ 13 Marzo 2. 98 0. 30 È e A 97} En=2Y.97 0. 30) tm= 0%.30 t=14°.1 opo 5 ore circa da che PA .| 0. 29 a batt. è stata montata de a x ou 0. 30) 14 Marzo Be 37 91 o = 00.26) CA ; 3 92 6 po 1 giorno da che è 2I 0. 2 | . ata montata. + 91) Em=2v.92 0. 25/p= 00.26 t6=14*2 Nelle ore pom. Ja att. viene messa in ” ità. TO CLtO. tO 7? DD o © « do : — Eee ZF. 87: p=0. 24, : 18 Marzo o 88 dì > Î lopo quattro giorni da 2.88) Eu= 21,88 0. 25) om =00%.25 t= 14.4 Îhe la batteria è stata 9 88 0. 35 lessa in attività n su i È 0. 26 E=2v 89; g=0 n) 6) 2 89 0. 26 28 Marzo 2 3 opo o SRI La E 0. 27) tm=0%.26 t= 14.7 ® quattordici giorni DAR ia lav lci giorni 9 89 0 o ; 2, 89’ 0. 26 ki, > 80 p='0. 28) vi € Pa O lari MU Aprile ALII | . 2. 80) Em=27.80 0. 28) om = 0.28 t= 150.0 attività 2 82 0. 2o\ I I 0. 29: dI : n È | Come si vede dalla tabella precedente, le costanti della batteria Thomson adoperata, tenuta giornalmente in attività, hanno variato Poco; e, per un periodo di tempo abbastanza lungo , (dal 14 al 28 Marzo) hanno variato in modo da dare una corrente sufficiente- Mente costante in un circuito esterno di opportuna resistenza. io Ventisette giorni | attività ) ni È i Ù ) Roma, Laboratorio di Fisica tecnica della R. Scuola degli In- 9egneri, Aprile 1890. CC 73° SA Sulla misura voltametrica delle correnti elettri- che — Ricerca di G. Vaxn. (Tornata del 14 decembre 1890) I. Generalità Fra i diversi metodi atti a prestarsi alla misura delle correnti elettriche, quello fondato sulla decomposizione di elettroliti liquidi opportunamente scelti, è senza dubbio un metodo nel quale, ad una precisione più che soddisfacente, si trova riunita la probabilità di giovarsi delle risorse disponibili negli ordinarî laboratori. I liquidi maggiormente preferiti in tale genere di ricerche sono, come è noto, il nitrato di argento ed il solfato di rame; il primo essendo special- mente da adoperare nelle ricerche di maggiore precisione (campio- namento degli amperometri, determinazione delle costanti delle bus- sole ecc.). Si hanno così, in corrispondenza, due specie di voltametri; ma, per ottenere con questi risultati attendibili, occorrono alcune norme e precauzioni, generalmente poco note e nella importanza delle quali, i diversi autori sono spesso discordi. Lo studio sistema- tico di queste precauzioni, quello del limite di precisione che è pos- sibile ottenere nei casi più frequenti nella pratica ed infine a il con- fronto fra alcune specie di voltametri maggiormente adoperate, co stituiscono appunto gli scopi che lo scrivente si è proposto di rag- giungere col presente lavoro. Voltametro a nitrato di argento. — Cominciando dal voltametro a nitrato di argento è noto che le recenti ricerche del Rayleigh (1) . del Kohlrausch (2), del Mascart (3) e dei sigri Pellat & Potier (4) hanno condotto a ritenere il numero 0,4" 001118 come valore più probabile dell’equivalente elettrochimico dell'argento. i uanto alle forme di voltametro comunemente adoperate E in quella a capsula indicata dal Poggendorff e preferita dal Rayleigh come la più comoda e la più precisa, il catodo è costituito da una coppa di platino di 7--8em di diametro e 2em circa di altezza. Questa coppa si appoggia sopra tre sostegni di ottone platinato isolati sopr@ una grossa lastra di ebanite. L’anodo è costituito da un disco di (1) Phil. Trans. London, 1884, Part. II, pag. 411. (2) Wiedemann Annalen, Band. XXVII. ql (8) Journ. de Physique, Tome I, 1882, pag. 109, Tome, III, 1884, pag. 283. (4) Journ. de Physique, Tome IX, 1890, pag. 381. ua. COSE argento chimicamente puro, disposto orizzontalmente e ravvolto nella tela per impedire che cadano al fondo della capsula i frammenti di ossido di argento i quali possono formarsi durante la elettrolisi. —. Il Gray, il quale si è molto occupato dell’argomento in questione (1), preferisce invece la forma usuale a lamine verticali, adoperando per elettrodo una lamine di argento chimicamente puro. In entrambi i . casi, la soluzione adoperata deve contenere dal 5 al 15 °/, in peso di nitrato di argento; per correnti le quali non eccedono 04mP,250 sono da preferire, secondo il Rayleigh, soluzioni contenenti il limite inferiore sopra indicato (5 °) di nitrato di argento; la proporzione el sale disciolto dovendo crescere, con la intensità della corrente da misurare. Una importanza speciale ha, nella esattezza dei risultati, la den- sità della corrente che si misura, vale a dire il numero di unità di corrente per ogni unità di superficie del catodo. Secondo il Rayleigh. per ottenere risultati precisi nella misura di correnti non eccedenti 0amp,500 e facendo uso del voltametro a capsula, bisogna che la den- sità sopra indicata non superi 08mP,010 per cmq di catodo. Quanto poi alle cure che bisogna avere dopo il passaggio della corrente, è necessario vuotare la capsula di platino, lavarla ripetutamente con acqua distillata e poi seccarla tenendola per qualche ora in una stufa ad aria a 160° circa; infine, scaldarla fortemente in una capsula di porcellana per quattro o cinque minuti. Quest'ultima operazione ha per iscopo di decomporre quelle piccole quantità di soluzione le quali Possono essere rimaste incluse nell’argento elettrolitico deposto nella capsula e ridurre così al minimo questa causa di errore; e ad at- tenuarla maggiormente concorre pure la avvertenza di far passare la corrente per un intervallo di tempo, sufficiente per rendere molto piccolo l’errore relativo della pesata del deposito, ma non maggiore di un certo limite, per non deporre insieme col metallo delle quan- tità notevoli di soluzione le quali aumenterebbero troppo, anche dopo decomposte, il peso dell'elettrolito prodotto dalla corrente. Il Rayleigh consiglia un intervallo di 45--60 minuti per correnti che non supe- rino 08mp,500. Voltametro a solfato di rame. — L'uso dei voltametri a solfato di rame è incontestabilmente più semplice e più comodo di quello a nitrato di argento; i depositi che si ottengono, anche con variazioni notevoli nella grandezza delle lamine e nella densità della soluzione e della corrente, sono aderenti ed omogenei. Per conseguenza, l’uso VOOR RO RAAA | (4) Phil. Mag. Tome XXI, 1886, pag. 389, Toms XXV, 1888, pag. 179. e E di tali voltametri è da preferire quando si tratta di correnti molto forti e variabili fra limiti assai estesi, per le quali si richiederebbero dimensioni eccessive nei voltametri a nitrato di argento. Inoltre l’uso della elettrolisi del solfato di rame conduce a risultati di una . soddisfacente precisione, prendendo le precauzioni seguenti. Il solfato di rame da adoperare può essere quello del commercio al quale si sono fatte subire tre o quattro successive cristallizza- zioni. La densità della soluzione deve essere compresa fra 1.05 (a 15°) (3 °/, in peso di CuS0,+5 H,0)e 1,17 (24 °/ in peso di Cu H,6,-|5 H 0); per evitare la formazione dei sottosali i quali si formano facilmente quando il rame elettrolitico deposto si estrae dal voltametro, è bene aggiungere alla soluzione 1 °/, in peso di acido solforico puro. Infine, la densità della corrente sul catodo non deve superare 08mP ,010 per cmq né essere inferiore a 08mP 0033. Dopo la elettrolisi, bisogna im- mergere il catodo (che può essere costituito da una lamina di rame elettrolitico o di platino) nell'acqua distillata contenente un po'di acido solforico; poi, dopo averlo lavato con una corrente di acqua distil- lata, asciugarlo con della carta bibula (1). Se l'operazione è stata ben condotta, il deposito deve presentare una tinta rosea, scevra affatto di macchie e di iridescenze, e deve inoltre essere omogeneo e bene aderente. Una circostanza essenziale bisogna tenere ben presente nell'uso di questo voltametro, circostanza che, trascurata, può dar luogo ad errori gravi. Il numero pel quale bisogna dividere il peso di rame raccolto nella unità di tempo, per ottenere la intensità della cor- rente, non è già costante come succede per l'argento, ma varia al variare della temperatura della soluzione e della densità della cor- rente. Ecco i risultati dedotti dal Gray dopo una lunghissima serie di esperienze (2), e ritenendo per equivalente elettrochimico dell'argento il valore [Ag] = 08001118. (1) La immersione della lamina nell’alcool puro, consigliata da alcuni autori, non sembra opportuna allo scrivente; giacchè si formano, in tali condizioni, delle iridescenze sulla superficie del deposito, le quali debbono essere assolutamente evitate. (2) Phil. Mag. Tome XXV, 1888, pag. 179. i AE Densità della corrente —t—2° t=12° t=23° t=28° 90° amp. 0,020 per cmq 08,0003288 0,0003287 0,0003286 0,0003286 0,0003282 . 0,010 84 83 81 ue PRE AE - META PETE PELOSA i ia 74 0,00667 87 81 80 78 67 0,0050 85 79 77 74 59 0,0040 83 #8 75 68 52 0,0033 82 78 e, 62 0,0003245 I risultati sopra esposti non infirmano già la legge del Faraday, con la quale essi sembrano, a prima vista, in contraddizione. Il peso, infatti, di rame deposta da un coulomb è costante ed il Gray, par- tendo da certe considerazioni, ne stabilisce il valore 0gr ,000 3290 (1). Ma è facile vedere che le condizionì ordinarie delle determinazioni voltametriche non sono quelle che dovrebbero essere soddisfatte per potere ritenere il valore dato come equivalente elettrochimico del rame. Innanzi tutto il solfato di rame ordinario (anche senza ag- giunta di acido solforico libero ) scioglie una porzione più o meno grande del rame elettrolitico deposto sul catodo. Questo fatto, 0s- servato dal Gore (2) affermato da alcuni, regato da altri sperimen- tatori sembra oramai fuori di dubbio; e, senza pregiudicare la qui- stione se tale azione dissolvente abbia o no luogo nelle soluzioni chimicamente pure e libere affatto di acido, è certo che le soluzioni adoperate nelle ricerche ordinarie attaccano e sciolgono dei pesi non trascurabili di rame. Il Gray cita alcuni risultati numerici ottenuti; ma siccome questi dipendono dalle particolari condizioni della espe- rienza, così egli consiglia di determinare direttamente tale azione dissolvente prima o dopo la elettrolisi. Oltre a questa causa di er- ore, è da considerare che la deposizione del rame elettrolitico, av- venendo in seno ad una soluzione, una parte di questa rimane im- Prigionata nelle particelle del deposito; e non si può nemmeno de- comporla, come nel caso del volta-metro a nitrato di argento, giac- ché l'elevazione di temperatura necessaria produrrebbe una notevole ©ssidazione. E da notare pure che, per quanto si cerchi di attenuar- . la, una piccola ossidazione parziale del rame sia durante la elettro- | lisi, sia durante il periodo di lavaggio e di essiccamento, è molto . difficile ad evitare. Infine , le ricerche recenti del Soret (3) hanno . dimostrato che il rame deposto sul catodo contiene delle quantità SPesso considerevoli di idrogeno, di ossido di carbonio e di anidride e: (1) Phil. Mag. Tome XXI, 1886, pig. 389. (2) Nalure, febbraio, 1883. (8) C. R. Tome GVIII, pag. 1298. E ga carbonica, le quali non si svolguno che portando il deposito al rosso ciliegia. Sono appunto queste diverse circostanze che rendono varia- bile ciò che potrebbe chiamasi l’ equivalente elettrochimico @appa- rente del rame; tali circostanze pare che non abbiano luogo, in modo sensibile, nel voltametro a nitrato di argento il quale, appunto per questo , è da preferire quando si tratti di ricerche di grande pre- cisione. Recentemente il Ryan (1) ha proposto una nuova forma di vol- tametro nella quale gli elettrodi sono costituiti da due grossi fili di rame elettrolitico avvolti a spirale : la spirale esterna funziona da anodo e quella interna (il cui diametro è inferiore da 3 + 4 cm a quello dell'altra ) da catodo. La densità della soluzione deve essere compresa fra 1.10 e 1.17, Non è necessario che il solfato di rame, l’acqua e l'acido siano chimicamente puri. Le precauzioni da pren- dere sono identiche a quelle già descritte. de Il vantaggio ottenuto con questo voltametro, pare dipenda dal fatto che la forma a spirale cilindrica dei due elettrodi impedisce le variazioni di densita in vicinanza degli elettrodi medesimi, le quali hanno luogo specialmente nei voltametri a lamine verticali. L’errore relativo ottenuto con questa nuova disposizione arriva al massimo al 0,4 °/, invece dell'errore del 3 o 4 */, che secondo l’autore, si era finora avuto con le solite forme. Poste queste considerazioni generali. descriveremo brevemente alcune delle esperienze eseguite; e cominceremo da quella fatta nel febbraio scorso , avente per scopo il campionamento di una parte della scala del galvanometro a torsione Siemens N.° 5708, adoperato dal prof, Pisati nelle sue ricerche sul Magnetismo. JI. Relazione delle esperienze 1.* SERIE. Innanzi tutto, poichè nella misura della corrente ehe trano la valutazione di un intervallo di tempo e la determinazione di un aumento di peso, si è cominciato dallo studiare 1’ andamen'? e l'errore dei relativi stromenti di misura, esistenti nel Laboratorio della R. Scuola degli Ingegneri. n i Misura del tempo.—1l cronometro adoperato è il cronometro Roskell N.° 1775 appartenente al Gabinetto di Geodesia , il quale s batte secondo si-lerale. Esso è stato confrontato con un pendolo SI derale costruito da Dent di Londra, avvalendosi di un cronografo (1) Amer. Instit. of Electr. Engin. New-York, 1889. de EEE pi Hipp e prendenno tutte le precauzioni nenecessarie per eliminare le possibili cause di errore (1). L'andamento diurno medio dell’ orologio Dent, determinato per mezzo di passaggi di stelle, variava, nell’ e- poca delle esperienze, ( febbraio-marzo 1890) da 08,3 a 08,5 ed era quindi affatto trascurabile nel breve periodo (60 sica delle mi- sure voltametriche: Ecco i risultati del confronto. Orologio Dent Cronometro Roskell i medio del > skell in unora 8h 45,m 39,533 0,h 54m È 1.0 05,0 59,813 . 2,106. 00 0.8 43 0. 51. 98. 45) 11.h 00. 00 14.h 58, 53,8 7/ t14. h59,m 00 0. 42 20. DO: 32. 16 24.h 59. 00 | Ù 2128. 58. 94 | 2.120.m 00 0. 44 CI 19. 31. 10) 28.028. 00} 7.542. 56. 77 | 7,0 43.200 0. 41 Mi 00, 97. 87. i 97.811. 00 | 19.9 59. 51- 28 20.h.00. 000, 43 90. 02: 10.15 56.h 11. 00 Si può dunque ritenere eguale a 08 ,4 Vavanzo del cronometro Roskell in un’ora per temperature comprese fra 12° e 14°,5 che sono Ì limiti fra cui ha oscillato la temperatura dell'ambiente nel periodo delle esperienze. Misura delle masse. — Gli aumenti di peso, sia delle lamine per i voltametri a solfato di rame, sia della capsula per il voltame- tro a nitrato di argento, sono stati determinati con una bilancia di Precisione costruita dal Riiprecht e facendo uso di una pesiera Stuckrath della quale era stata determinata per ogni pezzo, dal Di- lettore dell'ufficio centrale metrico, la correzione relativa. L'errore di accomodamento della bilancia (1) e la sensibilità re- lativa, con i carichi di 20 e 508r , sono stati trovati uguali errore di accomodamento sensibilità ess 00.34 lp = (108,051 e=+0P, 3) 1» — 08,0)52 carico di 20gr carico di 50gr CESAR (1) Pisati e Puoci. Sulla lunghezza del pendolo a secondi, pag. 37 (1) Il concetto dell'errore di accomodameuto di una bilancia è stato in- trodotto nella scienza delle misure dal prof. Pisati. Esso corrisponde all’er- Tore medio di una osservazione della posizione dell’ equilibrio dell’ indice, facendo oscillare e arrestando ogni volta il giogo e i piattelli della bilancia Per un sufficiente numero di volte. Ecco i risultati relativi al calcolo del- l’errore di accomodamento e della sensibilità della bilancia Riiprecht da L'errore dovuto alla spinta dell’aria è affatto trascurabile sia per i pezzi della pesiera adoperati nella misura sia per il corpo da pesare, le pesate essendo fatte col metodo della tara; in guisa che, determinata la posizione di equilibrio della bilancia quando i catodi dei voltametri sono nudi, i pesi da cambiare nella seconda pesatà, allorché i catodi vengono estratti dai voltametri si limitano ai soli pezzi di alluminio della pesiera e non arrivano mai ad un grammo. Quanto poi alla spinta dell’aria relativa ai catodi medesimi, essa è sensibilmente la stessa nei due casi, stante la piccolissima varia- zione di volume avvenuta. Ciò posto, ecco la disposizione adottata per le misure. La pila è costituita da dodici elementi Meidinger di cui sei sono disposte in serie; la forza elettromotrice media di ciascun elemento è poco differente da un volt e la resistenza interna varia da 8 a 10 ohms. Il circuito esterno comprende : 1) Un reostata per far variare opportunamente la intensità della corrente ; 2) Il galvanometro di torsione Siemens da campionare, avente un ohm di resistenza (a 15°) e di cui una parte vale circa un mil- liampére. Questo galvanometro, come è noto, è costituito da un ma- gnete di acciaio avente la forma di un cilindro allungato fesso lon- gitudinalmente secondo due generatrici opposte. Il magnete stesso è sospeso per mezzo di un filo di seta fra due rocchetti di filo di rame i quali sono percorsi dalla corrente e porta un indice di al- luminio corrispondente, quando lo stromento è orientato, allo zero della graduazione. Quando il magnete, pel passaggio della corrente, è deviato dalla sua posizione di equilibrio, si riconduce l’indice In corrispondenza dello zero, agendo sopra una spirale cilindrica di ar- gentana, di cui un capo è fissato all’estremo superiore del magnete, e l’altro è connesso ad un disco di ottone munito di un secondo in- oi ottenuti col carico di 20gr circa iu entrambi i piattelli. La posizione di suit dell'indice è ogni volta dedotta dalla media di sei elongazioni successive combinate tre per tre. tren di equilibrio dell’ indice i sen n mg col mg. A ca br.-Ib 11° 73°. 43 HI 93. 92 IV* 73. 95 err. mediodiaccom-e= (biente 0P, 34 ci = DV. VE 19,02 + +98 VIL* 18. 87 e quindi IX 90.16: 73. 63 imge-m—m —=19P,82te V2=19P.82 9 dice il quale segna sulla graduazione dello stromento l'angolo di cui bisogna torcere la molla per ottenere la accennata coincidenza. È a quest’ angolo di torsione che é proporzionale la intensità della corrente. 3) Un certo numero di voltametri (sei) a solfato di rame di- sposti in serie, preparati con le cure già indicate: gli anodi sono di rame elettrolico, i catodi sono formati da lamine di platino. La so- luzione di solfato di rame è stata purificata con tre successive cri- stallizzazioni e contiene 1°, circa in peso di acido solforico puro. 4) Infine il voltametro campione a nitrato di argento ed a capsula di platino precedentemente descritto, con la soluzione di ni- trato al 5 °/, in peso. Indicazioni del galvanometro. — Alle ore 9220,00 del crono- metro Roskell, si chiude il circuito e un minuto dopo si fanno le seguenti letture 9a 20,200 chius. delcircuito o, 39 103,P 0 so: 102,» 2 9,40 102,8 22 104,3 4l 102,8 Ss 105,1 42 102,7 22 105,8 43 102,6 nas 106,0 Ad 102,6 21, 106,0 9,45 102,5 di 106,0 9,50 102,2 S 106,0 9,55 102,1 29 105,8 10,2 00, 00 101,9 9,30 105,5 10,05 101,8 È 105,0 10,10 101,6 32 104,9 10,15 101,5 Sa 104,8 10,20,00 101,5. ss 104,5 10,ì 20.0 10,85 interruzione 9,35 104,0 Si è tenuto conto del fatto > 103,6 che il cronometro, adoperato ‘37 103,2 batte il secondo siderale, tenendo » 103,0 presente che 36005 medi corri spondono a 3610 secondi siderali. Se fosse possibile esprimere, in funzione del tempo, a legge = variazione della corrente, la determinazione della intensità media si ridurrebbe al calcolo dell’integrale inte ove per ‘ bisognerebbe porre la funzione trovata; ed è evidente che non ci sì potrebbe giovare per risolvere la quistione, delle ordi- nate osservate così come sono; giacché i numeri ottenuti nella pre- cedente tabella contengono, oltre a tutti gli errori accidentali e si- stematici di natura nota, anche altri di natura ignota, i quali non mancano mai di intervenire in simili circostanze e turbano l’anda- mento regolare e continuo del fenomeno. La esistenza di tali cause perturbatrici è resa manifesta costruendo la curva relativa alle 0s- servazioni fatte la quale rende evidente all’ occhio la discontinuità dei risultati ottenuti. Bisogna allora applicare i metodi noti della perequazione dei professori Schiaparelli (1) e Pucci. (2) Effettuando nel caso presente i calcoli relativi alla perequazione lineare di tre in tre ed applicando la formola di correzione parabolica del terzo ordine, si ottengono delle ordinate le quali sostituiscono ai risultati osservati, altri più regolari e più prossimi al vero. Stante poi la diffi- coltà estrema della ricerca della legge di variazione della corrente, la quale legge sarebbe espressa algebricamente della equazione della curva così trovata, è preferibile ottenere una soluzione sufficiente- mente approssimata della quistione, sia effettuando una integrazione grafica, sia adoperando il procedimento che si usa seguire in simili ricerche e che consiste nel costituire a due ordinate consecutive, sufficientemente vicine, le mediane corrispondenti. Fatti i calcoli re- lativi (3) si ottiene per valore della intensità media della corrente indicata dal galvanometro 60. = 606681 = 102?,893 DI il numero totale delle ordinate essendo 59, giacchéè|si è 8° pl quella relativa alla chiusura del circuito. Quanto alla determinazione , dell'errore. medio del risultato precedentemente ottenuto, si è fatto uso di una formola data per questo oggetto dal prof Pucci: ti fece V p [vv] r ; .. 7 N (at) la quale permette di calcolare l'errore medio di una ordinata per®- quata in funzione: del peso p delle diverse ordinate perequate linear (1) Effemeridi astronomiche per l’anno 7867. (2) Sul nd > ricercare la vera espressione delle leggi È n natura, in: R. Accad. Lincei, 1890 (3) Giornale delle esperienze di do Stele, ee mente (che si è ammesso eguale per tutte), della somma [vv] dei quadrati degli scostamenti tra ciascuna ordinata osservata e la cor- rispondente perequata, e del numero totale N delle ordinate. Si ottiene così come errore medio di una ordinata perequata m—= + 0,P 095 e per valore medio della ordinata media e=+0,? 02; l errore pro- babile relativo sarebbe u= 0,P 012, Voltametro a nitrato d’argento. — Vediamo ora le indicazioni del voltametro. L’ argento deposto nella capsula è granuloso , cri- stallino e ben aderente. Dopo averlo trattato nel modo descritto, se ne determina il peso. Ecco le equazioni di equilibrio ottenute: (prima della elettrolisi): T=C-- 58r-|- 18 + 5008 + 100 -}- 20 + ch; sa 042424 83,9 25 Me e 2414 63,2 87 da cui si deduce, tenendo conto delle correzioni dei pezzi adoperati T=C + 68r 6395 + 08, 063 -|- 73p, 56 Chiamando 3 l'errore probabile della correzione 0.m8-063 (che sì può facilmente determinare per mezzo degli errori delle correzioni dei singoli pesi) e Se l'errore probabile di accomodamento della bi- lancia si ha come errore probabile della C (massa della capsula di pt nuda). i fred» i sE Dopo il passaggio della corrente la nuova equazione di equili- veg rappresentando con X la massa di argento deposta, è: r=C-4+X+ 6,812245 + 0,8143 + 83,P 16 >_2 Ze e l'errore probabile della C--+-x è m= £ VE ur - essendo Sn l'errore probabile della correzione 008,143, Si ha quindi, fatte le riduzioni opportune: X = 414,0842 Ss, Se = * (008,047 con un errore probabile up = + VÈ ui o ta CE o gr Con questo dato si trova per intensità media della corrente, de- dotta dalle indicazioni del voltametro a nitrato di argento, vee ii = (),2mp]0207 Im = 3600 = 1,118 di Tenuto conto degli errori sistematici del cronometro, la incer- tezza dipendente dalla chiusura ed apertura del circuito, non supe- rerebbe, secondo il Rayleigh, 0.8 5. Adottando tale valore, e suppo- sto un errore di 0,810 (1) nella pesata, e che il numero 1,08118 sia esatto a meno di 0,9280005, si trova nella ipotesi più sfavorevole, una variazione di sette o otto unità dell’ ultima cifra decimale ottenuta per i.m È questo (se non esistono errori sistematici) il grado di ap- prossimazione che a noi sembra comporti la determinazione fatta. Dal confronto dei risultati ottenuti, si deduce che il termine di ng relativa ai punti della scala vicini al cento, sarebbe alla temp. t—=12,°5 c=I—i=0,10297 — 0,01283=+ 0,14 milliampéres La tabella data dal costruttore indica per la stessa correzione il valore: c=-+ 0.20 milliampères L’accordo è molto soddisfacente sia se si tiene conto degli er- rori di osservazione, sia riflettendo che il valore dato dal costrut- tore si riferisce alla temperatura alla quale il galvanometro pre- senta la resistenza di 19m, cioè a 15,° Indicazioni dei voltametri a solfato di rame. — In questi vo tametri, l’ anodo è costituito da due lamine di rame elettrolitico fornito dalla casa Basse e Selve di Altona, il catodo da una lamina di platino di circa 4x<6=24 cmq. di superficie immersa. Alla so- luzione di solfato di rame è stato aggiunto 1 %/ in peso di acido solforico puro. I pesi di rame depositati nei diversi voltametri in un’ora, sono stati, fatte le opportune correzioni, i seguenti: Voltametro N.° 1 p. 121,mg88 9 121,80 3 121,84 4 121,80 o) 121,86 ( 121,92 (1) La probabilità che l’errore di osservazione compreso (in valore assoluto) fra zero ed il valore indicato sarebbe 0 de L'errore probabile di una determinazione è, sensibilmente x dò stesso per tutte ed eguale a 0,806. Prendendo la media dei risul- tati ottenuti come valore più probabile del peso di rame deposto in un'ora, si ha: p=121,%885 con un errore probab. = 0,8025 ed è notevole il fatto che le differenze tra la media precedente e ciascuna determinazione siano tutte inferiori all'errore medio di una pesata. Si può dunque dire che, nelle condizioni della misura fatta, le differenze nei pesi di rame osservati nella serie dei voltametri, entrano nella categoria degli errori accidentali di osservazione. Ci proponiamo in seguito di estendere la conferma di questo fatto e vedere se esso possa ritenersi come generale ed applicabile ad ogni caso. Per dedurre dal peso medio di rame deposto in un’ ora il va- lore della intensità della corrente, bisogna tener conto della densità di questa; valutando la PENTITA dei depositi nelle lamine, sì tro- vano valori prossimi a 3,4 milliampère per cmq. L’equivalente elet- trochimico da ritenere, essendo la temperatura vicina a 12.°, è se- condo il Gray [Cu] —=0,®83278. Si ottiene allora per valore della intensità media della corrente: LARE ia — 3600Xx0,3278 con una incertezza di due o tre unità dell’ ultima cifra decimale. Come si vede, la indicazione dedotta dai voltametri a solfato di rame supera di 0,2mP00028 quella dedotta dal voltametro campione a Nitrato di argento. Ritenendo quest’ultima come esatta, l'errore re- lativo alla determinazione precedente sarebbe inferiore a 0,3 °/,. Si vede adunque che, contrariamente alle asserzioni del Ryan, è pos- sibile ottenere anche con gli ordinari voltametri a solfato di rame, un notevole grado di approssimazione. 2.* SERIE. Continuando le ricerche sull'argomento in quistione, si è creduto opportuno di intronurre una modificazione importante al modo di sperimentare tenuto sinora: quella relativa alla misura dlel tempo. Per rendere questa misura molto più precisa, si è pensato di av- valersi, mercè un artifizio semplicissimo, del cronografo annesso al- l'orologio Dent esistente in laboratorio. Facendo uso dell’ interrut- # SR, go tore rappresentato qui accanto, Fig. 2, dove a b c d sono quattro vaschette di mercurio, è possibile chiu- dere il circuito comprendente i volta- metri e gli altri apparecchi di misura, e, nello stesso istante, mandare un se- gnale al cronografo. Leggendo poii se- gnali col compasso di Oppolzer, tenendo conto delle parallassi delle penne e del- l'andamento dell’ orologio , si può sti- mare l’ intervallo di tempo durante il quale il circuito è chiuso, entro 0,8 01 almeno, approssimazione più che suffi- ciente pel caso nostro. Inoltre, Detti seconda serie di espe. rienze, si è ao verificare non solo il grado «di approssimazione che è possibile raggiungere nella misura di correnti inferiori a 0,4mP 500 (limite imposto dalle dimensioni dei voltametri disponibili) ma si è voluto pure istituire un confronto diretto fra gli ordinari voltametri a catodi di platino , e quelli a spirale del Ryan. Le misure sono, bene inteso, riferite al voltametro a nitrato di argento, scelto come — campione. Infine si è voluto accertare l’azione dissolvente delle so- luzioni di solfato di rame sul rame. Nel principio di questa seconda serie (ottobre 1890) sì sono per- dute alcune esperienze perchè, nel lavaggio della capsula di platino, sì distaccavano sempre quantità non trascurabili di argento, il quale si deponeva inoltre in laminette anzichè in graui cristallini bene aderenti. 0 PRINS DI 3) 3 Dopo molti infruttuosi tentativi per togliere l'inconveniente si è trovato modo «di eliminarlo completamente, rinnovando la soluzione di nitrato di argento. (1) Preparate tutte le altre soluzioni nel modo già indicato, s'è lato principio alle ricerche definitive. Il circuito comprendeva: 1.° Una batteria di 12 elementi Mei- dinger disposti in 4 derivazioni; 2.° Un reostata; 3.° Sei voltametri a solfato di rame (con 1 °/ di acido solf.) di cui tre ‘a spirale e tre a catodi di platino; questi ultimi sono quelli già adoperati anterior- mente; in quelli di Ryan, i catodi sono costituiti da un filo di rame elettrolitico di 2,mm8 di grossezza avvolto in otto spire avente la su- perficie di 75 cmq. circa; 4.° Finalmente il voltametro campione 4 nitrato di argento già adoperato e descritto. (1) Questo fatto era già stato osservato dal prof. Cardani. Prg SP SEE DAIE he Su "a eric e DICE Sat 7 Vr e a a li TL n eee ariana Per) RAI e PAM dr een e GERA ROTA E ge es 5 5 d Le esperienze si succedono regolarmente dai primi di novembre in poi. Il pendolo Dent del quale viene studiato l'andamento mercè lo stromento a passaggi del Gabinetto di Geodesia, presenta un avanzo medio di 0,570 al giorno vale a dire un avanzo medio di 0,5 03 in un’ora siderale. La durata della chiusura del circuito (che si fa variare da 40 a 60 minuti medi secondo la intensità della corrente), si valuta con la approssimazione di 0,501 avvalendosi del cronografo annesso al- l'orologio Dent nel modo già descritto. La valutazione delle masse si effettua colla bilancia Ruprecht, e colla pesiera Stuckrath antece- dentemente adoperate e studiate. Quanto alle cure avute per il trat- tamento del rame e dell'argento deposto, esse sono identiche a quelle avute; senonchè, nel periodo di essiccamento del rame, essendosi qualche volta verita una leggiera tendenza. alla ossidazione, spe- cialmente nei voltametri a spirale, si sono studiate meglio le cure necessarie per evitare completamente tale tendenza, e dopo alcuni tentativi, si è adottato come migliore questo sistema: i catodi dei vol- tametri a solfato di rame, siano a spirale siano a lamina, devono essere subito immersi nell’acqua fortemente acidulata con acido sol- forico puro; poi lavati con molta acqua, nuovamente immersi in un altro recipiente contenente acqua acidulata e infine, dopo un IRIOKO ed abbondante lavaggio, lasciati asciugare. L’essiccamento non è com- bleto, specialmente nei catodi a spira, se non dopo 10 o 12 ore. iò posto, indicheremo qui brevemente i i risultati di alcune delle esperienze eseguite, e le conseguenze che se ne sono tratte. In una prima serie di esperienze si sono disposte le cose in modo da avere correnti prossime a '/, di ampére, ciò che si è ottenuto facendo R=0 nella cassetta reostata. Le equazioni di equilibrio della capsula di platino del voltametro.a nitrato di argento sono state: T=C+-6,816395 + 71,9 9 T=C-4x+ 687, 029541 87,9 da cui si ricava, tenendo conto delle correzioni dei pezzi della pe, siera adoperata e della sensibilità della bilancia. x = 609,mg12 con un errore probabile di © 0,805 Quanto alla durata della chiusura del sua determinata nel indicato, si è ottenuto: punto iniziale 1,b 09.m 55,8 330 finale 1, 50, 03, 170 O,h 40, 07, 840 di temp® Siderale Dent. i DE Tenendo conto dell’avanzo dell'orologio Dent, e delle parallassi lelle penne del cronografo, si ha riducendo in tempo medio: =2401,25 secondi medi (a meno di 0,5 01) Si ricava adunque, come valore della intensità media della cor- rente dedotta dalle indicazioni del voltametro campione: 609,12 amp29, SEE (at. 2.101,25 ©’ as Ritenendo eguale a 0,801 l’errore assoluto relativo alla deter- minazione del tempo, supposto un errore di 0,810 nella pesata, (1) e che il valore 1,8118 sia esatto a meno di 0,80005, si trova, nella ipotesi uiù sfavorevole una variazione di una unità dalla penultima cifra cara ottenuta per im vale a dire un errore relativo infe- rioro a TA Si vede come, col voltametro a nitrato d’ argento, sia possibile ottenere un notevole grado di approssimazione, quando si dispone di buoni mezzi di misura per la valutazione del tempo. Ciò posto, vediamo le indicazioni dei voltametri a solfato di rame. Nei tre voltametri a catodo di platino le masse di rame raccolte sono state rispettivamente, tenuto conto di tutte le correzioni: = = 79, 30 one ca 9 p MII. l'errore probabile in ogni pesata essendo di poco inferiore a 0,806. Prendendo la media dei risultati ottenuti come valore più bropalare lel peso di rame deposto, si ha: p= 179,830 con un err. prob. =0,8035 La misura della corrente data dai voltametri a lamina, s2- rebbe, tenendo conto della estensione dei depositi per la valuta- zione della densità di corrente. # 179.30 irrita Sea (MD 0.928 < soia = Confrontando questo risultato con quello ottenuto col volta- metro campione , si vede riconfermato quando si è detto altra vol (1) Un tale errore avrebbe la probabilità di 0,85. sc ta; come cioè, prese le opportune precauzioni, sia possibile ottenere con gli ordinarii voltametri a solfato di rame un grado di approssi- mazione pari a circa 3 per mille. Le indicazioni del voltametro a spirale di Ryan sono state p=17908,08 398 179,18 si ha quindi come valore medio del rame deposto p=179,05 e per valore della intensità ii 0 2 lamp, 20747 0,3278 Xx 2401.25 Anche col voltametro a spirale si ottengono adunque , errori | Telativi prossimi a 3 per mille.—.È da notare che nel calcolo pre- cedente si è scelto il valore 0.3278 come equivalente elettrochimico del rame, perchè tale era quello che corrisponde alla intensità della corrente ed alla superficie delle spirali nei singoli voltametri. In un’ altra serie di esperienze si è voluto vedere se il volta- metro a spirale si presta a misure di correnti inferiori a '/, di amp. anche quando la densità di corrente sul catodo è inferiore a 3 mil- liampere per cmq che è il limite minimo indicato dal Gray. A questo Scopo, disposto il circuito in modo da ottenere una corrente pros- sima a 100 milliampère (limite imposto dalle dimensioni del vol- tametro campione) si è lasciato in un voltametro di Ryan la spirale tutta immersa, in modo che la densità di corrente fosse inferiore al limite indicato, e negli altri due si è immersa solo una parte della Spirale in modo che la densità stessa fosse compresa nei limiti nor- mali. Ecco i risultati ottenuti, Durata del passaggio della corrente = 3600,09 secondi medi massa di argento deposta p = 38708,16 massa media di rame deposta nei voltametri a lamina p=l 1:3198,57 massa di rame deposta nel voltametro a spira completam. im- mersa p=113,60 massa media di rame deposta nei due voltametri 113,85 | 113,74 & spirale parzialmente immersa = p= 113,80 = D Con questi dati si ricava Intensità media dedotta dal voltametro campione e a Lin i — 3600,09 X< 1,118 sii Bia Intensità media dedotta dai -voltametri a lamina 113,57 Pes = 0,09624 3600,09 = 0,378 — 9:99 Intensità media dedotta dal voltametro a spirale comp. immersa 113,60 = ——_ ———_———_—_ = 0),09626 3600,09 >< 0,3278 DAS Intensità media dedotta dai voltametri a spirale parz. immersa È 113,80 Par = 0,09643 3600,09 x 0,3278 as Il voltametro a spirale completamente immersa, anche con una densità di corrente inferiore a 3 milliamp per cmq. darebbe dunque la misura con una approssimazione superiore a 2 per mille. La cosa essendo abbastanza importante, e costituendo essa un notevole van- taggio di questo voltametro, si è voluto accertarla con una altra serie di esperienze nelle quali tutti e tre i voltametri di Ryan si trovavano con le spirali completamente immerse. Ecco i risultati definitivi. Valore medio della corrente dedotto dal voltametro campione iL 395,64 x a #8 DEBITI Valore medio della corrente dedotto dai voltametri a lamina Do 116,15 —— 0,8278 X 3600,77 i = 0,09840 Valore medio della corrente dedotto dai voltam. a spira compl. imm. i 116,30 "7 0,3278 x 3600,77 aaa Il grado di approssimazione ottenuto nelle misure fatta col vol- tametro a nitrato di argento si trova essere nelle due ultime serie di esperienze e nelle ipotesi già esposte precedentemente, superiore a da della quantità da misurare. Nel voltametro poi a solfato di rame sia a lamina sia a spirale, riferendo la misura al voltametro Gato I ere aa È sas a nitrato di argento assunto come campione, 1’ errore relativo ar- riva in ogni caso al 2 o al massimo al 3 per mille, anche quando la densità deila corrente nelle spirali di Ryan è inferiore al limite minimo finora ammesso. E questo un vantaggio non indifferente, e molto comodo in pratica, di questa specie di voltametri. III. Azione dissolvente delle soluzioni nei voltametri a solfato di rame Una causa di errore, la quale può essere molto grave in alcuni casi, sì riferisce all’ azione dissolvente che le soluzioni di solfato di rame esercitano, nelle condizioni ordinarie, sul rame. Nulla può dirsi, in generale, di sicuro intorno a questo argomento.Il Gray ha fatto (1) una lunga serie di esperienze a tale riguardo, dalla quale risulta che la perdita di peso subita dalla lamina in un dato tempo, riferito alla unità di superficie immersa, dipende dalla durata to- tale della immersione e dalla densità della soluzione; ha trovato che tale perdita di peso raggiunge un minimo per densità comprese fra 1,05 e 1,15. L' aggiunta dell’ acido solforico libero sembra, per den- . sità comprese tra i precedenti limiti, piuttosto ritardare che acce- lerare l’azione. Il fenomeno essendo molto complesso e lo stesso Gray non stabilendo nessun criterio per assumere l’ uno piuttosto che l’altro dei valori da Imi trovati, lo scrivente ha creduto oppor- tuno di determinare direttamente tale perdita di peso, nelle condi- zioni delle esperienze voltametriche fatte. A tale scopo , ricoperte di rame elettrolitico delle lamine di platino, se ne è determinata la perdita di peso immergendole per dn periodo massimo di 7 giorni hegli stessi voltametri adoperati nella precedente ricerca. Fatte le opportune correzioni, ecco i risultati trovati: | Durata totale della immersione —Perdita totale di peso Perdita per eng. l* Lamina 21 ore 1mg,64 018,05 E» 45 2mg, 48 0, 07 3* »..:41 3, 28 0, 09 È dura! ri; 0, 21 Be dt 5, 09 0, 14 6° » 112 12, 54 0, 39 ® >. 167 9, 60 0, 30 8» » 192 13, 24 0, 38 | (1) Phil. Magaz. Tome XXI, 1886, pag. 389. PRERI , | pera L’ errore probabile per ogni perdita totale è 0mg,05 e quello della erdita per ema è 0mg,002. La temperatura media della sala delle esperienze ha variato nei sette giorni di prova, da 12°,5 a 14,°. Prendendo per ascisse le durate della immersione totale delle lamine e per ordinate le perdite di peso per cmq (assunto per unità il centesimo di milligrammo ) si ottengono punti molto irrego- larmente disposti; i quali mostrano all’ occhio (e questo concorda con i risultati ottenuti dal Gray) che il fenomeno è tutt’ altro che regolare e continuo: ed a complicarlo maggiormente interviene la difficoltà di evitare una parziale ossidazione (sia pure Piccola) del rame elettrolitico, sia mentre è immerso nella soluzione, sia quando lo si estrae per pesarlo. Tale ossidazione, aumentando il peso della lamina sottoposta alla prova, interviene a modificare ed anche @ mascherare la diminuzione effettiva che si cerca; è questa, proba- bilmente , la ragione principale della irregolarità del fenomeno. Dalle esposte considerazioni risulta che di questa causa di er- rore non sì può, in alcun modo, tener conto, almeno per ora. Giac- chè nulla ci autorizza a dedurre dalla perdita totale di peso 0sser- vato nelle prime 21 ore di immersione (che è il minimo intervallo di tempo a cui si riferisce la ricerca precedente) quella relativa alla durata del passaggio della corrente; il dividere la perdita totale 0s- servata per la durata della immersione , allo scopo di dedurre la perdita oraria, (come fa appunto il Gray), significherebbe supporre lineare la legge di variazione, ipotesi affatto gratuita che non solo nessuna esperienza giustifica, ma che. al contrario, sembra contra- detta dalla osservata irregolarità del fenomeno. CONCLUSIONI Le principali conclusioni che si possono trarre dalle esperienze eseguite sono le seguenti: i 4. Nella misura di correnti comprese fra 250 e 100 milliampére fatta col voltametro a nitrato d’argento , è possibile , valutando la durata della decomposizione elettrolitica entro 08,01, ottenere la mir sura con errori relativi inferiori ai limiti tr e 1_ rispettivamente 2000 Ci di Questo, nella ipotesi che il valore 1©8,118 dell’ equivalente’ elettro”. chimico dell’ argento sia esatto a meno di mezza unità dell ultima cifra decimale di 2. Nella misura di correnti comprese fra i limiti sopra indicati fatta con gli ordinarii voltametri d’argento a solfato di rame ed a ca todo di platino, e riferita al voltametro a nitrato d’ argento com? i campione, è possibile ottenere un errore relativo inferiore al 2 0 3 per mille al massimo. 3. Eguale grado di approssimazione si ottiene col voltametro a spirale di Ryan , il quale ha inoltre il vantaggio di poter servire, con un catodo di date dimensioni, fra limiti molto estesi di inten- sità di corrente. 4. Il solfato di rame adoperato nelle soluzioni voltametriche può dlisciogliere quantità non trascurabili di rame elettrolitico, ma di que- sta azione perturbatrice non è possibile, per ora, tener conto, in modo sicuro, specialmente quando la durata della azione elettrolitica è un po’ grande. E da notare, tuttavia, che l’effetto ad essa dovuto è già compreso nei valori degli errori relativi sopra accennati. Nel dar termine al presente lavoro, sento il dovere di manife- Stare i più vivi sentimenti di gratitudine per il prof. Pisati il quale non solo ha messo a mia disposizione tutte le risorse del suo labo- ratorio, ma mi ha dato sempre utili ammaestramenti e consigli dei quali mi sono largamente giovato. Roma, Laboratorio di Fisica Tecnica della R. Scucla degli Ingegneri, Decembre 1890. Sull’assorbimento delle radiazioni nelle piante — Nota preliminare di F. Barsano. ( Tornata del 2 febbraio 1891 ) Scopo della presente comunicazione è quello di prendere data di alcune ricerche che ho iniziato sullo assorbimento della radia- zione nelle piante; e però in questa nota mi limito ad esporre i mezzi adoperati per questo studio. Queste ricerche sono dirette a farci conoscere le modificazioni che la radiazione (luce e calore) subi- sce nel suo passaggio attraverso i tessuti e gli organi delle piante, ìn funzione della struttura del tessuto e della profondità alla quale arriva. I rapporti tra la luce e la vegetazione aprono un vasto campo alle ricerche. Però per quanto ricco è il capitolo che, nella fisiolo- gia vegetale, tratta dell’azione della luce e del calore sulle piante in riguardo agli effetti che produce ed ai fenomeni fisiologici che determina , per altrettanto scarse sono le ricerche fatte sull’ argo- mento, che al presente ci occupa. Infatti, finora i fisiologi hanno stu- (liati gli effetti prodotti dalla radiazione nella loro esterna manife- LI stazione, e quindi l’azione della luce e del calore nei fenomeni del- l'assimilazione, della traspirazione, della formazione della clorofilla, dei movimenti provocati negli organi già sviluppati (eliotropismo, termotropismo ) od in quelli in via di sviluppo (fototactismo e termotactismo). Lo studio della penetrazione delle radiazioni nel corpo della pianta è stato, possiamo dire, appena abbozzato. E pure questo studio è di somma importanza, poichè, mostrandoci le modifi- cazioni che la radiazione subisce nel suo passaggio attraverso gli or- gani della pianta, ci permette, fino ad un certo punto, di calcolare e di dedurre la trasformazione della radiazione in lavoro interno meccanico o chimico e ci conduce a risolvere il problema della tra- sformazione della forza in biologia. Riserbandomi, in altra occasione, di far la storia dell'argomento, fo notare che le prime ricerche sulla penetrazione della luce (osssia di una parte della radiazione ) nelle piante le dobbiamo al Sachs (1), il quale riassunse i risultati delle sue ricerche nel suo libro sulla fisiologia vegetale. Egli si servi di mezzi abbastanza grossolani e tali da non per- mettere esperienze rigorose e comparabili, e non dissimulò, per altro, la grande difficoltà dell'argomento e la poca attendibilità dei risul tati. Egli studiò le modificazioni della luce guardando, per traspa- renza, i tessuti in uno strumento che chiamò diafanoscopo, € giu- dicò dei raggi emessi ed assorbiti, dal colore che il tessuto mostrava all'occhio per trasparenza. Ora tale metodo è erroneo, sia perchè non è possibile, colla ispezione diretta, di determinare la natura e la quae lità delle radiazioni estinte od assorbite, sia perchè chiama @ giudi- care della refrangibilità della radiazione emessa esclusivamente loc- chio dell'osservatore, che è un mezzo non assolutamente esatto @ TI goroso. E per fermo, dato l'occhio assolutamente normale, variano i suoi apprezzamenti nei diversi individui, e nello stesso osservatore | colle condizioni individuali nel momento della osservazione. E però io nelle mie ricerche ho cercato di escludere la diretta osservazione, per eliminare il complesso di quelle cause di errori. che dipendono dall'occhio dell'osservatore e che costituiscono ciò che sì può chiamare « errore personale ». Questo, nelle esperienze rigo- rose, deve essere eliminato, pel fatto che è impossibile calcolarne tutti i fattori che concorrono a produrlo. Considerando la radiazione data per la refrangibilità € per la lunghezza delle onde che la costituiscono troviamo, che la distinzione = _____—xr—&&rF+—<-6&- (1) Sitzungsber. k. k. Akad, Wiss. Wien., 1860, Ba. XLIII — Physiol. > i; gél. ( trad. fr. ), 1868, pag. 4-8. ORE AIR RI TARE ip xi. ae di luce e di calore è affatto convenzionale, e che fisicamente l'una non differisce dall’altra che per la sola lunghezza delle ondulazioni e per la loro refrangibilità. Onde è che, pur conservando i nomi di calore e di luce, esprimiamo con questi non energie diverse, ma forme della stessa energia. Essendo però necessaria, per la prodù- zione di alcuni fenomeni, la separazione delle radiazioni ad onde più lunghe ( raggi calorifici) da quelle ad onde più brevi (raggi lu- minosi e fluorescenti), ci gioveremo solo dei raggi di data refran- gibilità dissociando la radiazione complessa (luce bianca) con oppor- tuni artifici. Per determinare la qualità e quantità delle radiazioni luminose assorbite od estinte nel loro passaggio attraverso un dato corpo ci serviamo dell'analisi spettrale, poichè le zone di assorbimento che si producono nello spettro, rappresentano appunto quelle radiazioni che sono state assorbite e trasformate in altre energie di diversa lunghezza d'onda. Non tutte le radiazioni si fanno strada egualmente attraverso i tessuti, nè tutte arrivano alla medesima profondità. In- fatti dalle ricerche del Sachs risulta che più un raggio è refrangi- bile, più facilmente è assorbito dagli strati superficiali. Quindi pe- netrano nei tessuti più profondamente i raggi rossi e verdi; meno gli azzurri ed i violetti. Vario è pure l’ assorbimento delle radiazioni termiche nei diversi tessuti della pianta e diversa è l'emissione, o rag- giamento termico, come risulta dalle ricerche del Maquenne (1). Sarà quindi necessario determinare, per base di queste ricerche, il modo di comportarsi dei singoli tessuti verso la radiazione, ter- mica e luminosa, ciò che può chiamarsi trasparenza attinica del tessuto. Sorgenti di radiazione e misura della intensità La radiazione solare, la sola che agisca, in natura, sulle piante € sugli animali, occupa il primo posto tra le sorgenti di energia na- turale nelle presenti esperienze. Allorchè però trattasi di ottenere “uma radiazione costante per un tempo abbastanza lungo, potrà ancora Servirci il sole, se si vuol tener conto delle variazioni della inten- sità luminosa e termica dipendenti dalla altezza del sole sull’ oriz- zonte, dallo stato del cielo etc. In ogni caso la misura diretta della radiazione solare, in date condizioni atmosferiche ed in date ore del giorno, si ottiene per mezzo dell’ actinometro o del pireliometro di- RR CI È (1) €. R. Vol. 80, pag. 1357-59, C. R. Vol. 87, pag. 943. se MM retto del Pouillet, necessarii allorchè si tratta di determinare la quan- tità di energia che colpisce una superficie data , come ad esempio una foglia vivente, sulla quale si sperimenta. Allorchè si tratta, invece, di ottenere una sorgente costante di radiazione per misure comparative, adopero la luce elettrica ad in- candescenza, della quale è facile calcolare la intensità e mantenerla costante, tenendo conto della differenza tra questa e la radiazione solare. Per concentrare o proiettare i raggi della sorgente , adopero una lente pianto-convessa di sal gemma, che permette il passaggio delle radiazioni termiche, od invece una lente di flint o di quarzo per le onde di maggiore refrangibilità. Per la illuminazione delle cavità ricorro alle piccole lampade ad incandescenza, di 1-2 candele; ed inoltre a tubi di Geissler di forma particolare, animati da un rocchello di Ruhmkorff piccolo modello. (1) Si riesce così ad esaminare, per trasparenza, tessuti lacunosi, come il picciuolo della foglia di NymphRaea, le foglie e gli scapi fistolosi di diverse specie di A//7vm, i colmi giovanissimi delle graminacee ete. Per osservare i fenomeni di fluorescenza, o le modificazioni dei raggi fluorescenti attraverso i tessuti, si adoperano tubi con soluzioni diverse: come ad esempio di bisolfato di chinina, di spergulina, di acetato di uranio, eosina, fluoresceina etc. che producono luce az- zurra, gialla e verde. La misura della intensità luminosa si ottiene non direttamente per mezzo dei fotometri, ma invece indirettamente per mezzo de galvanometro , trasformando cioè l’ energia luminosa in energià elettrica, 0 ricorrendo alla nota proprietà del selenio, che modifica la sua resistenza per la corrente, sotto l’azione della luce. Ad ottene- re risultamenti comparabili cerco, in queste esperienze, di eliminare per quanto è possibile, le cause di errori dipendenti dallo apprezza» — mento individuale dei fenomeni luminosi ; in altri termini escludo > l'occhio dell’ osservatore nel giudizio della intensità e della re Tal: gibilità della radiazione. i Analisi della radiazione La radiazione complessa, proveniente sia dalla sorgente naturale o solare sia dalle sorgenti artificiali, risulta, come è noto, da rag8! di diversa refrangibilità e lunghezza d'onda, ognuno dei quali spiega i i (1) Questi tubi, destnati alla illuminazione interna degli organi piante, sono stati costruiti, su disegno, dalla Casa E. Leybold di Colonia. i delle RAI Pei Tr. e una determinata azione sopra gli elementi dell’organo o del tessuto dal quale viene assorbito. E poichè è necessario vedere, nell” azione complessa della radiazione in genere, quale parte spetti a ciascuno dei suoi elementi nella produzione di un dato fenomeno fisiologico, chimico 0 meccanico, sarà indispensabile dissociare la radiazione in- cidente nei suoi elementi costituenti. Questi elementi, 0 raggi, per la loro diversa refrangibilità o per le loro ondulazioni più o meno rapide, spiegando diversa azione sugli organismi animali e vegetali, ed impressionando in modo diverso i nostri sensi, sono stati distinti col nome di raggi calorifici, luminosi e chimici. Ora tale distinzione è convenzionale, poichè la radiazione è rappresentata da una serie continua di ondulazioni, la cui lunghezza va sempre più diminuendo come cresce la refrangibilità. Di tutta la radiazione solo una parte agisce sul nostro occhio come luce; mentre un’altra assai più grande, riesce invisibile e costituisce le due regioni ultrarossa ed ultravio- letta dello spettro solare; la prima ad onde più lunghe (radiazione termica) agisce sul termometro, la seconda ad onde assai più brevi (radiazioni chimiche) spiega la sua azione sui sali var argento e sui corpi fluorescenti. Per analizzare o dissociare la radiazione dui del sole 0 delle sorgenti artificiali ci serviamo di mezzi diversi; non tutti però sono corrispondenti allo scopo che ci proponiamo per queste nostre ricerche, quale è quello di ottenere una luce monocromatica, cioè una sorgente di radiazioni di data refrangibilità. Possiamo decomporre la luce: 1.° servendoci di vetri o 2.° di ‘ liquidi colorati, 3.° per mezzo delle fiamme colorate, 4.° col prisma, 5.° con i reticoli a diffrazione. Vetri colorati. — La filtrazione della radiazione attraverso i ve- tri colorati è un mezzo di facile applicazione e comunemente ado- perato nelle ricerche fisiologiche. Ma però è lungi dall’essere esatto, Poichè è quasi impossibile ottenere, con i vetri colorati, luci monocro- Matiche. Si trovano, è vero vetri monocromatici rossi ed arancio, ma più difficilmente quelli che lasciano passare solo i raggi verdi; Quasi impossibile è di ottenere i raggi violetti. Il raggio giallo Puro si può ottenere soprapponendo un vetro giallo ad una cuvetta contenente tintura di curcuma (Charpentier). Io ho analizzato allo spettroscopio molti campioni di vetri colorati, di grossezze e tinte diverse, e non ho CACAA che solo in alcuni il raggio monocro- matico. Liquidi cotorati. — I liquidi colorati, dei quali secondo il biso- gno si può variare la composizione ed il grado di concentrazione, si prtano assai più dei vetri per le nostre ricerche. Infatti rig Sh. VAS minato una volta per sempre il potere assorbente del liquido, acqua od alcool, possiamo ottenere sempre un mezzo di un determinato grado di colore, ciò che non è possibile coi vetri colorati. Per mezzo dei liquidi e soluzioni colorate noi possiamo ottenere separate le radiazioni calorifiche oscure e le luminose. Infatti ado- perando una soluzione di jodo. nel solfuro di carbonio, questa as- sorbe le radiazioni più refrangibili (luminose) e lascia passare le meno refrangibili (oscure); la soluzione di allume invece assorbe, in gran parte, le radiazioni calorifiche. Il Wiesner (1) ha esaminato una serie di liquidi colorati in rapporto ai raggi che assorbono ed a quelli che trasmettono. Io ho preparato diverse soluzioni colorate e ne ho esaminato gli spettri di assorbimento; tra queste però solo alcune sono utilizzabili nel caso presente, e che qui noto come mezzi monocromatici. Queste sono: a) Bicromato e permanganato potassico — Trasmette il r0ss0 tra A e B b) Ematossilina e violetto Hanstein—Trasmette ilrosso estremo quasi puro. c) Fuchsina, soluzione alcoolica — Come la precedente. d) Solfato ammoniacale di rame e bicromato potassico — Tra- smette il verde. 4 e) Solfato ammoniacale di rame — Trasmette il blu ed il vio- letto. f) Soluzione di blu metile — Poco blu ed il violetto coll’ ut travioletto. Fiamme colorate. — Le fiamme colorate sebbene possano dare luci monocromatiche, non sono di facile applicazione im pratica, es- sendo assai difficile ottenere, per tutta la durata di un’e za, una luce costante. Si possono ottenere fiamme colorate monocromatiche colla volatilizzazione di alcuni metalli nella fiamma Bunsen. Così 2 Sara: I sali di sodio producono luce gialla A =599). I sali di tallio danno una luce verde (X = 535). Il litio da una luce rossa (X=670), con una zona gialla poco intensa (A —= 610). E finalmente l’indio dà una luce azzurra (A=615) e nello spettro una riga violetta debole (A—= 410 Prismi. — La decomposizione della luce per mezzo del prisma (1) Denkschr. k. Akad. Wiss. Wien, Bd. XXXIX, 1878, pag. 47. mi as Gra è il mezzo più comunemente in uso nelle ricerche fisiche e biolo- giche. Però nello spettro ottenuto col prisma la distribuzione delle radiazioni di diversa refrangibilità è modificata dalla ineguale po- tenza dispersiva della sostanza che forma il prisma, pei raggi diver- samente refrangibili, e dal potere assorbente della sostanza medesima. Quindi nei diversi prismi di crown, di quarzo, di salgemma adoperati nelle ricerche ottiche, le diverse regioni dello spettro hanno variabile estensione, prevalendo, in certi casi, la regione meno re- frangibile, in altri essendo sviluppata la più refrangibile. Reticoli. —L’ unico mezzo per ottenere uno spettro normale, cioè quello nel quale la distribuzione delle radiazioni è proporzio- nale alla refrangibilità, è quello dei reticoli a diffrazione. L'uso dei reticoli per gli spettri normali, proposto dal Mossotti (1), non sì è esteso peranco alle ricerche biologiche, sia per la difficoltà di istallazione dell'apparecchio, che richiede la camera nera e 1’ elio- stata, sia pel prezzo elevato dei reticoli, dovuto alla grande difficoltà di esecuzione. Io adopero un reticolo concavo di Rowland, col quale sì risparmia l’uso della lente collettrice, potendo proiettarsi diretta- mente, sopra uno schermo, lo spettro prodotto dal reticolo per ri- flessione. Questo mezzo di ricerca non ancora, per quanto mi sap- pia, applicato in biologia, è il solo che potrà dare risultamenti esatti e comparabili. Misura della radiazione Il principio sul quale sono fondati gli apparecchi di misura della energia raggiante è la variazione di resistenza prodotta dalla radiazione sopra certi corpi, come l’ebanite, il nerofumo, il selenio, il solfuro di argento etc. intercalati, con un galvanometro , in un circuito elettrico formando cioè, insieme ad una resistenza data, un ponte di Wheatstone. Le variazioni di resistenza prodotte dalla ra- diazione, sono indicate dal galvanometro. ella misura della radiazione bisogna distinguere l'apparato r1- cevitore, cioè quello su cui agisce la radiazione prima e dopo di aver attraversato l'organo ed il tessuto su cui si sperimenta, e l'ap parecchio registratore od indicatore, che mostra le variazioni nella intensità dell'energia. La speciale natura di queste ricerche e la necessità di apprez- zare le minime variazioni dell’ energia raggiante, mi ha fatto met- lia (1) Seccu. Unità delle forze fisiche, pag. 2547. SRO tere da parte i comuni mezzi adoperati nelle ricerche di laborato- rio. Infatti la pila termoelettrica del-Nobili non è sufficiente, allor- chè si tratta di scoprire e di misurare minime quantità di radia- zioni termiche. In questo caso il microtasimetro di Edison sem- brerebbe assai adatto, se le ricerche del Ferrini non avessero di- mostrato che le indicazioni di questo strumento, tuttocchè sensibi- lissimo, non sono esatte nè comparabili. Tra tutti gli apparecchi il bolometro del Langley (1) è il più squisito e sensibile; ma quan- tunque semplicissimo, questo apparecchio è sommamente difficile a costruirsi. Però per le mie ricerche ho prescelto, come adatto allo scopo, un bolometro a filo di platino, come quello adoperato dal- l’Helmholtz figlio nelle sue ricerche sulla radiazione delle fiamme (1890); ed ancora il termoscopico del Michelson (2) ad ebonite, e l'elemento termo-elettrico di Hutchins (3) formato da un sottilis- simo nastrino di rame ed acciaio, ed assai più sensibile della pila termo-elettrica. Partendo dalla proprietà che presenta il solfuro d’ argento di modificare !a sua resistenza elettrica per azione della radiazione, io ho costruito un termoscopio con un sottile nastrino di argento coverto di solfuro ed avvolto, a spire isolate, sopra una strisciolina di ebonite. Per coprire di solfuro la lamina di argento, prima ben pu- lita, ho adoperato una soluzione di solfo in solfuro di carbonio. Que- sta spirale, chiusa in custodia annerita e munita di diaframmi va- riabili, è intercalata, come resistenza, in un circuito elettrico col galvanometro. Per la valutazione della radiazione luminosa, adopero un ele- mento al selenio, il quale, come si sa, è impressionato dalla luce, si che ne modifica la conducibilità elettrica La discussione e la determinazione dello costanti dei diversi ap- parecchi adoperati troveranno il loro posto in un lavoro generale; nel quale esporrò diffusamente i metodi di ricerca ed i risultati di queste mie esperienze ora ‘iniziate. Per misurare le variazioni di resistenza prodotte nel circuito dalla radiazione, adopero un galvanometro a specchio, graduato to in modo da dare le misure assolute dell'energia. Per accrescere sensi- bilità allo strumento ho ideato di applicare, alla lettura delle devia- zioni, il metodo di misura fondato sullo spostamento delle così dette (1) Amer. Journ. of Se. and Arls, 1881, Vol. XXI, pag. 187. (2) Journ. de Physique (II), Tome I, 1883. (8) Amer. Journ. of Se. and Aris, Vol. XXXIV, 1888, pag. 148. - frange formate dai reticoli del Righi (1). Questo metodo permette di misurare i minimi spostamenti angolari dello specchio, ed è così sensibile da fare apprezzare le variazioni di lunghezza prodotte in un cilindro di ferro dolce per effetto della magnetizzazione. Limitandomi, per ora, a questi pochi cenni, mi riserbo di co- municare, in seguito, quei risultati che mi saranno dati dalle espe- rienze, che spero poter condurre a termine, e ricavarne utili con- seguenze per la biologia vegetale. Napoli, R. Orto Botanico, Febbraio 1891. Intorno alle specie di Pleurobranchus del Golfo di Napoli — Nota di G. F. MAzzaRELLI. (Tornata del 22 febbraio 1891) Regna tuttora una certa confusione intorno alla specie del ge- nere Pleurobranchus (sensu stricto) viventi nel Mediterraneo, non ostante le recenti e accurate ricerche del Vayssière. In un soggiorno di parecchi mesi nella Stazione Zoologica di Napoli mi son preso cura di verificare le osservazioni del Vayssière, allo scopo di stabilire con certezza quali siano. le vere specie. di Pleurobranchus viventi nel Golfo di Napoli, dove da Delle Chiaje in poi non erano state più studiate. Delle Chiaje aveva descritto nel Golfo di Napoli tre specie di Pleurobranchus: il P. aurantiacus e il P. slellatus, già descritti dal Risso, e inoltre il P. ocellatus, nuova specie da lui descritta. Dalle mie osservazioni risulta che (ueste specie devono invece portarsi a quattro cioè: P. oce/atus, - Ch., P. Dlumula, (Montagu), P. aurantiacus, Risso, e P. stel- latus, Riteo. Delle Chiaje non ebbe mai il P. plumula. Le specie di Plewrobranchus sono poco frequenti nel Golfo di Napoli. Sinora non ho potuto ricevere che pochi esemplari di P. Dlumuta, e di P, aurantiacus, e due di P. stellatus. Non ho mai avuto sino ad ora esemplari di P. ocellatus. Di questa specie ho po- tuto studiare un solo individuo conservato in alcool, appartenente alle collezioni del Museo Zoologico dell’Università di Napoli. rr (1) Annuario Scient. Industr. di Treves; 1889, pag. 187. 1. Pleurobranchus ocellatus Delle Chiaje. 1841 — Pleurobranchus ocellatus — Delle Chiaje—Animali invertebrati della Sicilia citeriore. T. II p. 3 16 9 fig. 16. 1844 — » » — Philippi — Fauna Molluscorum regni utriusque Siciliae, pag. 87. 1846 — » » — Verany — Catalogo degli an. invert. marini dei Golfi di Genova e Nizza. 1859 — » » — Lacaze-Duthiers—Histoire anat. et phy- siol. du Pleurobranche orangé, in Sér. T. XI. Zool 1880 — » Monterosati— Vayssière — Note sur les coquilles des différentes espèces de Pleurobranches du Golfe de Marseille, in: Journ. de Conchyliologie. 1885 — » » — Vayssière — Recherches sur les Mollu- sques Opistobranches du (Golfe de Marseille-Tectibranches, in: Ann. Mus. H. N. Marseille. Z. T. II. 1889 — » » — Carus — Prodr. Faunae Mediterraneae, vol. II. pars I. pag. 199. Il Vayssière descrisse nel 1880 una nuova specie di Plewrobran- chus fondata su di un individuo raccolto nel Golfo di Marsiglia, © denominò questa nuova specie P. Monterosati. Nel 1885 nelle sue ricerche sui Tectibranchi del Golfo di Marsiglia il Vayssière descrisse più accuratamente la nuova specie, corredandola di numerose figure. In questa medesima opera il Vayssière collocava tra i sinonimi del P. plumula (Mtg.) anche il P. ocellatus D. Ch., mentre, leggendo l’accurata descrizione che dà il Vayssière stesso del P. plumula, nulla in esso si trova che possa ricordare la descrizione del P. ocel- latus — sobria sì, ma abbastanza precisa — data da Delle Chiaje. È invero esaminando un esemplare di P. piumula, si vede chiaramente che questa specie non corrisponde punto al P. ocellatus di Delle Chiaje. Invece i caratteri che dà il Vayssière pel suo P. Monterosatt si accordano quasi completamente con quelli dati già da Delle ChiaJe pel suo P. ocellatus. Infatti Delle Chiaje descrive il mantello (N0- tacum) del P. ocellatus come « screziato di puntini rosso-foschi, © provveduto di macchiette orbicolari rosse orlate di bianco,» ©® il Vayssiére pel P. Monferosati nota che il mantello è provveduto di «numerosi puntini ocra-bruno o grigiastri » e di « macchie chiar . % AT c SETA di dimensione variabile con sottile orlo biancastro. » Certamente tra il rosso fosco e l'ocra bruno non vi sono molte gradazioni! Delle Chiaje osserva che il piede del P. ocellatus è, naturalmente rispetto al mantello, « poco slargato, » e anche il Vayssiére nota che il piede del P. Monterosati è « meno largo del mantello. » Delle Chiaje fa mtare che la conchiglia è provveduta, nel P. ocellatus, di « strisce longitudinali e trasversali, » e il Vayssière del pari, pel P. Monte- rosati osserva che la conchiglia ha « strie longitudinali e concen- triche. » Tenendo conto poi della maggiore accuratezza della descri- zione del Vayssière, e del fatto che egli ha avuto agio di osservare più individui, mentre Delle Chiaje, a quanto pare, fece le sue os- servazioni su di un solo individuo , si possono ben comprendere le lievi differenze che corrono tra la descrizione del P. Monterosati © quella del P. ocellatus. Del resto basta dare uno sguardo alle due figure date da Delle Chiaje e dal Vayssiére per convincersi che, avuto riguardo allo stato di maggiore 0 minore contrazione dell’ani- male, non si tratta di due, ma di una sola specie. Infine esaminando un individuo conservato da lungo tempo nel Museo Zoologico dell'Università di Napoli sotto la denominazione di P. ocettatus, D. Ch., ho potuto, naturalmente, riconoscervi insieme 1 Caratteri generali del P. ocellatus e del P. Monterosati, per quanto lo permettevano le alterazioni da esso subite pel lungo soggiorno hell’al-ool. E osservando anzi col microscopio un frammento delle Mascelle di questo individuo ho riconosciuto nelle piastrine che le costituiscono il carattere tipico delle mascelle del P. Mon/erosati, come ben le descrive e le figura il Vayssiére. Cosicchéè dunque: 1.° il P. ocellatus, D. Ch. non è sinonimo del P. D'umula (Mtg.); 2.°il P. Monterosati, Vayss. è invece sinonimo del p, ocellatus, D. Ch. Come ho sopra detto non ho potuto avere no ad ora esemplari viventi di P. oce/latus. Questa specie però Sembra abbastanza diffusa nel Mediterraneo. Philippi infatti 1’ osservò a Palermo, Verany a Nizza, Lacaze-Duthiers ad Ajaccio, e Vays- siére a Marsiglia. 2. Pleurobranchus piumula Montagu. 1803 — Bulla plumula — Montagu—Testacea Britanica 1844 — Pleurobranchus brevifrons — Philippi—Fauna Molluscorum p. 87. coni » plumula :— Jeffreys—British Conchology vol. 5° p. ll, » — Petit de la Saussaye—Catalogue des Mol- 1869 — lusques Testacés d’Europe p. dB, 1870 —? Pleur. aurantiacus — Aradas e Benoit — Conchigliologia viv.. i mar. della Sicilia, in: Atti Acc. Gioe. Sc. N. 1875 — » plumula —— Monterosato — N. Riv. delle Conchiglie mediterranee, in: Atti Acc. Lett. e Arti di Palermo. — Vayssière — Note sur les coquilles des differentes espèces de) Pleurobranches du Golfe de Marseille, in: Journ. chyl. » — Vayssière — Recherches sur les Opisto- branches du Golfe de Marseille, in: Ann. Mus. Hist. N. Marseille. » — Carus — Prodr. Faunne Mediterr. vol. II. p. I. pag. 199. » » Gadrang — A Complete Liste of the Opi- sthobranchite... founded at Plymouth , in: Journ. of Marine Biolog. Association. 1580 — » » 1885 — D) 1889 — D) 1890 == » Ho ricevuto più volte questa specie — che sembra la meno rara — da diversi punti del Golfo. Il suo colore generale, sebbene fonda- mentalmente giallo, può però variare sensibilmente nella sua inten- sità. Lacaze-Duthiers ne descrisse pel primo i denti della radula e le piastrine delle mascelle, attribuendoli però al P. aurantiacus. Vayssiére li ha recentemente studiati di nuovo, correggendo l’errore in cui era caduto Lacaze-Duthiers. Nessuno ha osservato finora il P. plumula nel Golfo di Napoli, e l’asserzione del Vayssiére che Delle Chiaje lo abbia osservato è erronea, dal momento che nè il P. ocellatus, nè il P. stellatus sono sinonimi del P. plumula. Finora questa specie era stata osservata, nel Mediterraneo, s0t- tanto nel Mar di Sicilia (Philippi?, Aradas e Benoit, Monterosato) © nel Golfo di Marsiglia (Vay ssière), 3. Pleurobranchus aurantiacus, Risso. 1826 — Pleurobranchus aurantiacus — Risso — Hist. Nat. de l’ Europe Méridionale, T. IV. p. 1836 — » » — Philippi — Enumeratio Mollusco- rum Siciliae, p. 112. 1838 — » elongatus — Cantraine — Diagnoses. 1840 — » aurantiacus ‘’— Cantraine—Malacologie mediter. 1841 — » i i pen se dea n Mat > ; cd 1846 — Pleurobranchus arantiacus — Verany — Catalogo degli ani- mali invertebrati marini dei Golfi di Genova e Nizza. 1869 — » plumula (pars) —— Jeffreys — British Conchology, vol. 5.° pag: 11. 1869 — » aurantiacus — Petit de la Saussaye — Catalo- gue des Mollusques Testacés d’ Europe, p. 92. 1815 — » » — Monterosato—Nuov. Riv. Conch. Mediterranee. a a Ù — Vayssiere — Note sur les co- quilles etc. oi si » -- Vayssière — Recherches sur les Opistobranches, etc. 1889 — Ù ) — Carus—Prodr. Faunae Mediterr. Ho ricevuto tre esemplari di questa specie provenienti da ma- teriale raccolto a non molta profondità presso l’ isoletta di Nisida. Il P. aurantiacus si distingue subito pel suo colore spiccatamente arancio e per la piccolezza del suo mantello (notaeum). Dopo le osservazioni del Vayssière esso non può più confon- dersi col p. Plumula, come fecero principalmente Jeffreys e Lacaze- Duthiers. Nel Mediterraneo fu trovata a Nizza da Risso e Verany, nel mar di Sicilia da Philippi e Monterosato, nel Golfo di Napoli da Delle Chiaje, nel Golfo di Marsiglia da Vayssière, a Zara nell'Adriatico da Cantraine. 4. Pleurobranchus stellatus Risso. 1826 — Pleurobranchus stellatus — Risso — Hist. Nat. de V Europe Meridio- nale, t. IV. i841— . y » — Delle Chiaje — An. Invert. della Sicilia citerinre. 1544 » » — Philippi—Fauna Molluscorum ete. 1846 — » » — Verany—Catalogo degli an. inv. marini dei Golfi di Genova e Nizza. 2008, » » — Petit de la Saussaye—Catalogue des Mol- lusques Testacés d'Europe p 93. toa » » — Aradas e Benoit — Conchig. riv. marina della Sicilia, p. 124. i Corpo ovoidale, di colore generalmente giallo e notevolmente con- | Vesso — Notaeum (così detto mantello) ampio, ricoprente il velo boccale, parte dei rinofori e il piede, di cui sporge solo l’estremità posteriore quando è ss Yi l’animale è in movimento, senza incavatura anteriormente, di color giallo, con 8 piccole stelle bianche a quattro punte, disposte regolarmente presso a poco alla sua periferia, assai sottile e sub-trasparente — Piede piccolo- | Branchia breve pennatiforme con 13-14 pinnule per lato -- Rinofori tu- bulosi poco sporgenti oltre il notaeum — Mascelle quadrilatere costituite da piastrine con cuspide bene sviluppata e 3-4 dentini laterali — Radula di forma irregolarmente triangolare, con 53 serie di denti — Formola den- tale: 25...45-0-45...23 — Denti con cuspide bene sviluppata, senza dentini laterali e con larga lamina — Conchiglia haliotidiforme con 2 spire e mezzo provveduta di strie longitudinali bene evidenti, calcarea e notevol- mente solida — Dimensioni: della conchiglia, 8 mm. di lunghezza su 3 di larghezza, dell'animale, 18 mm. di lunghezza su 12 di larghezza. La bontà di questa specie, nota soltanto per le brevissime e in- complete descrizioni di Risso e Delle Chiaje, era stata in questi ul- timi tempi messa generalmente in dubbio dagli Autori, che lave- vano riferita al P. piumula di Montagu (Monterosato, Vayssière etc.): nessuno però di questi Autori menzionava, neppure come eccezionale nel P. plumula la caratteristica presenza delle stellette bianche, per le quali principalmente il Risso aveva fondata la nuova specie, e che erano state notate anche da Delle Chiaje, che ebbe questa specie nel 1829 e la descrisse e la figurò nella sua opera più volte citata, nel 1841. La figura di Delle Chiaje è anzi, nelle sue linee generali, abbastanza precisa. Dopo d'allora, tranne Aradas e Benoit che nel 1870 trovarono, poco frequentemente, però, il P. sfellatus nel mare di Messina e di Palermo, nessuno più ha fatto menzione di questa specie’ se non per riferirla al P. piumula' (Mig.). Così il Vayssière anche nella sua recente opera, pure citata , sui Tectibranchi del Golfo di Marsiglia, (1885) così il Carus nel suo recentissimo « Prodromus Faunae Mediterraneae » (1889). Ma nel settembre del 1890 ricevetti dal personale della Stazione Zoologica due individui di P/ewrobran- chus proveniente da materiale raceolto a 30 m. di profondità presso la punta di Posillipo, i quali mentre per la loro caratteristica colo- razione dovevano certamente riferirsi al P. sfellatus di Risso, pre- sentavano anche tali caratteri da non permettere più di porre Il dubbio la bontà di questa specie. Questi caratteri inoltre allontanano notevolmeute questa specie dal P. plumula, al quale a torto era stata riferita. Il corpo del P. sfellatus è molto rigonfiato, col notaeum assal ampio, che ricopre il velo boccale, la branchia ed il piede. I tegl- menti del notaeum sono assai delicati e semi-trasparenti, in modo da lasciar scorgere abbastanza la sottoposta conchiglia. La colora zione del notaeum è generalmeute gialla : otto stellette 2 quattro | ( punte, bianche, son disposte regolarmente verso la sua periferia, in corrispondenza dei margini della sottoposta conchiglia. Il piede è di color giallo più pallido, e sporge un poco all’indietro quando l’a- nimale è in cammino: è nondimeno esagerata, sotto questo riguardo, la figura del P. sfellatus data da Delle Chiaje. I rinofori , arrotolati, sorpassano alquanto i margini anteriori del notaeum. La branchia, quasi interamente ricoperta dal notaeum, è di color giallo pallido, e presenta 13-14 pinnule. Mascelle. — Le mascelle sono di forma quadrilatera e risultano di numerose piastrine, che presentano una robusta cuspide e da 3 a 4 dentini laterali (fig. 4). + 1. Conchiglia di Pleurobranchus stellatus Risso, vista dalla parte convessa ingr) Fig. pig Dente della radula di PI. stellatus: l lamina; c cuspide; p dentini oppos lla cu- spide (d Zeiss, Camera Nachet), Fig. 3. Frammento deila conchiglia di PI. stellatus =; Zeiss, C. N). Fig. 4. Piastrina delle mascelle di PI. stellatus (— Zeiss. C. N. Fig. 5. Conchiglia di PI. stellatus, vista dalla parte concava (ingr.). Radula. — La radula ha la forma generale di un triangolo iso- Scele la cui base poggia sui margini interni delle mascelle. Però Verso l’apice i due lati del triangolo si avvicinano rapidamente, per poì subito dopo rigonfiarsi notevolmente, e terminare con un apice arrotondito. Essa presenta 52 serie di denti, nelle quali il numero ei denti non è costante, ma maggiore verso “la base e minore Verso l'apice. Manca sempre il dente mediano. Nelle serie provve- dute del maggior numero di denti si hanno generalmente 45 denti per lato; in quelle che ne hanno il minor numero se ne contano soltanto 25. Cosicchè la formola dentale varia da 25-0-25 a 45-0-45. I denti subiscono poche variazioni di forma secondo il posto che oc- ©upano. Generalmente hanno una cuspide bene sviluppata (fig. 2 c), priva di dentini laterali, ed una larga lamina (). Due piccole pro- minenze ineguali (p) si trovano opposte alla cuspide, e di queste la Più breve è quella che trovasi più vicina alla cuspide. Conchiglia. — La conchiglia è color giallo d’ambra, notevolmente RAG: pe allungata, solida, e abbastanza concava. Le strie di accrescimento sono assal ben distinte, ed a una certa distanza l’una dall’altra (fig. 1 e 5). I così detti ornamenti della conchiglia si scorgono nella fig. 3. La spira fa due giri e mezzo, ma è poco prominente, presso a poco come nel P. plvmula. La cuticola è poco distinta. Nell’ indi- viduo più grande la conchiglia presentava 8 num. di lunghezza su 3 di Tàrghezza. Questa specie è stata trovata a Nizza (Risso, Verany), a Napoli (Delle Chiaje), a Messina (Aradas e Benoit) ed a Palermo (Aradas e Benoit). Napoli, Stazione Zoologica, Febbraio 1891. Sulla rigenerazione nei Tunicati — Nota di P. Mi GAZZINI. ( Tornata del 8 marzo 1891 ) La rigenerazione dei tessuti e degli organi, osservata in molti tipi animali tanto superiori quanto inferiori, non era stata finora ve- duta nei Tunicati, ed io ho fatto degli esperimenti per constatare se la legge generale della rigenerazione era seguita anche in questo tipo di animali. Ho scelto come soggetto delle mie esperienze la Ciona intesti- naliîs, è quale crescendo, come ognuno sa, spontanea sulle pareti di ogni acquario contenente acqua marina, ed essendo abbastanza grossa, offre tutte le condizioni necessarie per poter fare degli ot- timi esperimenti sulla rigenerazione. Gli esperimenti sono stati fatti nella Stazione Zoologica di Na- poli, nella stagione primaverile e soprattutto nell’estiva, su esem- plari giovani di Ciona. Ho cominciato dall’asportare l'estremità superiore dei sifoni, sia del cloacale come del boccale, e tanto nell’un caso, quanto nell’al- tro, in un tempo piuttosto breve, cioè circa dopo dieci giorni nella stagione estiva, sì l’una come l’altra estremità, si vedevano nuova- mente complete con tutte le loro particolarità. Anzi, come legge ge nerale, si vedeva che tanto l’uno quanto l’altro, dopo che si erano rigenerati, avevano una lunghezza maggiore dei sifoni non rigenerati. — ueste esperienze furono praticate tanto tagliando i sifoni boe- cali e quelli cloacali su diversi esemplari, quanto tagliando urca: poraneamente e sullo stesso esemplare i due sifoni. Lui SETTI SEZIONE EE RT Cd uuupu.- rr @@@q o@oÙq mr — rm...’ r Tr}; ———m——__—_—_—___rrrrr_rrrrT—————_——_—_—_—_—_—————1@é@@ Sii ata i SIIT RETE Et ti O " Da SF ECSESE Cl eno be SEE n + % oe Cd Pipe alba IA. x È n , ezine BE. g fn Ho ottenuto anche la rigenerazione dei sifoni già rigenerati, e quelli nuovamente prodotti avevano una lunghezza superiore agli al- tri. Anzi a questo proposito dirò, che praticando tre o quattro volte il taglio sui sifoni successivamente rigenerati di uno stesso esemplare, è risultata una varietà di Ciona, la quale è conosciuta dagli zoologi sotto il nome di Ciona intestinalis var. macrosiphonica Roule (1) e così caratterizzata dal Roule: «Sifoni molto allungati e quasi uguali ; la lunghezza del sifone boccale è eguale o superiore alla metà della lunghezza del resto del corpo»; la qual cosa fa pensare come pro- babilmente questa varietà in natura sia prodotta per successiva ri- generazione dei sifoni della Ciona, forse amputati da qualche animale. Incoraggiato dai buoni risultati ottenuti, ho voluto estendere le mie osservazioni anche su altri organi, ed ho tentato l'asportazione del ganglio nervoso cogli organi annessi. Perciò tagliavo la Ciona al disotto del ganglio, e, per eccesso di precauzione, esaminavo mi- croscopicamente il pezzo asportato per osservare il cervello. Dopo di questa operazione la Ciona si contraeva moltissimo (nel caso della semplice asportazione di parte di un sifone, contraeva soltanto il pezzo di sifone rimasto) e così rimaneva per circa quindici giorni; dopo la si vedea distendere, rimanendo però sempre chiusa e con- tratta nella parte superiore. Se si toccava leggermente l’animale in Queste condizioni si vedeva subito contrarsi fortemente. In seguito la parte superiore si vedeva rimarginata ed ai due estremi del margine si potevano constatare due piccoli forellini , i primi indizi dei due sifoni, intorno ai quali ben presto cresceva una membrana e così i due sifoni erano riprodotti perfettamente. La to- tale ricostituzione dell'animale si compieva in estate circa in un mese. Presi questi individui così rigenerati, fissati col metodo di Lo- bianco (2) e fatte le sezioni in serie della loro parte superiore, ho trovato perfettamente ricostituito tutto il cervello, colla sua parte fibrosa centrale e cellulare periferica, coi suoi nervi laterali ed al disotto di esso si vedeva la glandola di Hancock o ipofisaria, la fossa ciliata e si poteva constatare lo sbocco della prima nella seconda , pio trovasi normalmente. La branchia, l'estremo superiore del tubo nni) (1) Roure. Recherches sur les ascidies simples des còtes de Pr Ovence, in: Ann. Mus. Hist. Nat. Marseille, Vol. II, 1884-85, pag. 195; Launitte. Recherches sur les Tuniciers des còtes de Fran- ce, Toulouse, 1890, pag. 271. (2) Metodi usati nella Stazione Zoologica per la conserva zione paia animali marini, in: Mitth. Zool, Stat. eg Ba. IX, 1890, | Pag. 470-47 St, digerente erano perfettamente ricostituiti, come pure l’ endostilo, i muscoli e la tunica di cellulosa. Ho inoltre voluto vedere se tagliando i due sifoni con la parte contenente il cervello, e lasciando attaccato all'animale per un pic- colissimo lembo un sifone contenente anche il cervello, si riottenesse la completa rigenerazione della parte superiore dell’animale coi pezzi così staccati, oppure se sì ricostituisse di nuovo tutta la porzione superiore. Da questo esperimento ho ottenuto un individuo con tre sifoni, di cui uno più piccolo e sottile degli altri. Sezionando questo individuo ho trovato che il sifone più piccolo era quello che io avevo lasciato attaccato all’ animale, mentre gli altri due erano di nuova formazione. Il più piccolo andava gradatamente scomparendo, per- chè nella parte inferiore mostrava tutti i suoi elementi interni in via di degenerazione ed inoltre si era in parte obliterata anche la sua cavità. Il cervello e gli organi annessi, che avevo lasciati aderenti a questo sifone, erano anch'essi in via di degenerazione ed il cervello era attorniato da una grossa capsula di connettivo e mostrava i suoi ele- menti in gran parte distrutti; mentre nella parte nuovamente for- mata si trovavano oltre dei due nuovi sifoni, anche il nuovo cervello colla glandola di Hancock e la fossa ciliata perfettamente costituiti. Ho infine praticato dei tagli parziali in diverse regioni dell’ a- nimale ed in ogni caso, dopo breve tempo, si era formato una su- tura completa. Rimane ora a vedere da quali parti e tessuti i nuovi organi si rigeneravano. Nessun dubbio vi è nell’ammettere che, nel caso dei semplici sifoni, tutte le nuove parti del sifone rigenerato erano pro- dotte dalle porzioni inferiori del vecchio sifone. Ma per quanto sì riferisce al cervello non ho potuto con sicurezza determinarlo, per- chè preoccupato come io era di vedere se dall’animale tagliato que- sto si riproduceva, non uccidevo l’animale rigenerato se non quan 0 ero ben sicuro che il cervello ci fosse. Però è probabile che il cer- vello provenga dall’ectoderma dell'animale, siccome nella rigenera- zione sì ha un processo analogo a quello della formazione dell’ em- brione, vale a dire che i nuovi tessuti od organi vengono riprodotti dal tessuti omologhi a quelli che nell’embrione li formano. Per quanto 51 riferisce alla glandola di Hancock, sembra che essa sia rigenerata dal cervello, e ciò sta appunto in concordanza con quanto ha trovato Julin nell’embriologia di questa glandola (1) alla quale propriamente (1) Recherches sur l’organisation des Ascidies simples Sur l’Hypophyseet quelques organes qui s’y rattachent, uo Archiv. Biol. Vol. II, 1881, pag. 59-126. GERI a ERI dui le di ha dato il nome di glandola ipofisaria. Infatti in uno stadio poco avanzato di rigenerazione si vedeva la glandola pochissimo svilup- pata ed i suoi elementi in diretta relazione colle cellule della cor- teccia cerebrale, non ancora differenziate in cellule nervose. Se si paragonano questi esperimenti sulla rigenerazione del cer- vello di Ciona con quelli fatti in altri animali, si vedrà finalmente come mentre nel caso per esempio dei vermi o dei molluschi, col- l’amputazione della testa o di altra parte del corpo, rimaneva sem- pre nell’ animale una parte di gangli e lo stesso può dirsi per gli echinodermi, e mentre come nel tritone e nelle larve delle rane, fra i vertebrati nella riproduzione del midollo caudale resta sempre una grandissima porzione di midollo e tutto il cervello, nella Ciona in- Yece, coll'amputazione del ganglio cerebrale si ottiene l'asportazione di tutta la parte ganglionare dell’ animale, il quale, nonstante ciò, seguita a vivere ed i suoi tessuti conservano la forza di riprodursi e di generare nuovamente la sostanza nervosa. Per concludere dirò che mentre penso che la rigenerazione sia possibile in tutti i Tunicati sedentari, non credo d'altra parte che essa possa avvenire nei Tunicati erranti, quali Dolioli e le Salpe e forse anche le Appendicularie , e ciò non per le diverse proprietà dlei loro tessuti, ma per le peculiari modalità della loro organizza- zione, Cangiamenti istologici del testicolo dalla nascita alla maturità — Nota preventiva di E. Germano. (Tornata del 22 marzo 1891) Cenno storico Mentre lavori in grandissimo numero riguardano il testicolo hel periodo della spermatogenesi, mentre molti lo riguardano nella genesi embrionale, pochi son quelli, che hanno per iscopo lo studio morfologico di esso nell’ epoca, che corre dalla nascita alla pubertà. Di maniera che, sembrando a me l’ argomento degno di maggior considerazione, mi son determinato a farne uno speciale studio. E ì risultati delle mie osservazioni si concretizzano nella dimostrazione «li due ordini di fatti principali : l'uno riguardante la forma ed i cangiamenti dell’ epitelio dei canalicoli; e l’altro riflettente la for- Mazione del lume in questi. SEL Le osservazioni, che esistono in questo senso, sono poche ed in- complete. La Vallette S. George (1) ammette nei canalicoli seminiferi dei testicoli non maturi di bue, coniglio, cane e uomo, una massa albu- minosa, che ne riempie esattamente il lume, e intorno due sorta di elementi, gli uni piccoli con nucleo rotondo ed ovale, e gli altri più grossi, sparsi irregolarmente tra quelli, con grosso nucleo rotondo. Il Biondi (2), studiando lo sviluppo degli spermatozoi, riporta delle osservazioni eseguite sui testicoli non funzionanti di toro e di ratto. Nei primi egli trova, addossato alla membrana propria del ca- nalino seminifero, un ordine non interrotto di nuclei, con abbon- dante sostanza gialla, che riempie il lume del canalino, nella quale sono sparsi irregolarmente altri nuclei, Il protoplasma del corpo cel- lulare, non chiaramente visibile, sembrerebbe andar confuso nella detta sostanza intermedia. Questa, probabilmente prodotta dal disfa- cimento delle cellule di apparenza normale omogenea o finamente granulosa, assume in preparati induriti le più strane forme, per lo più divisa in direzione raggiata, tal’ altra grossolanamente ramifi- cata. Nel canalino seminfero del ratto (tre settimane), irova più or- dini di cellule, che aumentano in grandezza, dalla periferia andando verso il lume. I nuclei delle cellule più grandi appaiono come al” massi di granulazioni. A questo punto gli elementi cellulari in te- sticoli non attivi muoiono. Tra i detti grandi elementi, se ne rin-. vengono alcuni circondati da un alone trasparente, senza nuclei © mai colorati; sono nient'altro che ammassi di sostanza ialina. Una sostanza intermedia nei ratti è anch’ essa abbondante. \iessing (3) sì associa all’ idea del Biondi, ammettendo nei te- sticoli di animali non puberi soltanto una sorta di elementi. Contrariamente a questa opinione e a confermare quella del La Vallette, sostenendo due sorta di elementi, sorse Hermann (4); il quale in uno studio eseguito su animali, da un'ora dopo la nascita fino alla sesta settimana, trovò che i canalicoli hanno già lume, riempito da (1) La VacLertE S. Georee. Ueber die Genese der Samenkòorpe® in: Arch. Mik. Anat. Bd. XV. (2) Bronpi. Sullo sviluppo degli spermatozoi, in: Archivio per l? scienze mediche, Vol. X. Fasc. 2.° f) 8) Nirssina. Untersuchungen iber die Entwicklung Lo den feinsten Bau der Samenfiden SaAugethiere, in: Verhandiugolt d. phys-medic. Gesellschaft, Viirzburg, BA. XXII. e (4) Hermann F. Die postfoetale Histiogenese des Hob der Maus bis zur Pubertit, in: Archio. Mîfr, Anal. Bd. LLUV, peg 995: seni TR i Cs pat) una massa albuminosa, omogenea. Le linee, che traversano la massa omogenea, non sarebbero dovute, come volle il Biondi, a un pro- dotto artificiale, ma a lacinie delle cellule rivolte al lume. Il Benda (1) ritiene falsa l'opinione di coloro, che considerano il passaggio alla pubertà, come assolutamente graduale. Tra questi il Prenant, (2) del quale non sono riuscito a leggere il lavoro, ha esaminato le successive serie di divisioni cellulari e parla di modi- ficazioni, che egli riguarda come precursori della pubertà, come passi incerti verso la funzione. Fatto importante nel testicolo giovane sarebbe l'apparire di un largo lume nel canalino spermatico. Alle osservazioni del Prenant,il Benda aggiunge solo che tal lume pre- cede la divisione delle cellule sessuali, e non è con loro associato, «ma non fa alcun cenno sul modo come si produce tal lume. Il Brazzola, (8) in fine, trova nei testicoli di animali, che non hanno raggiunto la pubertà, una sola specie di cellule, che si mol- tiplicano per cariocinesi, il quale fenomeno si vede quà e là sparso, senza una regola determinata. Secondo quest’ autore, solo quando l’animale è atto alla fecondazione, la cariocinesi si localizza in certi tratti del canalino seminifero, corrispondenti a determinati stadi del- l’evoluzione spermatica. Dal precedente cenno bibliografico si può rilevare quanto incom- plete ed inesatte sieno le conoscenze sul testicolo innanzi la matu- rità, giacchè le osservazioni sono quasi tutte, per così dire, di oc- casione. Metodo di ricerca e tecnica Il metodo nella ricerca non è stato, non poteva essere indiffe- rente. Infatti, se voi pigliate il testicolo del neonato e quello di un animale nell’epoca, che s’accosta alla pubertà, non vi sarà difficile a Notare che, tra la struttura del primo e quella del secondo, vi corre una considerevole differenza. Bisognava dunque tener conto di que- sti cangiamenti, che nel testicolo a norma dell'età si vengono sta- bilendo, per comprendere bene il tipo di struttura. Per conseguenza nelle mie ricerche ho avuto bisogno di testicoli presi dall’ animale lily (1) Benpa. Die Entwicklung des Saugethierhodens, in: Ve rhandlungen d. Anat. Gesellschaft auf der dritten Versammlung, Berlin, 10-42 October 1889, pag. 125 (2) Riportato dal Benda. BrazzoLa. Ricerche sull’istologia normale e patologica del testicolo, in; Memorie R. Accad. Istituto di Bologna (IV) Tomo IX. 6 RE in ogni ctà, ed a questo scopo mi son servito della cavia. Quest’ a- nimale, come si comprenderà di leggieri, poteva, più di ogni altro, prestarsì allo scopo. Infatti, io ho potuto benissimo ottenere dei neo- nati, che, cresciuti, erano ammazzati ogni qualvolta il bisogno lo volesse. È a questo modo che io conservo testicoli presi all’ epoca della nascita, a quindici giorni, a trenta, quarantacinque, fino a ses- santa, epoca in cui, per la comparsa dello spermatozoa, si svolge un nuovo periodo, che non era negli scopi del mio studio. Talvolta mi sono anche servito di testicoli presi a più corta distanza. Sarà facile comprendere, come in tal modo avrò potuto notare, non solo i cangiamenti che si verificano, ma il graduale manifestarsi di essi. E ciò non era indifferente, e le osservazioni stesse ne daranno chiara provas:., ... AA avvalorare le osservazioni fatte sui testicoli di cavia, mi son servito di quelli tolti dal cane, dal gatto, dal topo domestico, dal sor- cio bianco, dal daino, dall’ agnello. Quanto alla tecnica seguita, me la caverò con poche parole. I mezzi d’indurimento devono essere sopratutto rapidi, giacchè Io stu- dio di un organo in isviluppo si collega grandemente a quello della ca- riocinesi, per osservare la quale, ognuno sa quali liquidi deve usare. lo a preferenza ho adoperato il sublimato corrosivo, dichiarando, che anche il liquido di Flemming potrà rendere utili servigi, quando venga adoperato con le dovute precauzioni. Per colorare mi son ser- vito dell’ematossilina Bohmer, non trascurando il carminio boracico per le colorazioni in toto e la zafranina per i tagli, per la colora- zione dei quali mi ha reso anche utilissimi servigi un nuovo colore di anilina, consigliatomi dal Professore Paladino, lo scarlatto. La soluzione acquosa, o anche con alcool, di questo colore è limpidis- sima, non dà mai precipitato alcuno, quando venga esposto all'eva- porizzazione, il che suole spesso avvenire con altri colori di anilina. I tagli, ben colorati, son messi a spogliarsi dell’eccesso del colore, dapprima nell’ alcool ordinario, e poi nell’ assoluto. E d’ uopo notare che l'alcool non toglie oltre dell’eccesso del colore al taglio, il quale potrà a questo modo essere convenientemente disidratato. Questo colore si presta altresi alla colorazione dei pezzi in toto, usato però con molta vigilanza. E un liquido colorante di certo valore, giacché penetra in tutti i pezzi ed in breve, per quanto questi fossero spessi; € di facile preparazione, e la soluzione, filtrata, potrà essere ado- perata al momento stesso, in cui è stata apparecchiata. cia WE Forma e modo di comportarsi dell'epitelio nel canalino spermatico dalla nascita alla pubertà L’epitelio è quello che forma oggetto delle mie osservazioni nello studio dei canalini spermatici. Lo studio di esso richiede accuratezza e per la forma delle cellule, e per i cangiamenti, a cui queste vanno incontro, e pel modo come si comportano nella formazione del lume del canalino. All’ epoca della nascita, nella maggior parte dei mammiferi, il canalino seminale è proprio un cordone, fatto di cellule il cui nu- eleo è spostato verso l’ estremo, che poggia sulla membrana ghian- dolare. Il protoplasma di tali cellule si allunga considerevolmente verso l’asse del canalino, tanto da incontrare spesso il corpo proto- Plasmatico di qualche cellula sita sulla parte opposta del cordone e fondersi con esso. Lateralmente a questi, che io chiamerò prolunga- menti principali, se ne vedono altri secondarii, i quali incontrano i principali e secondarii delle cellule vicine, e s'innestano, limitando degli spazietti e delineando delle maglie, per modo che il canalino spermatico non ha lume, essendo questo riempito da un reticolo costituito dai predetti prolungamenti protoplasmatici , reticolo che lo percorre in tutta la sua lunghezza. In altri mammiferi, come nel sorcio bianco, tale reticolo non è visibile; però il lume del canalino manca egualmente, giacchè ripieno di cellule epiteliali. Una prolun- gata ed attenta osservazione però mostrerà che anche qui le cellule epiteliali sono talvolta ramificate o stellate, e si comprenderà facil- mente, che i prolungamenti cellulari di detti clementi non possono estendersi, per mancanza di spazio all’ uopo necessario. I prolungamenti protoplasmatici descritti hanno potere molto ri- frangente la luce, e sono chiaramente visibili, specie quando sono Stati fissati con mezzi rapidi induranti. Si colorano bene coll’ ema- tossilina, ma più col carminio boracico, e più ancora nei tagli con lo scarlatto. Ad eliminare l’idea che una rete così costituita sia do- Vuta, come sospetta il Biondi, ad una sostanza che troverebbesi a riempire il canalino, basterebbe oltre la forma e costante modo di atteggiarsi, il trovare talvolta dei nuclei, i quali si sono alla loro volta allungati considerevolmente, quasi concorressero anch’ essi a produrre la rete. i Il reticolo si trova in tutti i canalini, che compongono il paren- chima del testicolo; non lo si riscontra in quelli ea dove le cellule non hanno per nulla la forma da me descritta. Tale complesso meccanismo di connessione è destinato, senza n) aa dubbio, alla distribuzione e anche diffusione maggiore dei succhi nu- tritivi, e il dg ne ha gran bisogno in tale età. I o agli elementi descritti trovansi altri, i quali, pur non aifferendo Lola forma dai primi, sono abbastanza più grandi di quelli. Sono ordinariamente spinti verso l’ asse centrale del canalino, ma spesso possono restare, come le altre cellule, addossati alla parete. Hanno un nucleo grande, con evidente rete cromatica e con un grosso nucleolo principale e nucleoli accessori. Il nucleo di tali cel- lule può raggiungere , come nel gatto, considerevoli proporzioni (cinque , sei e più volte ancora grande di quello delle altre cel- lule ) ; ordinariamente è eccentrico , e il protoplasma, che lo cir- conda, scarsissimo. Intorno ad esso producesi spesso una zona chiara, trasparente. Questa zona, da molti descritta nelle cellule madri del testicolo maturo, ed in vario senso interpretata, non trovasi ordina- riamente intorno al nucleo. Questo, come può benissimo essere 0s- servato nei testicoli di piccoli gatti, trovasi, il più delle volte, cir- condato da una massa protoplasmatica, e spostato alla periferia di esso. Intorno a tali elementi viene ordinariamente a trovarsi la zona chiara. Queste grandi cellule sono il prodotto d’ingrandimento delle co- muni cellule epiteliali, e sono indotto a ritenere ciò per diverse ragioni: 1.° Perchè hanno, quando non sono di molto ingrandite e non sì è intorno ad esse prodotta la zona chiara, la stessa forma rami- ficata delle altre. 2.° Perchè si possono sorprendere in fasi di differente grandezza, che attestano il graduale accrescimento 3.° Perchè aumentano di numero coll’aumentare dell'età dell’ani- male, pur non verificandosi in esse alcun processo cariocinetico. 4.° Perchè quando, come in appresso vedremo, ha luogo in esse la cariocinesi, non si ha per prodotto cellule simili a loro, ma cel- lule del tutto differenti. Tutto quanto ho esposto in questo capitolo mi ricorda quello, che l’illustre mio maestro prof. Paladino ha detto, parlando delle cellule dell’epitelio del follicolo di Graaf: (1) « Quale che sia la loro figura in massima tengono prolungamenti che si ramificano e si In- nestano agli omonimi prolungamenti delle cellule vicine, sì che ne (1) Ulteriori ricerche sulla distruzione e ri apt, 1087, continuo del parenchima ovarico nei mammiferi, Napoli, sid i pag. 109 — 85 — risulta un reticolato intercellulare, in mezzo alle cui maglie si tro- vano incastrate le cellule e tra queste degli spazi che sono mante- nuti dilatati quasi come ponti dai rami dell’anzidetto reticolo. » Ho riportato questa descrizione per ricordare come l’epitelio glandolare ramificato trovasi splendidamente rappresentato nel testicolo. Formazione del lume nei canalini spermatici Come innanzi ho accennato, lume nei canalini spermatici di te- sticoli di animali neonati non esiste, perchè , in luogo di esso , si trova una rete formata dai prolungamenti ra delle 6a lule ramificate. Al contrario tutti conoscono esistere un largo lume ‘nei canalini di testicoli appartenenti ad animali, che hanno raggiunto la pubertà. Tal lume si forma ben presto per una serie di cangia- menti, che io brevemente descriverò. Se si osserva un testicolo di cavia, da quindici a venti giorni, si troverà che i prolungamenti protoplasmatici hanno raggiunto il massimo limite di loro grandezza; quelli secondarii sono aumentati in numero e grandezza, per modo che in talune sezioni riesce dif- ficile distinguerli da quelli, che formavano il corpo della cellula. E l’età più adatta per l'osservazione del reticolo. Anche le grandi cel- lule sono considerevolmente aumentate. Una decina di giorni dopo, si vedrà che mentre in alcuni punti persiste ancora la rete, in altri i prolungamenti si sono fusi tra loro, per modo che non si vedrà altro che una massa informe, la quale riempie il lume del canalino. Tale fusione ammette una dissoluzione dei prolungamenti stessi, i quali perciò degenerano e si fondono. Esaminando in altri punti i canalini, si potrà notare come, nel mezzo del protoplasma fuso e degenerato, comincia, per riassorbimento dello stesso, a formarsi uno spazio chiaro. Intanto l'assorbimento continua, e lo spazio chiaro si fa sempre più grande, fino ad arrivare al punto, in cui si vedrà bello e formato un lume , che sarà la via, che percorreranno gli Spermatozoi, onde essere espulsi. La formazione del lume non deve però intendersi che sì avveri per una sola cavità in un punto solo, dal quale si estenderebbe Sempre più, fino a quando tutti i canalini ne fossero provvisti. Il lume è il complesso delle tante cavità, che si trovano in punti sparsi € che, allargandosi sempre più, vengono tra loro a fondersi. La formazione del lume nel canalino spermatico trova chiaro riscontro in quella della cavità del follicolo di Graaf. Il prof. Pala- dino (1. c. ), che pel primo ha descritto tale processo, si esprime in questi termini: « A senso stretto il primo accenno della cavità fol- — 86 — licolare non è uno sdoppiamento, ma è il iaGabt di fusione delle cellule in più punti, che poi si fondono. » E appresso: « Il processo di fusione continuando, gli spazi s'inzrandiscono e si fondono e di qui nasce la cavità follicolare. » Inutile insistere per addimostrare la identità dei due processi. Oltre a ciò la concomitanza nella forma delle cellule della granulosa e dell’ cpitelio del testicolo innanzi la pubertà, valgono a distruggere le distanze, che passano tra la strut- tura del testicolo maschile ed il muliebre, che pure hanno, come si è visto, nella comunità dei processi e della forma delle cellule, dei punti, che li ravvicinano e che ne aumentano l'analogia. Mentre questo avviene nel protoplasma, comincia in molti nuelei un altro processo di disfacimento , che consiste in una degenera- zione granulosa di essi e che colpisce ordinariamente quelli, i quali sono spinti verso l'asse centrale, rispettando solo quelli che si ad- dossano alla tunica connettivale. Vedonsi alcuni nuclei, colpiti da tale degenerazione, rappresentati non da altro che da una massa granulosa, ma che conserva la forma del nucleo. Altri hanno per- duto la propria forma, e sono rappresentati da una informe massa di granuli. Di altri infine non resta traccia, se non in una quantità di granuli sparsi nel protoplasma e fuori di esso. Questi granuli pare risultino di cromatina, giacchè si colorano fortemente coi mezzi co- loranti da me usati. | Cariocinesi Il testicolo offre un terreno molto opportuno allo studio della cariocinesi, sia perchè in esso entrano in campo varii elementi, che debbono moltiplicarsi, sia perchè è un organo, che spiega tale at- tività, da richiedere un lavorio cariocinetico su vasta scala. Tale studio ‘merita molta considerazione non solo in quegli animali, che hanno raggiunto la pubertà, ma anche in quelli, in cui lo sviluppo non si è compiuto. Il testicolo, dalla nascita alla maturità, subisce una serie di can- giamenti, che in buona parte vanno direttamente o indirettamente fatti a spese delle cellule epiteliali, intendo con questo nome le cel lule, che in maggior quantità, specie all’epoca della nascita, formano il contenuto dei canalini, e che danno poi origine alle cellule madri. Ho detto che i cangiamenti , che si verificano nel testicolo, vanno in gran parte fatti a spese delle cellule epiteliali; infatti, è il pro- toplasma di esse, che compone la rete innanzi descritta, son desse | che si trasformano continuamente in grandi cellule. Questa conti- nua trasformazione mast un lavorio incessante, lavorio che in Be [ca SE VI TTI s+ SOR si spiega come accrescimento delle cellule, e in parte deve spiegarsi come moltiplicazione di esse, altrimenti nel testicolo, per la conti- nua evoluzione, non verrebbero un tempo a trovarsi che solo grandi cellule. Infatti, dopo la nascita e anche prima, le cellule del contenuto dei canalini seminiferi si moltiplicano per cariocinesi, passando at- traverso gli stadi più tipici di essa. Tale moltiplicazione è abba- stanza attiva, però fino ad un certo tempo essa è localizzata solo alle piccole cellule epiteliali. Le grandi cellule restano inattive 0 si disfanno , fino a quando nel canalino non siasi formato il lume. E allora che incomincia il periodo di attività in quest’ ultime, allora solo si potrà notare in esse una florida cariocinesi. Dalla scissione infatti delle grandi cellule, nascono delle piccole cellule (cellule fi- glie), che in poco tempo (dal quarantesimo al sessantesimo giorno nella cavia) trovansi ad occupare quasi tutto il lume dei ‘canalini spermatici, sorpassando in numero le cellule piccole e le cellule ma- dri, prese insieme. Le piccole cellule figlie hanno il protoplasma, che talvolta si uni- sce per prolungamenti alle cellule vicine. Di esse la parte più im- portante è il nucleo. Questo è piccolo, vescicolare, contenente un chiaro nucleolo , nel quale pare si concentri tutta la massa cro- matica. Fin qui datano le presenti ricerche, non volendo per ora get- tarmi nel difficile argomento della spermatogenesi , che si verifica subito dopo la trasformazione delle cellule madri in cellule figlie. Ed ora brevissime considerazioni. Il Brazzola fa osservare che la divisione cellulare si vede quà e là sparsa, senza regola determi- Nata, e solo quando l’animale è atto alla fecondazione, si localizza in certi elementi cellulari, in certi tratti del canalino , corrispon- denti a determinati stadi dell’ evoluzione spermatica. Ciò non pare del tutto esatto. La cariocinesi, come si è detto, è localizzata dap- Prima alle cellule epiteliali; avvenuta la trasformazione di queste in grandi cellule, non si estende a quest'ultime se prima non siasi for- mato il lume nel canalino. E allora che si estende a quest’ ultime, pur continuando nelle prime: nè procede sparsa di molto, anche quando non si è estesa alle cellule madri, giacchè non è diflicile talvolta notare interi tratti di canalini spermatici non SAROETA in cui gli elementi sono tutti in mitosi. ii A tale punto ci domanderemo: è il testicolo un organo inattivo dalla nascita alla maturità, o per avventura tale periodo è per lui un continuo avviarsi alla spermatogenesi? Dalle cose esposte, sì comprenderà facilmente, non essere difficile la risposta. Un organo, ce R in cui si verificano tanto classici processi di rigenerazione e distru- zione cellulare, processi di progressiva trasformazione, non potrà dirsi certo inattivo, quando riconcentra, fin dal suo apparire, tutta la sua vigoria, non tanto nell’accrescimento in volume, quanto nel conseguimento dello scopo finale, la formazione dello sperma. ì sappiamo che il. Prenant, esaminando le successive forme di divisioni cellulari, ritiene tali modificazioni come precursori della pubertà, come passi incerti verso la funzione. Il Benda è di con- trario avviso , ritenendo che il testicolo non fa che avviarsi inces- santemente alla funzione, senza mai diminuire in attività, senza per- correre delle tappe, come vuole il primo. Secondo me, nè l’uno nè l’altro dice interamente il vero. Senza dubbio il layorio nel testicolo procede a tappe, a periodi, che si se- guono incessantemente gli uni agli altri, che finiscono per essere, in diverse età, i rappresentanti del lavorio nel testicolo, ma che non annullano che tal lavorio possa diversamente manifestarsi, benchè in limiti più ristretti. Cercherò meglio chiarire questo concetto. Già ho fatto notare che, all’ epoca della nascita, ha predominio nel te- sticolo l'ingrandirsi della rete e delle cellule ; segue la formazione del lume per degenerazione cellulare, di poi la localizzazione della cariocinesi alle grandi cellule, con consecutiva formazione di altre specie di cellule, che danno luogo a spermatozoi. Ora in questo suc- cedersi di periodi, in quello in cui la cariocinesi si localizza alle grandi cellule, per esempio, non esclude che essa continui in quelle preesistenti. Questo lavorio dunque, segue a tappe, come vuole il Prenant, ma tali tappe non sono intramezzate da periodi di riposo, non sono dei passi incerti verso la funzione, ma un progredire netto e continuo verso quella. Perciò credo si potrà conchiudere ancora uua volta che il te- sticolo, dalla nascita alla maturità, è contrassegnato da grande la- vorio, che lo avvia continuamente alla spermatogenesi, lavorio, che si manifesta sotto diversa forma in periodi diversi, che non s’inter- rompono, ma che seguono incessantemente gli uni agli altri. CONCLUSIONI Da quanto ho esposto mi sento autorizzato a conchiudere. 1.° Nel testicolo originariamente non vi ha che una sola specie di cellule, le quali per accrescimento in volume danno luogo alle cellule madri. ss. dl pra di esse cellule è fornito di prolungamenti 1 ra- mificati, ; E i CRT 3.° Le ramificazioni compongono una distinta rete, che riempie il centro del canalino. 4.° Il lume si forma per fusione ed assorbimento dei prolunga- monti Lala Patania e per degenerazione granulosa dei nuclei. Le piccole cellule ramificate si moltiplicano per cariocinesi. 6° Le cellule madri danno , per cariocinesi, una nuova gene- razione di cellule (cellule figlie). 7.° C'è una grande analogia tra l’epitelio dei canalini sperma- tici e quello della granulosa, come pure vi ha analogia tra la com- parsa del lume nei canalini spermatici e la formazione iniziale della cavità dei follicoli di Graaf. 8.° Il testicolo dalla nascità alla maturità è un organo attivis- simo, il cui lavorio è una continua preparazione alla spermato- genesì. Laboratorio d’ Istologia e Fisiologia generale della R. Univer- sità, Napoli, Marzo 1891. Sopra alcuni sali. dell acido fenolglicolico e sul- l’ acido feno — Nota di V. VETERE. (Tornata del 26 aprile 1691) Alcuni anni addietro dal Prof. Ogliarolo fu fatta tentare la sin- tesi dell’ acido fenolparaossicinnamico scaldando in apparecchio a ri- cadere e in bagno d'olio tra 150°-160° il sale sodico dell’ aldeîde pa- raossibenzoica con fenolglicolato sodico ed anidride acetica, ma il Prodotto della reazione molto resinoso mal si prestò ad un una con- veniente purificazione. Constatatosi in seguito che nelle reazioni co- me quella sopraccennata è preferibile spesso uno scaldamento pro- lungato per molte ore a bagno di acqua salata, mi fu consigliato di lipetere ]’ esperienza, i risultati della quale sono l'oggetto di questa Nota. In questa occasione, avendo dovuto preparare una certa quan- tità di acido fenolglicolico, ho creduto conveniente esaminarne al- Cuni sali, cioè quelli di piombo, cadmio e zinco non ancora da altri Preparati, e quelli di bario e calcio noti, de’ quali il primo perchè a esso son partito per la preparazione degli altri ed il secondo per- chè all'analisi mi ba fornito risultati un poco diversi da quelli che erano conosciuti. Acido fenolglicotico : CHy30,=C;Hy0—CH,—C00H. Fu prepa- Rec rato secondo il metodo Giacosa (1). Una porzione del prodotto fu trasformata in: Sale di bario : (C3H0;), Ba -3H,0, che fu analizzato : I. Grammi 2,4015 di sale idrato scaldati per 3 ore a 110° per- dettero gr. 0,265 di H,0. II. Grammi 0,577 di sale idrato calcinati con acido solforico con- centrato diedero gr. 0,275, di solfato di bario. HI. Grammi 0,434 di sale anidro calcinati con acido solforico concentrato dettero gr. 0,226 di solfato di bario. E per cento. sà IH. Il Acqua di cristallizzazione 11,00 — va Bario nel sale idrato — 28,02 — Bario nel sale anidro — —_ 30,80 Per la formula suddetta si calcola per cento: Acqua di cristallizzazione - 10,95 Bario nel sale idrato 27,78 Bario nel sale anidro 31,20 Sale di piombo : (Cy14,0,), Pd + H,0. Si è ottenuto del sale di bario trattandolo con acido solforico, filtrando a caldo e facendo di- gerire il liquido filtrato a bagno-maria con carbonato di piombo in eccesso. Cristallizza in i sottili, incolori, trasparenti. Lasciato Jar ed analizzato . Grammi 0,458 di pen idrato scaldati successivamente fino & 160° po gr. 0,015 di H,0. II. Grammi 0,4983 di sale idrato calcinati con acido solforico diedero gr. 0,2879 di solfato di piombo II. Grammi 0,436 di sale anidro calcinati con acido solforico concentrato diedero gr. 0,298 di solfato di piombo. IV. Grammi 0,436 di sale anidro trattati come sopra dettero g* 0,261 di solfato di piombo. E per cento: Mi III. IV. Acqua di cristallizzazione 3,27 — ag IE Piombo nel sale idrato _ 38,73 _ e Piombo nel sale anidro sn ee 40,19 40,84 (1) Gazz. Chim. Ital. Anno 1879, pag. 471. E SOTA RR i e Ar I Pie gue Per la formula suddetta si calcola per cento : Acqua di cristallizzazione . 3,41 Piombo nel sale idrato 39,14 » Piombo nel sale anidro 40,53 Sale di cadmio: (CgH,03), CA +2H,0, Si è ottenuto decompo- nendo con idrogeno solforato la soluzione del sale di piombo, scac- ciando da questo l’ eccesso d’ idrogeno solforato, filtrando a caldo e trattando tale soluzione con carbonato di cadmio in eccesso. Il sale cristallizzato si presenta in forma di lunghi aghi incolori aggruppati .a fiocchi, All’ analisi : I. Grammi 1,054 di sale idrato scaldati per 8 ore fino a 120° per- dettero gr. 0,087 di H,0. II. Grammi 0,492 di sale idrato calcinati con acido solforico con- centrato dettero gr. 0,226 di solfato di cadmio. III. Grammi 0,434 di sale anidro calcinati con acido solforico concentrato dettero gr. 0,217 di solfato di cadmio. E per cento: I. II III. Acqua di cristallizzazione 8,25 — "n Sadmio nel sale idrato _ 24,71 da Cadmio nel sale anidro — _ 26,83 | La teoria per la formola suddetta richiede per cento: Acqua di cristallizzazione 8,00 Cadmio nel sale idrato 24,90 “Cadmio nel sale anidro 27,006 Sole di calcio: (CgH,03), Ca-+Hx0 e (CgH,03), Ca +4H,0. Que- sale fu già preparato da Fritzsche (1) che gli assegnò la formola (CgH,0,), Ca-+3 14 H,0. Io l'ho ottenuto decomponendo la solu- zione del sale di piombo con idrogeno solforato e trattando a caldo il liquido filtrato con carbonato di calce purissimo precipitato. Per raffreddamento della soluzione si ebbero due forme diverse di s0- stanza: una massa mammellonare bianca e dei lunghi aghi setacel (1) Beilstein. Organish. Chim. 2. Ed. 1887, Band I_, pag. 428. 9 bianchi impiantati sulla stessa. Le due forme separate meccanica- mente furono analizzate. Sostanza mamntellonare. I. Grammi 0,612 di sale riscaldati per 8-ore fino a 120° o tero gr. 0, > di H,0. II mì 0, 580 di sale anidro calcinati con acido solforico concentrato "a gr. 0,229 di solfato di calcio. E per cento: i x. bh Acqua di cristallizzazione b;22 — Calcio nel sale anidro _ 11,60 La teoria per la formula (CgH,0,), Ca---Hy0 richiede per cento: Acqua di cristallizzazione 5,00 Calcio nel sale anidro 11,69 Sostanza în aghi. I. Grammi 0,6703 di sale scaldati fino a 125° perdettero grammi 0,1193 di H,0. II. Grammi 0,5028 di sale idrato calcinati con acido solforico dettero Bre s 1655 di solfato di calcio. II. Grammi 0,551 di sale anidro diedero trattati come sopra 0,219 di LL di calcio. E per cento: p9 Il. HI. Acqua di cristallizzazione 17,79 . — sn Calcio nel sale idrato _ 9,67 un Calcio nel sale anidro _ _ 14,68 La teoria per la formula (C3H,03), C4-+2H,0 richiede per cento: Acqua di cristallizzazione 17,39 Calcio nel sale idrato 9,66 Calcio nel sale anidro 11,69 Sale di zinco: (CyH,0,), Za+2H,0. Si è ottenuto decomponendo la soluzione del sale di piombo con la quantità strettamente neces- saria di solfato di zinco. Gratuita in piccoli ip incoloti Fal renti, che furono an ssi ORE I. Grammi 2,300 di sale scaldati per 3 ore fino a 130° perdet- tero gr. 0,204 di H,0. I. Grammi 0,997 di sale idrato dettero gr: 0,0905 di ossido di zinco ottenuto dalla quantità corrispondente di carbonato. . Grammi 1,132 di sale anidro dettero gr. 0,2635 di ossido di zinco. E per cento: Acqua di cristallizzazione 8,87 _ —_ Zinco nel sale idrato —_ 16,85 -_ Zinco nel sale anidro —_ - 18,67 La teoria per la formula suddetta richiede per cento: | Acqua di cristallizzazione 8,93 È Zinco nel sale idrato 16,12 i Zinco nel sale anidro 17,61 OH | Acido fenolparaossicinnamico CH,—CH—-C—C00H OC5H;s Fu ottennto scaldando a bagno di acqua salata in un pallone munito di refrigerante a ricadere quantità equimolecolari del sale sodico dell’ aldeide paraossibenzoica (gr. 50) fenolglicolato sodico (gr. 50), in presenza di un eccesso di anidride acetica (gr. 150). La massa solida così ottenuta si fece bollire con acqua distillata per ‘/ d'ora e dopo raffreddamento per aggiunta di altra acqua si pre- cipitò una sostanza oleosa bruno-rossa, che decantata e raccolta in un pallone fu trattata con soluzione di carbonato sodico in leggero eccesso ed estratta ripetutamente con etere. Scacciato dal liquido alcalino l'etere per distillazione e dopo raffreddamento decomponen- dolo con acido cloridrico, si precipitò una sostanza giallo-sporca che accolta, compressa fra carte e cristallizzata da un miscuglio bol- lente d’acqua ed alcool a volumi eguali diede dei cristalli aggrup- pati in piccoli aghi bianco-sporchi. Si è filtrato, compresso fra carte e lasciato asciugare. Tale sostanza fonde tra 227°-233° decomponendosi parzialmente. All’analisi elementare: I. Grammi 0,253 di sostanza dettero gr. 0,650 di anidride car- bonica e gr. 0,125 di H,0. sl di — II. Grammi 0,330 di sostanza dettero gr. 0,847 di anidride car- bonica e gr. 0,152 di H,0. Da cui I. Il. Carbonio °/, 70,06 70,00 Idrogeno » 5,48 Dal La teoria per la formula C,;H,,0, richiede Carbonio % 50,31 Idrogeno » 4,68 Sale d’argento: C,;3H,,0,Ag. Una porzione d’acido flenolparaos- sicinnamico fu trasformata in sale d’argento decomponendo la solu- zione del sale ammonico col nitrato d’argento. Il sale, che si otte- neva bianco, era però talmente alterabile alla luce che, sebbene ope- rando con tutte le precauzioni non fu possibile evitare che s’° anne- risse completamente. Non ostante tale decomposizione evidente se ne fece qualche determinazione ; i risultati quindi non possono es- sere soddisfacenti. i I. Grammi 0,106 di sale calcinati da soli dettero gr. 0,032 di argento. II. Grammi 0,350 di sale all’ analisi elementare dettero gr. 0,5955 di anidride carbonica e gr. 0,107 di H,0. E per cento: È “t; Argento 30,19 _ Carbonio —_ 46,40 ldrogeno —_ 3,39 Mentre la teoria per la suddetta formula richiede per cento: Argento 29,75 Carbonio 47,86 Idrogeno 3,10 Sale di bario:(C,;H,,0,), Ba +3H.0. Un'altra porzione di acido fenolparaossicinnamico fu trasformata in sale di bario, trattando la sua soluzione con idrato baritico, saturando l'eccesso di questo con una corrente di anidride carbonica, facendo bollire e filtrando a cal- do. Il liquido si mise a cristallizzare nel vuoto e sull’acido solforico, # siii Se evitando però che tutta l’acqua fosse svaporata. Si ottennero così dei cristalli disposti simmetricamente a rosette grigio-perla setacei che seccati fra carte furono analizzati. I. Grammi 0,386 di sale scaldati successivamente fino a 130° perdettero gr. 0,030 di H,0. II. Grammi 0,263 di sale scaldati come sopra perdettero gr, 0 7020 di H,0. II. Grammi 0,356 di sale anidro calcinati con acido solforico concentrato dettero gr. 0,129 di solfato di bario. IV. Grammi 0,243 di sale anidro trattati come sopra fornirono gr. 0,087 di solfato di bario. E per cento: sn Il. III. IV. Acqua di cristallizzazione 7,77 7,60 - » Bario nel sale anidro DS — 21,07 21,02 E riferendo i risultati III e IV al sale idrato sì ottiene: ° TW Bario nel sale idrato %4, 19,68 19,42 La teoria per la formula suddetta richiede per cento: Acqua di cristallizzazione 7,70 Bario nel sale idrato 19,54 Bario nel sale anidro 211 Istituto Chimico della R. Università di Napoli, Febbraio 1891. SEFZIC C (SPERI — > LATO n R = Si ne — a gp A i EI AA sa FI) ra RO pata cane > di S n QU Na / , TIVA E: PB o Ei A MEBIIT TO Contribuzioni dei Socii Art. 1. La ne annua pei socii ordinarii residenti è dì lire 24, pagabili mensilm Art. 2. La sa dei socii ordinarii non residenti è di lire 12 pagabili in una sola volta. Art. 3. La contribuzione "dei socii SS di lire 6 annue. Tornate Art. 4, Le tornate ordinarie si terranno duo volte al mese con 1”. intervallo di quindicj giorni, salvo nei mesi di vacanza, i quali erranno determinati dall’Assemble: Art. 5. La parte selentifica delle tornate ordinarie consta: a) di lettura di lavori origina b) di comunicazioni verbali; re; lettu d) di conferenze. I primi vengono inseriti nel bollettino; le altre semplicemente indicate nei processi verbali Art. 6. I socii che leggono lavori Hire devono dichiarare se tendono pubblicarli nel bollettin no, affinchè il Segretario possa in- dicorlo nel processo Vic della tornata, e in tal caso consegnare il manose: oi al segretari i poi che fanno delle semplici comunicazioni verbali, devono chiare se intendono che vengano inserite nei processi vérbali; n el qual caso devono darne un brevissimo sunto per iscritto al Segretario. t. 7. I socii ordinarii non residenti possono incaricare sia i Segretario, sia altro socio ordinario residente di dar lettura del pro- prio Bollettino Art. 13. La Società imprende la pubblicazione di un bollettino contenente i proci verbali delle tornate e lavori originali dei socii ana 14. I lavori da nari # gii. dovranno leggersi nelle ionato; su di essi cin esse ta discussione. I lavori pabbfce da un t ade maggiore di dia mesi in un altro iodio " si potranno pubblicare nel bolletti ino Art I lavori a versare su argomenti di scienze natu- rali e Da aa Art. 16. Il Consigli direttivo cura la pubblicazione del* bol- lettino. 1 Art. 19. Gli autori avranno gratuitamente gli estratti dei loro avori Ti mgiiogi di essi sarà -tbilito ogni anno dal Consiglio direttivo. «È agrari agli autori ‘chiedere un nimero maggiore di estratti. a _. prie spese, previo avviso al Segretario, salvo che gli estratti siano m ssiaat Sogna all'originale scritto. DALLO STATUTO Art. IV. La Società è costituita di socii Se ed aderenti, I socii ordinarii sono residenti e non resi Art. V. Possono essere socii ordinarii ne: 1 "Sort delle scienze naturali. Possono rsa socii aderenti coloro che vogliono seguire i la- vori della Socie Art. VI. t imagniioe dei socii è _ 0° domanda presen- tata da un socio ordinario al Consiglio dire i socii ordinarii; il Co ela iva ‘presenta lo caso d conclusioni all Assemblea, la quale delibera sulla ammissione ; nel. e ei socii aderenti, li nomina. I soc ii ordinarii residenti hanno cura dell'atiingpt zione e dell’ vaio scientifico della Società, ed eleggono il Con siglio direttivo. Art. VIII. I socii ordinarii non residenti, sempre che si trovano n Nap li, godono di tutti i dritti dei socii residenti , meno quello della eleggibilità. Art. IX. I socii ordinarii solamente hanno dritto a pubblicare e tener conferenze. Art. X. I socii non residenti che stabiliscono la loro dimora in Napoli, se vogliono Sr a far parte della Società, debbono en- trare nella categoria dei identi. Art. utti i socii i santo hanno dritto ad interve- nire alle tornate scientifiche ed a ricevere le pubblicazioni della So- cietà. rt. XII. I socii di tutte le categorie pagano una corftribuzione annua, la qu ale, per i residenti è doppia di quella dei non residenti, e per questi è doppia di quelle degli sir Per questo anno la Società dà agli Autori 50 copie di estratti. Gli sli Autori i i quali ne vogliono un maggiore numero pagheranno le copie in più secondo la se- guente tariffa. | Di Esemplari no. } bO | 76 ; da 4 foglio (4 pagine). . !L.1 75 | EL. 3 2w3/L.250/L_4 » foglio (8 pag 3:25 50 | 5 50 (8 pagine) ig 03 40 n. 9 90; ri i n , fogli 12. pagine) [a ®00,b-| 640,3 1 foglio (16 pagine) Foa 00 | « DO +, N. B.—Per i sopra segnati prezzi va inclusa la legatura e coverlina senza stampa. Le annate arretrate del Bollettino sono vendibili ai seguenti prezzi ; Vol. I. fasc. li 0 ORO) * IL. x Lis i. xa Ul,» 10068 -___ «adi aa e Prezzo del presente fascicolo L. Sei BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ DI NATURALISTI LAN: IRE CILA SERIE I. — VOL. V. f P. | | È ANNO Y. 1891 FASCICOLO IT (con 5 tavole e 6 incisioni) (pubblicato il 15 Gennaio 1892 ) IAPLOLI Stabilimento Tipografico F.LL1 Ferrante, Vico Tiratoio, 25 È fe. d SOMMARIO Vanni G. — Sopra una Si del PISGDiO del ponte di Whectatone, ( con una incisione ) ‘aria Ra Sav. alcuni organi di tatto nei Tri- -Vontribato allo studio dei Trematodi Mono- genetici Ricerche. Parte I. ce V-VI ed una in- cisione) Cano pai — Svi ilubuo Se dello Stenopus s rin, vi law: VII) mazzarelti G. — Sullo sviluppo postlarvale della doni glia nei Tectibranchi. Russo A. ST prime fasi di sviluppo siate Amphiura i mata, (con cinque incisioni ) Monticelli Fr. Sav.—Della sui nei LI Monticelli Fr. Sav. — Notizie di alcune ere di Taenia, ( Tav. VIII) palsamo F.—Sulla risiitità delle stele delle Tikoo w rapporto ai sistemi ot ed ai mezzi di inclusione Russo A_—Della mbrioogia e ; dell vpparato di elio dell’ la squamata Mazzarelli G. — Note sii dalla Apigatitai Geremicca M. — Sulla Lot dei fiori di userai bia LE) PROCESSI VERBALI DELLE TORNATE Elenco dei Socii Elenco dei cambii Elenco dei libri bersi in ina ; ”» » 211 Per quanto concerne la parte scientifica ed amministrativa dirigersi al Segretario della cietà : G. TAGLIANI ex Monastero della Sapienza — NAPOLI So- Sono vivamente pregati i signori socii ordinarii non residenti di spedire la loro contribuzione annuale al socio | Cassiere A. G. CABELLA, Laboratorio di Chimica aa . rale della R. Università di Napoli. Leo. Sopra una generalizzazione del principio del ponte di Wheatstone — Nota di G. Vani. ( Tornata del 10 maggio 1891 ) La disposizione conosciuta col nome di ponte di Wheatstone è stata, specialmente in questi ultimi tempi, oggetto di tanti studi, da rendere molto difficile il trovare qualche cosa di nuovo che ad essa sì riferisca. Basta, per convincersene, esaminare i lavori recenti dello Schwendler (1), dell’ Heaviside (2) del Weber (3) e quanto si trova in proposito nei trattati del Maxwell (4), del Kempe (5), dello Stewart and Gee (6), del Monnier (7) e di altri. Il Frolich (8) ha recentemente esposto una notevole generaliz- zazione della relazione fondamentale, che lega fra di loro le resi- | stenze dei lati opposti del ponte, estendendola al caso in cui tutti i sei lati del ponte stesso contengano delle forze elettromotrici. E ap- punto una più semplice, e, per quanto a me consta, una nuova di- mostrazione del principio di Wheatstone così generalizzato, che io mi propongo di esporre in questa breve nota. Supponendo esistenti le forze elettromotrici e, e, e, è, 5 © nel RTRT (1) Poggendorff Annalen, 1867. (2) Philosophical Magazine, 1873. (8) Wiedemann Annalen, Band XXX, pag. 638. (4) Traité d’Electricité et Magnetisme /edit. franc. /, pag. 533. (5) Traité des mesures electriques /edit. frane. /, pag. 160. (6) Lessonsinelementary practical Physics, Vol. 11, pag.444. . (7) Elecetricité industrielle, pag. 84. . (8 Wiedemann Annalen, Band XXX, 1887. Ne AR. RE sei lati del ponte ( Fig. 1) si ottiene applicando il secondo principio di Kirchhoff ai circuiti ABC, BDC tata li — Lh 250 [pag.. 106). Fig. 81. — Parte sean della Placunella eracantha Da pra (lato ventra- le); contorno— X 52, dettagli —X 195 (pag. 104, 107). Fig. 32. — Parte: vl della ah elongata (lato ventrale): lente lI _ dissezione Zeiss, camera Abbe (pag. 105) Fig. vr — Parte anteriore del Calicolyle Kroyeri (lato ventrale ): contorni: + 7788, dettagli «= DE 195 (pag. 108, 111 e v. anche in notaa pag. 116), Fig. sa. — Meta siii della ventosa posteriore dello stesso (faccia ven- 2 trale), — x< 52 (Nota VID — 1394 — è 2 PRC Fig. 35. — Un uncino della stessa isolato, > x 280 ‘ivi) Fig. 36. — Metà destra della parte anteriore dell’ Acanthecolyle Lobianchi, vi» Ri a! sta dalla faccia ventrale; contorni a 52, dettagli svi (pag. 107) i PREME. Fig. 37. — Cellule glandolari anteriori dello stesso ingrandite, > X 258 (pag. 107). 2 Fig. 38. — Sistema nervoso dello stesso, a fresco, x 25 (camera Abbe), dettagli, — x 250, giovane esemplare (pag. 116). Fig. 39. — Una cellula nervosa dello stesso isolata, a fresco, —X 320, came- ra chiara Abbe (pag. 120). Fig. 40. — Parte anteriore del Tetraonchus unguiculatus (faccia ventra- le), x 52, camera chiara Abbe (pag. 109 ed in nota 1 e Nota so Fig. 41. — Metà anteriore dello stesso (dalla faccia ventrale ): contorni Lx 230, camera chiara Abbe, dettagli >< 855 (pag. 109 e Nota X). Da ciascuno dei tre punti di sbocco dei dotti delle glandole anteriori si vede fuoriuscire il prodotto della secrezione ingrumito dall’ azione del liquido fissatore. Sviluppo postembrionale dello Stenopus spinosus Risso—Studio morfologico di G. Cano, (Tav. VID. (Tornata del 14 giugno 1891) A—Lo S/enopus si lascia facilmente riconoscere sin dalle prime fasi larvali per l'armatura singolare dello scudo e dell’ addome (fig. 1A, 1A’) e per la conformazione caratteristica del segmento anale (fig. 10°) la quale si ravvicina strettamente a quella del Call/azis ed ha uno schema di 7+-7 setole. ; In questa prima fase larvale (Zoea) esistono sul corpo nove pala di appendici, cioè : cinque cefaliche e quattro toraciche. Le antenne interne (fig. 2*) hanno un piccolo flagello terminale (Hauptgeissel) che porta i filamenti olfattivi, nelle antenne esterne la protopodite risulta formata di un sol pezzo, il ramo esterno non è ancora distintamente squamiforme ed è verso l'apice segmentato in più articoli e guernito di setole nel suo margine interno ed esterno. Le mandibole (fig. 3*) sono unilobe e sprovviste di denti nel mar- gine tagliente, il primo paio di mascelle (fig. 4*) al pari delle man- bia e i sar dibole è sprovvisto di palpo, mentre nel secondo paio (fig. 5*) esso è ben sviluppato e si articola colla lacinia interna. I quattro piedi toracici ( fig. 6*, 7%, 8°, ) hanno durante questa fase larvale tutta l’importanza di piedi nuotatori , la protopodite ha un articolo prossimale ed uno distale, il ramo esterno è guernito di setole, il ramo interno di lunghe spine ed è diviso in quattro articoli nel primo e nel quarto piede nuotatore, in cinque nel se- condo e nel terzo. L’addome risulta di sei distinti segmenti ed è privo di appendici. B — In una seconda fase larvale intermediaria tra la Zoea e lo stadio di Mysîs (fig. 1B), persiste immutata la forma generale del corpo e di tutte le appendici; nelle antenne interne però a lato del flagello principale si è sviluppato un piccolo fiagello accessorio, il primo piede nuotatore porta una piccola appendice (ep) epipoidale (fig. 6» ) dietro dell’ultimo paio di piedi nuotatori si osserva per cia- scun lato quattro gemme delle quali le due anteriori bilobe che rap- presentano il primo abbozzo dei quattro ultimi piedi ambulatori dell’ adulto. L’addome ha sei distinte somiti ed un telson terminale con due lamelle laterali. C— Nello stadio di Mysiîs (fig. 1C) la forma del corpo e di tutte le appendici si ravvicina a quella dell’ adulto. Le antenne interne ( fig. 2° ) presentano l'apertura del sacco udi- tivo, la porzione del peduncolo è divisa in tre articoli, i due flagelli terminali attraverso la trasparente cuticola si osservano suddivisi in una serie di piccoli anelli. Nelle antenne esterne la protopodite ha due distinti articoli, quello della base offre l’ orifizio di sbocco della glandola antennale, il ramo esterno si è trasformato in una larga squama è non ha più alcuna segmentazione terminale, il ramo interno è suddiviso in una serie di articoli successivamente più piccoli. Le mandibole e le due paia di mascelle si conservano immutate nella loro forma. Nel primo piede nuotatore i due articoli della protopodite di- venuti lamellosi si sono trasformate in due lacinie masticatrici (fig. 6°), l’appendice epipoidale si estende sotto forma di larga la- mella branchiale. Il secondo piede nuotatore ha due appendici epipoidali (fig. 7° ) (1) Cano C. Sviluppo postembrionale della Gedia , Azius, Cal- » tianassa e Calliaris ete. in: Boll. Soc. Nat. Napoli (I) Vol. V. 1891, fasc, 1°. — 136 — ed una branchia della serie d (1) mentre tutte le restanti appendici to- raciche con eccezione dell’ ultima hanno una sola appendice epipoi- dale e tre tubi branchiali della serie d, c, e e’ Claus. L'ultimo ha soltanto un’ appendice branchiale della serie c'; i medesimi hanno . un distinto ramo esterno tranne nei due ultimi e sono terminati da una chela nel quarto, quinto, e sesto palo. IL’addome ha cinque paia di pleopodi risultanti con eccezione del primo di due distinti rami (fig. 9€). D— Nello stadio postlarvale la forma del corpo e di tutte le ap- pendici è quasi simile a quella dell’ adulto, il ramo nuotatore è to- talmente scomparso nel quarto, quinto e sesto piede toracico, le mandibole però non sono ancora provviste di palpo, il quale perciò deve svilupparsi nello stadio adulto. Come si rileva poi dalla figura 1D lo Sfenopus ensiferus Dana (2) non è altro che uno stadio post- larvale dello Sfenopus. E — Nello stadio adulto (fig. 1E) la spina nostrale si è in gran parte atrofizzata, tutta la superficie del corpo è rivestita di minu- tissime spine. Le due paia di antenne hanno dei lunghissimi flagelli (fig. 24), le mandibole presentano un palpo diviso in tre articoli e sono ar- mati di denti nel loro margine tagliente. Nel primo paio di mascelle si è sviluppato un piccolo palpo di- viso in due articoli (fig. 49), nel secondo paio di mascelle (fig. 5% ) il palpo ha perduto la sua primitiva articolazione. I primi tre piedi nuotatori (fig. 64, 74, 84) si sono trasformati in piedi mascellari, i cinque successivi sono divenuti piedi ambula- tori, il ramo esterno è totalmente scomparso, le branchie hanno ac- quistate quella conformazione stata già descritta da Claus (3) "addome ha cinque paia di pleopodi guerniti di lunghissime setole, ri ramo interno non ha retinaculum. CONCLUSIONI Esaminando lo Sfenopus nelle diverse fasi del suo sviluppo non che nella conformazione generale del corpo e nell’ organizzazione dell'adulto si osserva ch’esso rappresenta una forma di transizione (1) Questa branchia riferita.da Claus alla serie c mi sembra invece debba — appartenere alla serie d. (2) United States Explor. spa Pit. 40, fig. 9. (3) Neue Beitrige ecc. pag. 47 e 48. rape RE — 137 — tra i Peneidi propriamente detti (Penaeus e Sicyonia) e gli Euky- Photes I Peneidi infatti hanno un apparecchio sessuale metamerico vi non fissano le uova, si sviluppano per Nawplius, conservano un ru dimento del ramo esterno nei piedi ambulatori dell'adulto, hanno un retinaculum nel ramo interno dei pleopodi. Lo Sfenopus invece non ha l’ apparecchio sessuale metamerico, fissa le uova come tutti i Decapodi, si sviluppa per Zoea, non con- ‘Serva alcun rudimento del ramo esterno nei piedi ambulatori dell’a- dulto, il ramo interno dei pleopodi è privo di un retinaculum. Lo Stenopus inoltre sin dalla prima fase larvale è distintamente un EuRyphote nel senso cioè che presenta un addome gibboso, e que- sto solo carattere è sufficiente per distinguerlo nello stadio di Mysis da un Peneide, al pari di quest ultimo egli però presenta in questo stadio una lunga spina orbitaria superiore, (2) tre paia di piedi che- lati, ed i pezzi epimerali delle diverse somiti del pleon disposte se- condo il tipo Peneide, oltre di che la forma e la struttura delle ap- pendici branchiali nell'adulto è riferibile al medesimo tipo. Napoli, Stazione Zoologica, Giugno 1891 Spiegazione della Tav. VII. LI Fig. 1A, 1A”, 1B, 10, 1D, 1E Zoea (lungh. 4 mill.), fase intermedia tra la Zoea e lo stadio di Mysis (lungh. 8 mm.), stadio di Mysis (lungh. 80 mm.), stadio postalarvale (lungh. 40 mm.), e fase adulta di Stenopus spinosus Risso. » 2% 2e2d Antenne nelle fasi A, C, D. » 3, 34 Mandibole » » 4°, 4d Mascella del primo paio. » 5°, 54 Mascella del secondo paio. » 6°, 6b, 6c, 64, Primo piede mascellare. » 7°, 7e, 74 Secondo piede mascellare. » 8%, 8e, 8d Terzo piede mascellare. » 94 Secondo pleopede. 10*, 10°, 104 Telson e lamine laterali. mi si o 6 ili i (1) Camo C. Morfologia dell'apparecchio sata fe mmi- Nile ete. in: Mit!h. Zool. Stat. Neapel, IX Band, 4 Heft, Taf. 17, fig. 1, fiy. 16. (2) CLaus. Crustaceen Systems, Taf. /II, fig. 2. ra Sullo sviluppo postlarvale della conchiglia nei Tectibranchi — Nota di G. MazzareLLI. { Tornata del 26 luglio 1891 ) Lo sviluppo postlarvale degli Opistobranchi in generale, e dei Tectibranchi in particolare, — molto importante per conoscere le relazioni naturali dei diversi gruppi — non è ‘stato finora fatto da alcuno. Avendo intanto avuto'a mia disposizione un materiale piuttosto abbondante di piccoli di Tectibranchi, ho iniziate delle ricerche in proposito, di cui espongo per ora una piccola parte, che riguarda lo sviluppo postlarvale della conchiglia di alcuni Tectibranchi. Nello sviluppo postlarvale di Pleurobranchaea Meckelii, Leue, non s’ ha alcuna traccia di conchiglia. Individui della lunghezza di mm. 8-10 non presentavano infatti alcun accenno di conchiglia. Invece in altri Pleurobronchidae, come nell’Oscanius membranaceus (Me- ckel) trovasi una conchiglia interna, che ha i medesimi caratteri generali di quella dell’adulto, sin da quando l’animale non ha che mm. 2,00 di lunghezza. Questa conchiglia persiste nell’ adulto, © anzi sì sviluppa maggiormente, restando però sempre nascosta dal n0- taeum. Nelle Ap!ysiidae la conchiglia subisce invece uno sviluppo molto diverso. Nei piccoli di Aplysia punctata Cuv. della lunghezza di mm. 1,05 trovasi una conchiglia relativamente enorme, della lun- ghezza di mm. 1,00. Questa conchiglia è interamente scoperta, con- trariamente a ciò che osservasi nell’ adulto. Inoltre essa presenta delle particolarità assai interessanti. Essa infatti è avvolta a spira per due giri e mezzo, ed ha un’ apertura assai ampia. In quest’ aper- tura trovasi la massa viscerale, di cui una parte, l'estremità poste- riore cioè della massa epatico-ermafrodisiaca, s’ introduce nei giri della spira sino all'apice. In progresso di sviluppo la conchiglia conserva la sua forma, mè le sue dimensioni, relativamente a quelle dell’animale, diminuisco- no. In seguito i primi giri della spira cominciano a ridursi, mentre l’ultimo, che limita 1’ apertura, s'ingrandisce, e comincia ad appiat- tirsi in forma di lamina, in modo che la massa viscerale non può più intromettersi nell’ apertura in tal modo ridotta; però l’ estremo posteriore della massa epatico-ermafrodisiaca continua a occupare ì primi giri della spira. Le dimensioni della conchiglia, relativamente a quelle quell’animale, continuano intanto a diminuire. Di poi com min- cia a manifestarsi nell'ultimo giro della spira, appiattitosi in forma ai E BS Rie SR Pago 4 # È — 139 - di lamina, e proprio dove esso si distacca dal penultimo, una leggiera incavatura—incisura—in cui viene a collocarsi il sifone, la quale dà. alla conchiglia la forma generale caratteristica degli individui adulti di Aplysia. La formazione di questa incisura è più tardiva in A. punciata; in A. depilans è invece abbastanza precoce. In A. pun- ctata anche nell’ adulto l’incisura persiste poco accentuata ; si ac- centua invece negli adulti di A. depilans e di A. limacina. Negli adulti di Do/abella essa si accentua in tal modo da dare alla con- chiglia un aspetto cordiforme. Mentre che avvengono queste modificazioni la conchiglia è sem- pre esterna, ed a misura che i primi giri si vanno riducendo, l’ul- timo, appiattitosi in form& di lamina alquanto concava, si va rela- tivamente sviluppando. A questo punto comincia un processo singo- lare, che mena poi a rendere interna questa conchiglia primitiva- mente esterna. I margini del mantello, gradatamente sviluppatisi, si rovesciano al di sopra, e rivestono i margini trasparenti della conchiglia. A poco a poco il mantello cresce, e comincia così a nascondere la conchi- glia, a partire dalla periferia e andando verso il centro, sino a che €sso si sviluppa in tal modo da nascondere tutta la conchiglia, la- Sciandone scoperto soltanto uno spazio al centro. Questo spazio, di- Scoidale—che la incompleta riunione dei primitivi margini del man- tello,rovesciatisi al di sopra, lascia visibile —viene gradat te sem Pre più limitato dal graduale svilupparsi dei margini medesimi. In A. punctata questa sorta di orifizio, che trovasi nella porzione so- Praconchiliare del mantello, e attraverso il quale scorgesi la conchi- glia—conosciuto sotto il nome di « apertura dell’opercolo»vr—è sem- SÙ relativamente grande, anche nello stato adulto. Nelle altre spe- cle di Ap/ysia questo processo, che ha per scopo di nascondere in- teramente la conchiglia, non si arresta però così presto. In A. depi- ‘ans Y « apertura dell’ opercolo » è già più piccola che in A. puncta- ta, e in A. timacina, come anche in A. Lobiancoi (1), è tanto piccolo che è appena visibile. In A. Chierchiana del Perù, come fu osser- vato da Zuccardi e da me (2), e in A. Willcori della Florida, come fu osservato da Heilprin (3) quest’ « apertura » , strettissima , pre- Senta anche una piccola papilla contrattile. (1) MazzareLti. Diagnosi di una nuova specie di Aplysia, in: Atli Accad. pe di Napoli, 1890, ed in: Nachrichisblatt deutsch. Malakolog. Gesellschaft. 1890. (2) Aplysiidae della « Veltor Pisani » in: Atti Soc. Ital. delle Scienze delta dei XL. Napoli, 4 0. (8) Proceed. Acad. Nat Sc. Philadelphia, 1889. — 140 — La completa chiusura della conchiglia tra i lembi rovesciati del mantello, o per meglio dire quel grado di chiusura che osservasi negl’individui normali di Ap/ysîa, diverso secondo le diverse specie, non si manifesta in tutti gli individui alla medesima epoca di svi- luppo. In alcuni essa è precoce, in altri essa è invece assai tardiva, ‘e posseggo esemplari di A. punctata abbastanza grandi, in cui la conchiglia è per la massima parte ancora scoperta (1), e inoltre mi è financo capitato un individuo di A. limacina, la cui « apertura del- l’opercolo » era grande, come in un individuo adulto di A. puncta- ta normalmente sviluppato. Mentre la conchiglia nel genere Ap/ysia viene in tal modo co- perta e nascosta, la sua forma si modifica sempre di più. I due primi giri della spira, dove prima immettevasi 1’ estremo posteriore della massa epatico-ermafrodisiaca, si riducono in modo che questo non può più penetrarvi, e infine ogni traccia di spira scompare. Ne re- sta allora ciò che chiamasi il « rostro », che può presentare delle prominenze più o meno sfrangiate, residui dei primitivi giri della spira ora scomparsi. Nelle altre Ap/ysiidae poi, da Aplysia in fuori, non v'è, è vero, quello speciale procedimento, sopra descritto, mediante il quale la conchiglia viene inclusa nel mantello, ma il graduale ravvicinamento (Dolabella , Dolabrifer ) degli epipodi, e il loro graduale saldarsi ( Aplysiella, Notarchus, Phylaplysia ) raggiunge il medesimo scopo, venendo a poco 2 poco a nascondere la conchiglia. La quale, fragile già in molte specie di Ap/ysia, solo membranacea e quasi senza sostanza calcarea in altre ( A. Lobiancoi ), solida al- quanto soltanto in Do/abella, è addirittura rudimentale in Nofarchus, dove il Vayssière (2) l ha recentemente descritta, e in Phyltaplysia il Fischer (3) non l’ha finora potuta ritrovare. D’ altra parte è chiaro ancora, come lo dimostra lo sviluppo postlarvale di Ap/ys?a , che questa conchiglia in origine era esterna, grandemente sviluppata re lativamente al suo stato presente, e conteneva la massa viscerale dell’animale, il quale però non poteva ritirarsi in essa. Dai piccoli di Aplysia punctata agli individui adulti di Notarchus e Phylta- Plysia sì può seguire tutto lo sviluppo regressivo della conchiglia, fino alla sua quasi completa scomparsa. (1) L’ Aplysia virescente di Risso , che Vayssière ritiene come ‘sinonimo di Aplysiella Weebbii, è invece assai protesbilment una giovane 4. punclata, con la conchiglia ancora in gran parte scoperta (2) Ann. Mus. Hist. Nat. de Marseille, Tome II 1885. (3) Traité de Conchyliologie. (E ‘e Si db si = NE a TI Sirio tan rane A a i SRI uri È chiaro quindi che la conchiglia delle Ap/ystidae è un or- gano che tende a scomparire. Intanto da tutto ciò si può agevolmente conchiudere che in origine le Ap/ysiidae pos- sedevano una conchiglia così sviluppata, se non come quella delle Bu//idae, almeno come quella delle Aceri- dae (1) — conchiglia che con la medesima forma tipica di quella delle Philinidae, Bullidae, Aceridae, si ritrova in fatti persistente nei piccoli di Ap/ysia punctata—e chein se- guito questa conchiglia, non più utile all'animale, si è ridotta, è stata nascosta nei tegumenti ( mantello o epi- podi), e ora va gradatamente scomparendo. Nofarchus dove essa è affatto rudimentale, e PAyltaplysia dove essa forse trovasi nelle medesime condizioni, ovvero è scomparsa del tutto, dimostrano chiaramente l’ ultimo risultato di questo sviluppo regressivo della conchiglia delle Ap/ysiidae. Questa conclusione concorda pienamente con la morfologia del- l'apparato riproduttore delle Ap/ysiidae (2) e delle Aceridae (3), che cì ha dimostrato le grandi affinità che passano le Ap/ystidae e le Aceridae, e poi tra queste due famiglie e le BuZlidae. Infatti 1’ ap- parato riproduttore delle Ap/ysiidae, e quindi anche quello delle ceridae, è il medesimo apparato riproduttore tipico delle BulZidae 0 meglio dei Cephataspidaca, grandemente evoluto, e la conchiglia. delle Aplysiidae è la medesima conchiglia tipica delle Bu/idae 0 anche dei Cephalaspidaea, che ha subito invece uno sviluppo re- _ QTessivo. Tutto ciò è però inaperta contraddizione con alcune idee messe avanti dal von Jhering in un capitolo sulla « filogenia degli /chno- Poda» di un suo recente lavoro (4). Pel von Jhering la conchiglia delle Aprysiidae sarebbe una conchiglia in via di sviluppo, sarebbe la conchiglia larvale che « comincia a persistere » per poi svilup- Parsi maggiormente nei Tectibranchi « più evoluti » che, secondo il suo modo di vedere, sarebbero quelli provvisti di una conchiglia bene - e (1) Per la costituzione di questa nuova famiglia vedi Mazzaretti, in — Zoolog. Anzeig. N° 368, 1891. (2) Mazzarerti. Ricerche sulla morfologia e fisiologia del l’apparato riproduttore cpr AplysiaedelGolfodi Napoli, in; Memorie Accad. Se. di Napoli Vol. (3) MazzareLLI, in: Zool. Ans. su 368, : (4) H. vox Jarerine. Sur les srt LAI des Cochli,- des et des lehnopodes, in: Bull. Scient. de la France e de la Belgique” Tome XXHI, 1891 — lia? — sviluppata e robusta, come Bullidae, Scaphandridae. Ma eviden- temente il von Jhering ha emessa questa ipotesi senza fondarsi su di alcuna osservazione, come d'altra parte ha voluto troppo presto costituire una filogenia dei Tectibranchi — fondandosi in gran parte sulle sue note osservazioni sul sistema nervoso (1) — senza che fi- nora vi siano conoscenze tali da poterlo permettere, massime per quel che riguarda l’ apparato riproduttore, ia cui importanza, come ben riconosce il von Jhering medesimo, è molto grande per la filo- genia dei Tectibranchi. La conchiglia interna di Oscanius membra- naceus, sempre interna nello sviluppo postlarvale, può considerarsi— secondo le vedute del von Jhering — come la conchiglia « larvale » «che comincia a persistere, tanto più che in una forma affine ( Plew- robranchaea ) essa manca del tutto. Cosi del pari — sempre secon- do le vedute del von Jhering — potrebbe considerarsi quella delle Philinidae, tra cui Posterobranchaea è priva di conchiglia, e for- s' anche quella di Gastropteron, che apparentemente sembra conser vare la sua forma larvale. Che Umbrella e Tylodina debbano con- siderarsi come Tectibranchi primitivi è possibile, ma nello stato at- tuale delle nostre conoscenze non è certo ancora permesso di ammet- terlo. Il medesimo si dica quanto agli Oxrynoidae , la cui organiz- zazione non è ancora ben nota. Quanto alle Pe/lidae l opinione di Vayssiére che considera questa famiglia come intermedia tra Plew- robranchidae e Cephalaspidaca sembra abbastanza giusta, ma an- che per esse son necessarie osservazioni più precise. Come si vede quindi tutte le idee del von Jhering sulla filogenia dei Tectibran- chi — tra cui, contrariamente all’ opinione del von Jhering medesi- mo, vanno però incluse anche le Pleurobranchidae — debbono considerarsi, per ora almeno , come premature. Quelle poi che ri- guardano in particolar modo la filogenia delle Ap/ystidae sono evi» dentemente in contraddizione con la la morfologia dell'apparato ri- produttore e con lo sviluppo postlarvale della conchiglia. Napoli, Stazione Zoologica, Luglio 1891. (1) H. von JaERING. Vergl. Anat. des Nervensist. und PbyloB- der Mollusken, Leipzig, 1878. e ro O — 143 — Le prime fasi di sviluppo nell’ Amphiura squamata Sars. — Comunicazione di A. Russo. (Tornata 26 luglio 1891) Con questa breve comunicazione mi propongo di portare nuovo contributo allo studio dello sviluppo di questo animale , mettendo in maggiore evidenza i primi momenti della evoluzione. Riassumendo quanto fino ad oggi si è detto su l’ argomento tro- viamo da prima il Metschikoff (1), il quale fa cominciare i suoi studii dalla formazione della blastosfera: non segue però, la for- mazione dell’entoderma, onde crede che esso si formi per inva- ginazione come negli altri Echinodermi. L’ Apostolides (2) in se- guito comincia a ricercare dall’uovo e ne segue la prima segmenta- zione, dice che l’entoderma si forma per dilaminazione dalle c- toderma senza però seguire il processo e senza darci alcuna figura ber comprovare un fatto così notevole. In ultimo Fewkes (8), con- tinuando queste ricerche, riconosce che 1’ esofago si forma per in- vaginazione dell’ectoderma, ricavando questa osservazione dallo studio delle larve in stadii molto avanzati dello sviluppo. La descri- zione della blastosfera e della formazione dell'entoderma e poco esatta; perchè dal testo e dalle figure poco si rileva da poterne il- lustrare il processo di queste formazioni con sufficiente determina- tezza. Stando così le cose, facilmente s’ intende che queste prime fasi dello sviluppo vanno in massima rivedute ed in gran parte ri- fatte, onde io descriverò l'uovo e la segmentazione, la forma- zione della blastosfera, dell’entoderma e del mesoderma, del Pro ctodeo e dello stomadeo ed in ultimo il modo di origine del sistema nervoso, che da nessuno fu ancora studiato, Circa alla costituzione ed ai caratteri dell'uovo di Ampriura squa- ———————————<=—<» (1) Merscamikore. Studien iber die Entwickelung der Echi- hodermen und Nemertinen-Embriologie der Amphiura squa- | sala, in: Mémoires de l' Acad. Sc. SI. Pèlersbourg {VII} Tome XIV, N. 8, 1869. (2) Nicoras Cnristo-ArostoLipes. Anatomie et dé veloppemen t des Ophiures-Développement de /Amphiura squamala, in: Archives Zoologie exrpér. et gin. 1882. (3) Fewkes W. On the Development of the Calcareous Plates of Amphiura, in: Bull. Museum Comparative Zoblogy, Vol. XVI, F. 4, Cambridge, 1887. — 144 — mata rimando il lettore ad un mio precedente lavoro (1). La forma- zione delle vescicole polari e molto difficile seguire, perchè, ve- nendo a maturazione in ciascun animale due o più uova, dissocian- done anche parecchi, è una vera fortuna imbattersi in quelle da poco fecondate. Oltre a ciò la colorazione rosso-oscura rende quasi im- possibile poter seguire le fasi cariocinetiche della vescicola germi- nativa. Quando l’ uovo ha già espulso le vescicole, esse sono in nu- mero di due, l’ una vicino all’ altra, di grandezza molto considere- vole con colorazione poco più chiara di quella dell’ uovo — Il primo piano di segmentazione è normale alle vescicole ed i due primi blastomeri sono disuguali: Il più grande, fatto da quasi due terzi dell’ intero uovo, con un secondo piano normale al primo si scinde ed in tal modo si hanno tre blastomeri uguali quasi fra loro © simmetricamente disposti. In una segmentazione successiva i blasto- meri sono quattro ed i piani di segmentazione normali fra loro fan credere che il blastomero piccolo , originato dalla prima scissione, sì sia anche diviso normalmente al primo piano. Ciò verrebbe a con- tradire quanto ne riferisce 1° Apostolides (2), cioè, che il fraziona- mento si opera su di una solamente delle due masse (la maggiore) mentre l’altra resta immutata. Ulteriormente è difficile seguire la segmentazione: solo è notevole che successivamente i blastomeri, pur Fig. 1. Fig. 2. Fig. la Blastosfera: ec ectoplasma, end endoplasma, cb cavità blastocelica, a,b oe. cellule in cariocinesi: Ingrand. di tutte le figure Nachet ob. 3 Fig. 2.a Le cellule della blastosfera si sono dilaminate: ecé ectoderma, ent entoderma» (1) Russo A. Ricerche citologiche sugli elem. sem. delle Ophiureae ete. in: /nternationale Monatschrift Anal, Physiol. 1891, pag. 18 e 19. (2) Apostowpes. Cfr. sup. Rea esa === — 145 — conservando la stessa colorazione, diventano più chiari e più traspa- renti — La morula è molto facile a distinguere per le sue cellule tondeggianti, di un colore uniformemente rossastro e simmetrica- mente aggruppate — La blastula che ne consegue è molto carat- . teristica: le cellule di questa formazione addossate regolarmente alla membrana vitellina, si sono allungate, formando la vescicola blastodermica con cavità molto angusta. Il protoplasma di queste cellule tipicamente si distingue per la colorazione rosso-intensa, che assume nella parte centrale, mentre la periferica resta gialletta e trasparente in cui si vede un grosso nucleo. La differenziazione del protoplasma delle cellule della blastofera che inizia la formazione dell’entoderma per dilaminazione è stata anche altrove osservato da Fol (1) e Mentschnikoff (2) nello sviluppo della Geryonia e da Brauer (3) in quello dell’ Hydra, però non tipicamente con diversa colorazione, ma sempre per diversa struttura della rete protopla- smatica, che fa assumere diverso aspetto all’ectoplasma ed all’ en- doplasma (4). La sostanza rossa, formante l’ endoplasma nelle cellule della blastofera di Amphiura squamata, è fatta da elementi di nutri- zione di cui l'uovo era provveduto, e ciò non è senza valore per le vicende dell’archenteron e delle sue aperture ( proctodeo e sto- madeo). Nel suo ultimo lavoro sullo sviluppo dell’ Zy@ra il Braner ha anche osservato che le cellule della blastosfera, le quali in parte formano l’ entoderma per dilaminazione, contengono nell’ en- toplasma elementi di nutrizione, mentre l’ ectoplasma ne è privo. La formazione dell’entoderma in cosiffatto modo, che ha dato luogo a molte discussioni per parte dei sostenitori della gastrula- zione, va sempre più acquistando valore e pare sia più difiusa di quel che prima non si credeva (5). Questa formazione è in stretta connessione alle condizioni di sviluppo, giacchè dove questo è libero (1) For Herw. Die erste Entwickelung des Gerjonideneies, in: Jenaische Zeit. Naturw. 1873, Taf. XXIV, XXV und Figuren in Hotsschn. (2) Merscanikore E. Embriologische studienan Medusen, Ein Beitrag zur genealogie der primitiv-organ, Wien, 1886. (8) Brauer A. Ueber die Entwickelung von Hydra,in: Zeit. Wiss. Zool. B, I, 4891. (4) alia le due porzioni di protoplasma delle cellule della bla- stosfera ho usato la nomenclatura che Fol (cf. sup.) impiega per indi- care le stesse parti. (5) Si beni all'uopo: Hensen V. Die Plankton expedition und Haekels Darwinismus—Ueber einige aufgaben und ziele der becshreibenden naturwissenschaften, Aiel u. Leipzig, det — 146 — e la blastosfera è nuotante, l’entoderma si forma per unipolarità, secondo la direzione di progressione, mentre dove lo sviluppo è in uno spazio limitato, cioè, interno, si avvera la multipolarità e la dilaminazione delle cellule della blastosfera. Questa asser- zione del Brauer (1) per i Celenterati trova negli Echinodermi una conferma, perchè mentre tutti formano l’ entoderma per invagi- nazione o per migrazione di elementi da un solo polo l Amphiura squamata lo forma in modo diverso, evidentemente per le diverse condizioni di sviluppo. Fig. 3 Fig. 3a. Formazione del proctodeum: ent ectoderma, ent entoderma, pro proctodeo, arch archentero. Quando tutte le cellule della blastosfera si sono scisse sì ha due strati di cellule: uno esterno: (ectoderma) fatto da cellule molto grosse, giallette e trasparenti ed uno interno: (ento derma) le cui cellule sono piccole, tondeggianti e di un color rosso oscuro molto intenso da non lasciar vedere alcuna struttura. In queste condizioni in un punto alcune cellule dell’ectoderma si atrofizzano ed in ciò son seguite dalle corrispondenti dell’entoderma; Abbiamo così for- mato il proctodeo e l’archenteron. Quando ciò è avvenuto co- mincia a formarsi il mesoderma: Questo foglietto trae la sua ori- gine dall’'ectoderma, dal: quale si distacca anche con processo di dilaminazione, come si vede nelle cellule a e d della fig. 4.°*. Esso apparisce da principio come due piccoli gruppi cellulari posti in prossimisà del blastoporo, ai lati dell’archenteron,il quale acquista la figura piriforme (Birneform di Metschnikoff). Le cel- lule del mesoderma sono più tosto grosse e son munite di pro- lungamenti, che perdono per divenire tondeggianti: hanno proto- plasma granuloso e nucleo vescicolare e trasparente. Queste cellule, nei (1) Braver. Cfr. sup. pag. 203 e seg. "PO — MIA E TRIOOTI “SAMP n | NR SERE E — 147 — aumentando di numero si spingono verso il polo opposto, occupando quasi tutta la cavità blastocelica, eda poco a poco si dispongo- no regolarmente sui due foglietti primarii, limitando la cavità dell’enterocele. Prima che ciò avvenisse però, si forma lo st o- madeo nel polo opposto a quello in cui si era formato il procto- deo. Questa formazione si può seguire dal suo inizio fino a che essa si completa come invaginazione dell’ ectoderma, occupante quasi un terzo dell'intero embrione. In questo stadio le cellule che costitui- scono l’ embrione conservano ancora la colorazione tipica dei diversi foglietti, perciò è agevole seguire queste formazioni; ma, ben presto la larva acquista un colore uniforme. Fig ect ecto cera ent entoderma, arch na. ni mesoderma, a. 5 cellule dell’ ii “i si scindono per formare il mesoderma. ' Fig. 5a. ect ila ent endoderma, stom stomadeum, c. ent cavità entorocelica, 8. n sistema nervoso. Circa la formazione del sistema nervo so, l’Apostolides (1) dice che esso si forma quando lo scheletro calcareo si è molto accentuato, il che ne impedisce la osservazione. Esso invece apparisce subito . che lo stomadeo e la cavità enterocelica si sono formati: Da principio è rappresentato da quattro cellule giallette, trasparenti con nucleo chiaro e tondeggiante munite di prolungamenti coi quali si attaccano all’ ectoderma ed allo stomadeo ai lati del quale sono situate. Esse verosimilmente sono anche derivate dall’ ectoderma per un processo di dilaminazione. Osservando successivamente le larve in stadii differenti dello sviluppo si possono seguire gli ulteriori differenziamenti del sistema nervoso il quale si modella sulle vi- cende della vescicola acquifera, come altrove sarà meglio esplicato. Napoti, Stazione Zoologica, Luglio 1891. (1) Aposrotipes. cfr. sup. — 148 — Della spermatogenesi nei Trematodi. — Nota rias- suntiva di Fr. SAv. MONTICELLI (Tornata del 22 novembre 1891) Riassumo qui brevemente le mie ricerche ed osservazioni sulla spermatogenesi nei 'Trematodi che esporrò largamente in un lavoro di prossima pubblicazione accompagnandole con figure illustrative. Queste ricerche sono state eseguite sopra molte specie così di mo- nogenetici, come di endoparassiti, ma specialmente su questi ulti- mi, e sono stati i Distomi che mi hanno dato i migliori risultamenti. Dei metodi usati nella ricerca, come delle specie esaminate dirò a suo tempo: ora entro in argomento e pigliando per tipo, nella de- scrizione che segue, il Dis!. megastomuin dico’che dapprincipio, nelle forme giovani, le masse testicolari mostransi compatte, cioè a dire i testicoli sono uniformemente riempiuti di cellule che chiamerò spermatogonii. Gli spermatogonii dapprincipio si trasformano direttamente in spermatociti, e ciò si manifesta appunto nei testi- coli giovani, all’iniziarsi dell'attività fisiologica di essi; in seguito dagli spermatogonii per divisione indiretta, le cui fasi ho potuto seguire quasi completamente, si originano gli spermatociti. Nei testicoli vecchi sono, poi, gli spermatogonii parietali ed ultimi rimasti che producono gli spermatociti. Tanto gli spermatociti prodotti per divisione dagli spermatogonii, quanto gli spermatociti trasformazioni, dirò così, di essi, si dividono, mercè le fasi cario- cinetiche ordinarie, che ho potuto seguire e che descriverò a suo tempo, quando le figure ne renderanno più chiaro l’ intendimento, in due cellule figlie, in due spermatociti di second’ordine: queste due cellule non si separano completamente l’ una dall’ altra, ma restano l’una all’ altra aderenti per un breve tratto ; queste due prime cellule hanno forma globosa. Ciascuna di queste cellule, per divisione, dà in seguito due altri spermatociti, i quali alla lor volta non si separano dai primi: si ha così una fase a quattro sper- matociti, a forma di pera, riuniti nel centro per i loro prolunga- menti: ciascuno dei quattro spermatociti secondarii così formati, per divisione darà a sua volta luogo a due altri spermatociti se- condarii più piccoli dei quattro precedenti, che sono alla lor volta minori dei due primi spermatociti secondarii. Questi otto spermato- citi secondarii sono ancora più nettamente piriformi dei precedenti Qua. ro, e sono anch’ essi riuniti nel centro dell’ ammasso sferico, che essi costituiscono, per mezzo dei loro prolungamenti. A questa i ze dale aa ri i ) : i — 149 — terza segmentazione ne tengono dietro parecchie altre fino a che formasi una sfera composta di numerosi spermatociti che sono di- ventati sempre maggiormente allungato-piriformi per reciproca pres- sione e convergenti sempre nel centro ed uniti fra loro per mezzo dei loro prolungamenti, che, per il loro cresciuto numero, diventano meno chiaramente visibili cosicchè sembra che essi manchino del tutto e che siano sostituiti da una massa centrale protoplasmatica unica nella quale hanno radice tutte le cellule formanti la sfera. Ciò che non è di fatti, come mi provano le mie ricerche, perchè le singole cellule conservano sempre distinto il prolungamento che le unisce fra loro, conservano, cioè, piena la loro individualità e non hanno che un unico punto di contatto fra loro che è il pedicello o funicolo unitivo. Ho chiamata col Graff questa sfera di spermatociti spermatomorula (equivalente alla spermatogemma di La Va- lette S. George ed Auct., spermopolyplast Bloomfield). Nei Tre- matodi manca, secondo le mie ricerche, un vero citoforo centrale, o massa centrale citoforale (Jensen), osservato nei Rabdocoeli ed in altri vermi, la presensa del quale, secondo pare ed affermano alcuni autori, è un fatto, se non generale, comune negli invertebrati. Il punto centrale, dove convergono e si attaccano i prolungamenti delle cellule dei singoli spermatociti, potrebbe, per altro, rappresentare il citoforo centrale nei trematodi. Quanti sieno d’ordinario gli spermatociti costituenti la sper- matomorula a termine io non ho potuto determinare, come non ho potuto stabilire il numero delle segmentazioni che tengon dietro alla quarta. Ciò ho constatato però, che, quando gli spermatociti han- no raggiunto un numero considerevole, cessa ogni ulteriore segmen- tazione e gli spermatociti si trasformano in spermatidi. Questa trasformazione consiste in ciò che il nucleo delle singole cellule, dei singoli spermatidi, da tondeggiante si fa ovale e poi gradual- mente si allunga tanto, da diventare bacillare. Appena il nucleo co- mincia a trasformarsi, la sostanza cromatica, che prima era disposta a reticolo, sì fa meno apparente e si risolve e si diffonde nel nucleo che si colora tutto uniformemente: tal diffusione raggiunge il suo massimo grado quando il nucleo è divenuto bacillare: il citoplasma segue le modificazioni di forma del nucleo e si distende e si al- lunga con questo, perdendo in estensione ciò che acquista in lun- ghezza, cosicchè i singoli spermatidi hanno forma allungata cilin- dracea e restano sempre attaccati l uno all’ altro nel centro della spermatomorula per i loro prolungamenti. Quando il nucleo è dive- nuto del tutto bacillare cominciano a riapparire nel suo interno delle chiazze più scure specialmente nel mezzo della sua lunghezza totale: — 150 — è la sostanza cromatica che si riorganizza poco alla volta e va rad- densandosi tutta verso la metà del nucleo rivolta verso il centro della spermatogemma, la quale è, cosi, più intensamente colorata e si allarga, mentre l’altra metà del nucleo si restringe alla sua estre- mità ed è meno colorata. La definitiva trasformazione dello sper- matide in spermatozoo avviene per raddensamento maggiore gra- duale della sostanza cromatica nel polo nucleare che trovasi rivolto al centro della spermatomorula ed il rigonfiarsi a pera di questo, mentre la metà posteriore del nucleo si accorcia e si restringe sem- pre più a punta: quanto maggiormente si accentuano queste differenze più si accorcia il nucleo e più si rigonfia il polo cromatico di esso. Il citoplasma si dispone in esile straterello attorno al nucleo, nella sua parte cromatica, e si raccoglie verso il polo opposto di esso € si allunga restringendosi: e, quanto più questo polo del nucleo si affina e si accorcia, tanto più il citoplasma si raddensa da questa parte, si allunga c si tira in filo, dapprima breve, ma che, in rapporto alle ulteriori trasformazione del nucleo, si fa più lungo ed esile e poi lunghissimo e costituisce la coda dello spermatozoo. Quando il polo nucleare cromatico, si è fatto del tutto piriforme ed il polo op- posto si è ridotto ad una piccola punta sporgente nella massa del citoplasma, i singoli spermatidi si staccano dal centro della sper- matomorula e si completano in spermatozoi: infatti la parte apicale del citoplasma costituente il prolungamento unitivo si riduce ai lati della pera cromatica del nucleo e si raccoglie con 1° altra a formar la coda; la pera nucleare si trasforma in una palla o capocchia alla base della quale resta una breve punta nucleare che forma il nodulo e punto d’attacco della coda e costituisce il corpo o collo dello spermatozoo, mentre la parte anteriore del nucleo contenente tutta la sostanza cromatica costituisce il capo degli spermatozoi. Gli sper- matozoi a termine, così formati, da una spermatogemma restano aggruppati insieme e formano dei fasci di spermatozoi molto compatti nella loro parte anteriore e per contro con le code molto indipendenti. Del tutto simile a quello ora riassunto nei Trematodi è il processo spermatogenetico nei Cestodi, come risulta dalle mie ricerche e che esporrò fra non molto nella monografia dei Cestodi semplici che ho In preparazione. Napoli, Stazione Zoologica, 31 Ottobre 1891. SA ESTONE MRI — 151 — Notizie su di alcune specie di Taenia. — Comunica- zione di Fr. Sav. MovticeLti, (Tav. VII). (Tornata del 22 novembre 1891) Intendo qui dare breve notizia di alcune specie di 7aenza poco conosciute che si conservano nelle collezioni elmintologiche del Museo Brittannico di Storia Naturale e di alcune altre parassite dei Silurus — che credo del tutto nuove — esistenti nelle collezioni del Museo Zoologico di Vienna, che ho potuto studiare grazie alla cor- tesia dei rispettivi direttori Dr. A. Giuther, Prof. Steindachner e del Dr. Marenzeller. I. Di alcune Taeria delle collezioni del Museo Brittannico. 1. Taenia bifaria von Siebold, in: Baird. Cat. Ent. Brit. Mus. pag. 79. (Tav. VIII, fig. 8-18) Il Baird nel suo catalogo sotto il n.° 23 indica una 7. bifaria Siebold. Mss? con l'indicazione dell'habitat «intestino della Nyroca leucophtalmos» e l osservazione « from the collection of. M. Sie- bold (1) ». Io ho ritrovato nelle collezioni del Museo Brittannico questa Taenia (un unico esemplare completo e varii frammenti acefali), che ha una importante caratteristica differenziale, quale la duplicità di aperture genitali e corrispettiva di organi genitili. Questa specie non era stata mai descritta: pare il Siebold l'avesse inedita nella sua collezione che passò al Museo Britannico e forse, come è da supporre dalle indicazioni del Baird, distinta col nome di difaria in un catalogo, od altro manoscrittto riguardante la colle- zione, che Baird avrà avuto tra mano. Essa non figura nè nella Revisio del Diesing (2), nè è enume- rata fra le Teenia nella Elmintologia e nel supplemento alla mede- sima del Linstow (3). Io ho brevemente (4) descritta questa 7. col nome di 7. difaria SARA e AAA (1) Catalogue of the species of Entozoa of the British Mu- seum, London 1853. (2) in: Sitz. Bericht Akad. Wien, Bd. XLVIX, pag. 357 —Abth, Cepha- locotyleen. (3) Compendium der Helmintholgie—Nachtrag allo stesso. (4) Notes on some Entozoa in the collection of the Bri- tish Museum, in: Proc. Zol. Soc. London, 1889, pag. 325. in altra mia nota, perchè ho creduto doversi conservare il nome dal Siebold imposto a questa Taenia che è certamente distinta dalle altre. Ora completerò la mia descrizione e stabilirò l'identità di una forma di Taenia descritta nel 1871 dal Krefft con la 7. bifaria. Il capo è triangolare a forma di mitra col rostello conico pun- tuto, sul quale non mi è riuscito vedere uncini (1), con quattro pic- cole ventose circolari: segue al capo un collo assai breve come sem- bra nell’ esemplare contratto avuto in esame. Le prime proglottidi sono a forma di piccole rughe poi vanno mano, mano ingranden- dosi ed acquistano la forma nettamente rettangolare : le ultime pro- glottidi sono più grandi di tutte e sub-quadrate. I margini laterali delle proglotttdi non sono dritti, ma si presentano puntuti nel mezzo della loro lunghezza: questo aspetto dei margini delle proglottidi, che non si osserva nelle anteriori, si fa sempre più accentuato nelle posteriori e solo nelle ultime esso non è più apprezzabile. Le aperture genitali sono in duplice serie lungo i due margini laterali di ciascun segmento dello strobila ed a ciò corrisponde la duplicità di organi genitali in ciascuna proglottide già innanzi ri- cordata. Pene e vagina mettono capo in un antro genitale comune, che è fortemente proeminente e si apre allo esterno circondato da una sorta dì cercine nel mezzo del margine della proglottide: a questa procminenza delle aperture genitali è dovuto l'aspetto innanzi de- scritto dei margini delle proglottidi, proeminenza che, nulla, quando gli organi genitali non sono ancora sviluppati, diventa massima quando essi hanno raggiunto il loro sviluppo definitivo e sì riduce nelle ultime proglottidi col ridursi delle parti escretorie dell’ appa rato riproduttore. Le due tasche dei peni sono grandi; i peni di mediocre lun- ghezza coperti di fini e numerosi aculeetti coniformi. Da ciascuna tasca del pene parte un deferente che risale nella parte anteriore della proglottide fino quasi all'altezza del margine posteriore della precedente, descrivendo poche ondulazioni e poco ravvolgendosi su sè stesso, e qui si slarga a formare un ricettacolo seminale al quale mettono capo i deferenti dei testicoli della rispettiva metà della proglottide. Questi, come d’ordinario nelle tenie degli uccelli, non sono numerosi, ma il loro numero non mi è riuscito di poter (1) Non intendo con ciò affermare che essi mancano del tutto: essi PO" trebbero, forse esistere ed essere sfuggiti alla mia osservazione, non per mettendomi l’ unico individuo un esame molto minuto per compressione. sa precisare, Le vagine si aprono innanzi ai peni nei rispettivi antri genitali e dapprima si spingono verso la porzione anteriore della proglottide, poi descrivono un largo arco e si dispongono paralle- lamente l'una all’altra ed all'asse del corpo e sì dirigono verso la parte posteriore delle proglottidi. Le preparazioni fatte sopra luogo con glicerina ed acido acetico non mi hanno permesso vedere e riconoscere altro, per trasparenza, degli organi genitali femminili ed apprezzare i rapporti reciproci delle varie parti di essi. La lunghezza degli esemplari di questa Taenia varia dai 39-90 mill. Nella Nyroca leucophtalma non è stato finora descritto alcun Cestode parassita, come risulta dalle mie ricerche. Nell’ intestino della Nyroca australis Gould, invece, il Krefît ha trovata, descritta e figurata una nuova tenia che chiama 7. /uber- colata (1). Dall’ esame attento ed accurato della descrizione, invero molto incompleta, data dal Krefft di questa n. sp. di tenia, e dallo studio delle figure ho potuto convincermi che la 7. fudercotata è la stessa cosa della 7. bifaria e che quindi deve rientrare nei sino- nimi di questa specie già prima riconosciuta dal Siebold. 2. Taenia falciformis Baird, Gatalogue ecc. pag. 116. (Tav. VIII, fig. 18-19) Ilo data una breve notizia di questa Tenia nel citato mio la- voro nel quale ho pure figurato un uncino del rostello (pag. 324, Pit. XXXIII, fig. 17): aggiungo ora alcune altre particolarità per po- terla meglio riconoscere. Il capo è allungato triangolare, il rostello conico subtroncato anteriormente: corona di uncini semplice, uncini in numero di otto, che nei preparati per schiacciamento sì dispon- gono quattro per lato: essi sono molto allungati hanno una forma molto caratteristica: cioè manico breve unguiforme, guardia breve, lamina dritta molto lunga ed a punta assai ristretta e rivolta in su. Le ventose sono grandi, ovato-triangolari, molto sporgenti e profonde. Un vero collo manca, ma l’ accenno delle proglotti non comincia immediatamente dietro le ventose. (1) On Australian Entozoa including a list of the species hitherto recordedanddescription of sixteen new tape—worm colonies, in: Trans. Ent. Soc. of. New. South Wales, July 30, 1874, pag. 11, PI. I, fig. 9-24, 21 a, Pit. IT, fig- 3. Anche questo A. non figura e descrive ùncini sul rostello della 7. tubercolata. Strobila anteriormente ristretto, posteriormente allargato: le pro- glottidi sono assai brevi, solo le ultime alquanto più grandi. L’ani- male è appiattito, ma, come è molto contratto, cosi si mostra lungo ì margini alquanto rotondeggiante. Dell’organizzazione interna non mi è riuscito vedere cosa al- cuna; ho constatato solamente che le aperture genitali sono mar- ginali ed irregolarmente alterne. Questa specie di Tenia è di ospite sconosciuto ed è stata rac- colta durante la spedizione dell’ Eufrate. Gli esemplari da me esa- minati sono in numero di due completi più alcuni frammenti. Questa tenia ha molte rassomiglianze con alcune delle Taenia con grandi uncini descritte finora negli uccelli, siccome però non mi è riuscito identificarla con alcuna di esse, così la considero col Baird come forma distinta. Ho conservato il nome specifico imposto dal Baird per la forma a falce del corpo, ma invero tale caratteristica non è normale: la forma a falce degli esemplari è da attribuirsi all’azione dell’ alcool forte che ha molto contratto l’ animale. 8. Taenia crassicollis Rudolphi, Entoz. Hist. Vol. III. pag. 173. Diesing nella Revision der Cephatocotyi. Abth. Cycloc, a pag. 334 scrive che « potius monstra Taenia crassicollis quam species genui- nae » devono considerarsi le due descritte dal Baird nel 1862, cioè la T. semiteres (1) del Fetîs catus di Persia e la T. ammonitiformis (2) del Puma (Felis concolor). Io ho potuto esaminare i due unici esemplari tipici di queste due specie di tenie del Baird e sono venuto nella convinzione che non si tratta qui nè di specie distinte, nè di forme mostruose, ma semplicemente della 7. crassicollis. Infatti dall'esame accurato com- parativo mi sono accorto della identità delle due forme del Baird con la 7. crassicollis con la quale concordano per tutti i caratteri e specialmente per la duplice corona e per la forma degli uncini. Le caratteristiche principali di queste due forme e che loro valsero il nome di T. semiferes e T. ammonitiformis e che, Spe- cialmente per la seconda, fecero credere a Diesing trattarsi di for- me mostruose, sono caratteristiche alcooliche: esse sono dovute alla forte e, forse, rapida contrazione fatta subire a questi cestodi im- (1) in: Proceed. Z. Soc. Lond. 1862, pag. 24, Pit. II, fig. 8-12. (2) ibid, pag. 20, PIt. II, fig. 1-7. eat III ae PROZIA È ; i — 155 — mergendoli in alcool molto forte; i due esemplari sono di fatti tal- mente induriti da sembrare di cartone. 4. Taenia calva Baird, Cat. Entoz. Britis. Mus. p. 83, Pr. Zool. Soc. Lon- don, 1853, pag. 24, Plt. XXXI, fig1, 12. (Tav. VIII, fig. 14-17) Io ho trovato nella collezione numerosi esemplari di questa tenia di diverse dimensioni, provenienti tutte dall’ intestino del Lagopus scoticus. Come ho fatto rilevare nella mia succitata nota (1) le mie osservazioni completano e modificano quelle di Baird spe- cialmente in ciò che Baird dice il rostello inerme, mentr’io l’ he Piconosciuto armato. Ridescrivo ora più minutamente questa tenia accompagnando la descrizione con disegni, tralasciando solo di dare quelli delle uova e degli uncini da me già dati nella detta nota (2). Il capo piccolo rotondato, poco distinto dal collo, porta nel mezzo una leggiera prominenza calottiforme, o rostello, circondata da una corona dinumerosissimi e minuti uncinuli a manico breve ed a lama allun- gata assai: essi sono disposti parallelamente all’ asse del rostello e tanto ravvicinati fra loro da dare l”aspetto di una fitta palizzata (3). Le quattro ventose sono larghe, circolari, poco proeminenti. I) collo è poco ristretto e lungo: lungo il collo si scorgono per trasparenza i fasci muscolari longitudinali che vanno alle ventose. Prime proglot- tidi molto strette rughiformi, queste vanno gradualmente ingran- dendosi: quelle che trovansi nel mezzo dello strobila sono assai piu larghe che lunghe, poi fannosi mano mano più lunghe e finiscono Per diventare assai più lunghe che larghe, quasi il doppio. Il mar- gine posteriore delle proglottidi, fin dalle proglottidi mediane, mo- Strasi ispessito; questo ispessimento si fa sempre più evidente ad ac- Centuato assai nelle ultime proglottidi, tanto che in queste piglia l'aspetto di un cercine. Le proglottidi mediane sono embricate, le Posteriori ed ultime decisamente campanulate. Tutte le proglottidi sono striate longitudinalmente: questa stria- tura e più evidente nelle posteriori: essa è dovuta alla muscolatura e —————__—____ (1) loc. cit. pag. 324-325. (2) loc. cit. Pit. XXXIII, fig. 18, 19. È (3) È questa una disposizione che s’ incontra frequente in molte Taenia dei Rasores come ad es: 7. cesticillus Molin, T. bothrioplitis Piana, T. echino- bothrida Megnin ed altre e più recentemente descritta nella T. digonopora o dal Pasquale (Tenie dei Polli di Massaua, in: Giorn. Int. di Se. mediche, Anno XII, 1890, con tav.) — 156 — longitudinale. Le aperture genitali sono marginali e tutte da un lato, gli organi genitali, da quanto mi è riuscito vedere per trasparenza, così disposti: Il pene e la vagina sboccano all’ esterno ravvicinati, ma distintamente l’ uno dall’ altra: lo sbocco del pene è superiore, quello della vagina inferiore. La tasca del pene ha forma allungata ed è piccola e disposta obliquamente rispetto all’ asse del corpo: da questa parte un deferente che fa pochi giri, costituendo il ricettacolo seminale esterno o maschile, e raccoglie nel terzo medio anteriore delle proglottidi i deferenti dei singoli testicoli che, come d’ ordi- nario, sono poco numerosi. La vagina forma un arco nel mezzo della proglottide, del quale un braccio va a sboccare all’ esterno , l' altro scendendo a perpendicolo, mette capo nell’ ovario : questo braccio lungo il suo decorso, nella sua porzione inferiore, si slarga a formare un ricettacolo seminale interno o femminile. L’ovario non è molto grande ed è a due braccia ed alquanto ramoso; posteriormente al- l’ovario, in corrispondenza del punto di divisione delle due braccia, ho osservato un piccolo ammasso scuriccio che penso possa essere il vitellogeno. Anche l’organizzazione di questa tenia è molto simi- gliante a quella delle altre innanzi citate dei Rasores. 5. Taenia Bremseri Baird, Cat. Ent. Brit. Mus. pag. 73, PIt. II, fig. 5. (Tav. VII, fig. 1-7) Io ho potuto studiare i tre esemplari tipici che han servito al Baird per la descrizione di questa specie e sono in grado di com- pletare e modificare la descrizione data da questo autore e dare delle figure alquanto più dimostrative. Tutto lo strobila ha la forma da me rappresentata nella figura 1. Il capo è quasi largo quanto le prime proglottidi , cosicché poco si distingue dalla porzione anteriore dello strobila. ll rostello è invece molto prominente e di forma cilindrica e troncato ante riormente; esso è armato di una duplice corona di uncini alcuni più grandi, altri più piccoli, disposti, in modo, come d’ ordinario, che le loro estremità libere si trovano tutte allo stesso livello. I grandi sono inseriti sulla parte supero-anteriore del rostello, in modo che le estremità dei loro manichi convergono nel mezzo, i piccoli, 1° vece, sono inseriti sul margine del rostello. Baird ha figurata Que- sta differenza di grandezza degli uncinì senza tenerne conto nella descrizione (1). Egli annovera 20 uncini, e tanti tra grandi e piccoli (1) op. cit. Pit. II, fig.5 a. dns: ICI, sa Ei RE TÀ LAT pae i rta È — 157 — (10 grandi e 10 piccoli) ne ho riconosciuti anch'io, meno in un esem- plare nel quale ne ho contati 18 solamente. Alla base del rostello si osservano quattro piccole ventose cir- colari, ma proeminenti e profonde. } collo manca: immediatamente dietro le ventose il corpo comincia a mostrarsi striato, a formare i primi accenni di proglottidi: queste vanno mano mano crescendo e si fanno prima trapezoidali, poi oblunghe e finalmente assai al- lungate. A misura che le proglottidi si accentuano, i margini posteriori sì ispessiscono e danno alle proglottidi un’ aspetto leggermente _ campanulato, che è poi evidentissimo nelle ultime proglottidi. Della disposizione degli organi genitali non mi è riuscito per trasparenza vedere altro che l’ utero che è molto ramificato a ramificazioni grosse. Le aperture genitali sono marginali irregolarmente alter- nanti. Pene e vagina sboccano ravvicinati in una sorta di antro genitale. Le uova perfettamente sferiche hanno un guscio a con- torno molto spesso : non-ho potuto scorgere se contengono 1° em- brione: esse ricordano molto all’ aspetto quelle della 7. echinococ- Cus, secondo il Krabbe. Baird indica così l’ habitat di questa specie: « In the Crocodile of Soonderbund ?, Crocodilus palustris Bengal, presented by. W. Masters Esq,. ». Diesing (1) sopprime il punto interrogativo e dà di fatto questa Specie come trovata nel Crocodilus: lo stesso fa Linstow (2). L’ habitat indicato da Baird per questa specie sarebbe molto importante, perchè è la prima ed unica Taenia finora osservata nei Coccodrilli. Ma io ho forti ragioni per dubitare che questa tenia sia stata raccolta proprio nel tubo digerente di un Coccodrillo. Ha essa tante rassomiglianze con le tenie dei Mammiferi per la forma, Per gli uncini e per la disposizione dell’ utero e per contro difle- lisce tanto dalle tenie degli altri Rettili, che io penso—stante anche Îl caso così isolato di tal reperto in un Coccodrillo—che vi sia uno sbaglio d’indicaziane e che si tratti di tutt'altro ospite e che, forse, Questo ospite possa essere un mammifero. Il Baird nel suo catalogo citato ha anche descritte come nuove Specie di tenia due cestodi senza capo: uno col nome di 7. Goezii (Pag. 78) di haditat ignoto: l’altro col come di T. Zederi (pag. 85) e (1) Revision der Cephalocotyl. Cyclocotyl. pag. 45. (2) Compendium d. Helmint. pag. 787. — 158 — proveniente dallo stomaco di nn pinguino delle regioni antartiche: questa ultima ha figurata pure in altro suo lavoro (1). Io ho potuto esaminare i tipi di queste due forme: della 7. Ze- deri ho trovati nelia boccetta solamente dei frammenti più o meno in cattivo stato, della 7. Goezii due esemplari interi ma senza capo. Dall’ esame dei frammenti della 7. Zederi, per quanto lo per- metteva il loro stato di conservazione, giudicando dalla forma delle proglottidi e dal modo di aprirsi all’esterno degli organi genitali in. un antro marginale circondato da un cercinetto ventosiforme, come s'incontra in molti TelrabotRhrium, io penso che qui si tratta di un Tetrabothrium:e, forse, non altro che lo stesso 7. macrocephalum così frequente negli Urinafores. Quanto alla 7. Goesti I esame fat- tone mi ha fatto riconoscere le caratteristiche differenziali delle proglottidi, già rilevate dal Baird che per queste la riteneva diffe- rente dalla 7. expansa e T. denticulala, alle quali per aspetto ge- nerale essa sì rassomiglia. Ond’io credo possa bene considerarsi specie distinta: ma, per poter portare giudizio più certo, sarà neces- sario ritrovarne degli esemplari completi. Nella collezione del British Museum vi sono pure molte tenie indeterminate, alcune complete, altre incomplete: tutte senza indi- cazioni di ospite: delle prime alcune sono nuove (2), altre possono forse riferirsi a forme note e di queste farò menzione in un elenco completo delle Taenia del Museo Britannico che ho in animo, 2 suo tempo, di pubblicare. Fra le specie di Taenia incomplete con indicazioni di ospite, ho trovato dei frammenti di strobila di un Cestode indicato sulla boccetta col nome di 7. referosoma del Tachypetes aquila. Nel catalogo del Baird a pag. 117 è indicato a n.° 48, questo Cestode col nome di T. heterosoma dell’intestino del Tackypetes aquila from Jamaica (coll. of M. Gosse) e considerato sinonimo della Taenia pelecani- aquitae del Rudolphi (Entoz. Synops. pag. 709). Ancbe il Rudolphi non ha avuto che dei frammenti di questa specie raccolti al Brasile (1) Proceed. Zool. Soc. of London, 1853, pag. 24, PIL. XXXI, fig. 2. Ri- cordo qui, a proposito delle nuove specie di tenia descritte dal Baird, che la sua 7. sulciceps dell’ intestino della Diomedea erulans (Pr. Zol. Soc. of London 1859, pag. 111, Pit. LVI. fig.1,4a 4 b.)è=al Tetrabothrium macrocephalum Rud. come ho potuto convincermi dall’esame degli esemplari tipici di Baird (questa opinione, che ora confermo ancor più, ho già espressa nel lavoro Entozoa of the British Museum in:. P. Z. Soc. 1889, pag. 324). (2) Di alcune ho già data notizia, in: Proc. Zool. Soc. London, 1889; "n pag. 325, Pit. XXXIII, fig. 15-46. dal Natterer nello stesso uccello e quindi non ne esistono esemplari completi : però dall’ esame delle proglottidi e della descrizione del Rudolphi, io concludo che non si tratta di una Taenia, ma di un Te- Irabothrium, del quale le proglottidi hanno tutte le caratteristiche. Credo che anche ad un Tetrabothrium debbano riferirsi i frammenti di Cestodi raccolti nell'intestino della Su/a fusca in Giamaica (coll. of. M.r Gosse) esisienti in altra boccetta di detto Museo, col nome specifico di T. Su/ae fuscae, (v. Cat. cit. pag. 116 N.° 46). II. Di tre Taenia dei Siluridi Dei Siurus è nota una specie di Taenia (osculata) descritta e figurata dal Goeze (1) e da lui ritrovata nel Si/urus glanis (2). Questa Taenia è caratterizzata specialmente dall’ avere, secondo il Goeze (3), « ausser den beiden Saugblasen am {Kopfe an der vorst- hendem Riissel eine wahre Miindung ». Questa bocca, come s'in- tende di leggieri, non è altro che una ventosa impari anteriore che è stata ben riconosciuta dal Wagener (4) tanto nelle larve, quanto negli individui adulti (Stirnapf). Secondo questo A. « die Stirnapf ist bei jungen aber schon geschlechtsreifen Thieren mit vier Reihen Haken umgeben, die den alteren exemplaren fehlen ». 11 Linstow (5), che ha ritrovato più tardi la 7. osculata, conferma l'osservazione di Wagener sulla presenza di piccoli uncini intorno la ventosa an- teriore e dà le dimensioni e la figura di questi, ma non dice se i suoi esemplari erano giovani o vecchi. Secondo il Diesing la 7. oscu- lata (pag. 522, op. cit.) non avrebbe collo: più tardi egli le assegna . Un collum subnullum (6). Da quanto si può vedere e ricavare dalle parole e figure dello stesso Goeze (7) e del Wagener (8) un collo esiste ed, a quanto pare, sufficientemente lungo, nella 7. oscu- lata, ciò che ho potuto constatare io stesso sopra gli esemplari di (1) Naturg. ecc. pag. 445 e 446, Tab. XXXII, fig. 9-14. (2) Per la sinonimia di questa 7aenia, v. Diesine. Syst. Helm, V. /, pag. 523. (3) v. pag. 415, n.° 3. (4) Erre d. Cestoden. pag. 64, fig. 24 (v. Taf. II. fig. 23- 25, Taf. III, fig. 26-29 e testo pag. 32-34). (5) Beobachtungen an neuen und bekannten Helminthen: Ìn: Arch. f. Naturg. Jahr. 41, 1875, pag. 184, Taf. II, fig. 11. (6) Revis. 2 Abth. pag. 379, N.° 39. (7) pag. 415, spiegazione della figura 9 h-i « der ungegliederte Hals », Pag. 417, spiegazione della figura Ti g-h (Tab. XXXIII). (8) Taf. II, fig. 25. — 160 — questa specie che ho potuto esaminare. Del resto voglio qui osser- vare in genere che il collo esiste sempre in tutte le Taenia dei Pesci ed è più o meno lungo , e nella maggior parte delle specie lungo ed in alcune lunghissimo ancora. Ciò posto osserverò che nel Musco Zoologico di Vienna ho tro- vato tre Taenia indeterminate dell’ intestino dei S7/urus; una del Silurus megacepha!us (N° 572), un’altra di un S#urwus sp. (n° 571) la terza di un S7#urus dargado (N° 573). Il Dr. Marenzeller ha vo- luto cortesemente concedermi un esemplare di ciascuna di esse per permettermene lo studio, e dallo studio fatto ho trpvato che queste tenie differiscono dalla 7. osculata per l' assenza della ven- tosa anteriore impari e degli uncini, e perchè hanno un collo assai lungo, ma d’altro canto per molti caratteri si riavvicinano alla 7. osculata. Di questi tre summentovati caratteri differenziali a parer mio ha solo valore la mancanza di ventosa anteriore e di uncini, (quantunque, secondo l’osservazione di Wagener, sendo essi caduchi potrebbero mancare negli individui da me presi in esame, fatto che, per altro, per molte ragioni io stimo non possibile): la lunghezza diversa del collo non è da tenersi in gran conto come caratteristica specifica. Descriverò ora brevemente, ed accompagno la descrizione con figure, queste tre specie di Taenia e duolmi solo di non aver po- tuto studiarne anatomicamente che una sola, non permettendomi lo stato di conservazione delle altre il farlo per tutte, ed ancora mag- giormente di non aver avuto a mia disposizione degli esemplari di Taenia osculata buoni per uno studio anatomico più completo di quello fatto dal Wagener. Indicherò queste tre nuove sperie di Taenia dei Siluri coi nomi di 7. macrocotylea, T. coryphicephala, T. Diesingii. 1. Taenia macrocotyiea n. sp. (Tav. VIII, fig. 20, 20 bis) Questa Taenia, che indico così dalle sue prominenti ventose, ha molte rassomiglianze con le due seguenti, ma da entrambe si distin- gue per la caratteristica forma del capo che è nettamente distinto dal collo e per il collo più breve. Le aperture genitali sono margi- nali irregolarmente alternanti. Lo stato dell'individuo che possegg® non mi ha permesso uno studio più minuzioso di questa Taezia (1)- (1) Nel capo e nelle proglottidi di questa tenia ho trovate incistate delle larve di Nematodi che sono molto simili all’ Ascaris siluri LinstoW in: Arch. f. Naturg. 1878, pag. 239-240, Tab. IX, fig. 28 (nel Nachtrag ge caio pi ee e LI uu. Habitat: intestino del Silurus megacephalus. 2. Taenia coryphicephala n. sp. (Tav. VIII, fig. 22-30). Capo slargato subtriangolare, visto di fronte, rigonfiato, subqua- drato, anteriormente allungato a formare un cocuzzolo conico, in- erme, non molto proeminente, ben distinto dal collo. Le quattro ventose mediocri non molto proeminenti, disposte ai quattro angoli del capo. Collo lunghissimo, ristretto. Prime proglottidi brevi, me- diane subrettangolari, posteriori ed ultime decisamente rettangolari, rigonfie nel mezzo (fig. 24). Aperture genitali marginali irregolar- mente alternanti. Gli organi genitali suno disposti nel loro insieme nel modo che io ho disegnato nella fig. 23, ricavando tal disegno da ben riuscita preparazione in toto e da una serie di sezioni. Avendomelo concesso lo stato di conservazione di questa 7ae- nia descriverò più da vicino la disposizione degli organi genitali di questa specie, studiandoli comparativamente a caga delle altre Taenia dei Pesci finora studiate. L’ovario (fig. 23, 26, 30) è for- mato da due grosse masse allungato-piriformi a Smart irregolare disposte orizzontalmente e convergenti nel mezzo delle proglottidi, lungo la linea mediana di esse: l’ovario occupa il terzo posteriore di ciascuna proglottide ed i due lobi di esso sono spinti alquanto, leggermente, verso la faccia ventrale delle proglottidi. Questa forma ; dell’ ovario si riscontra pure nella 7. longicollis, T. osculata, T' malapteruri. Nelle T. filicollis e T. Salmonis-Umblae V ovario ha due lobi a margini non integri e globosi, o subglobosi. La posizione dell’ovario sembra esser la stessa in tutte le specie di Taenia dei Pesci, meno nella 7. ambigua, nella quale vi sarebbe secondo Grimm un unico ovario e nella 7. ocez/ala dove Zschokke (1) descrive l’ova- rio come « un tube arborescent, occupant le milieu de chaque pro- glottis ». Secondo io credo è molto probabile che il tubo arborescente sia l'utero e che sieno invece le due branche ovariche ciò che egli T———————— è Comp d. Helminthol a pag. 89 il Linstow chiama, invece, questa sua specie A. Glanidis; forse, credo per non confonderla con l'A. siluri Gmelin che vive nell’intestino, trovata incapsulata nel fegato e nelle pareti intestinale del Silurus glanis. Con ogni probabilità , secondo io penso, l’ 4. siluri del Gmelin e l'A. Gianidis Linstow, sono forme molto vicine, se non la stessa cosa (v: Tav. VIII, fig. 81). Accanto alle ventose si osservavano pure delle capsule a strie concentriche, che parevano contenessero anch’ esse un ne- Matode (Tav. VIII. 20 bis).. (1) Recherches sur l’organization des la distr. Zool. d, Vers. Parasites etc. in: Arch. Biolog. T. V, 1884, pag. 166. i "RE indica come glandole vitellogene situate presso il margine posteriore delle proglottidi. L’ ovidutto si origina dall’ ovario nel punto dove convergono le due braccia o rami dell’ ovario e si restringono per continuarsi nell’ovidutto (fig. 26, 30). In questo punto si osserva uno ispessimento, un cercine, un corpo a forma di largo anello e for- mato essenzialmente di un forte sistema di fibre muscolari circolari. Questo punto iniziale dell’ovidutto interno è lo sfintere ovarico (fig. 26, 30), Schluckapparat del Pintner(1), descritto recentemente nei Teftrabothria. Questa formazione, come dice lo stesso Pintner, già riconosciuta dal Moniez nelle Taenia, nella Leuckartia, nei Bothriocephalus, nelle Ligula e Schistocephalus e negli Abothrium ed indicata come pavillon (2), sarebbe più sviluppata, anzi fortemente sviluppata, nei Tefrabothridae e negli Echinobothriuvm e meno svi- luppata nei TefrarAynchidae. nelle Taenia e nei Bothriocephalus. Questa conclusione nel caso presente non può essere confermata, per- chè in questa Taenia lo sfintere ovarico ha , come si può ben fa- cilmente rilevare dalle figure 26 e 30, uno sviluppo considerevole. Un bene e fortemente sviluppato sfintere ovarico ha pure recentemente osservato il Lonnberg nel Bohr. plicatus (3). Come uno sfintere .ova- rico è anche da ritenersi « l’Ampullenartigen Erweiterung » al prin- cipio dell’ovidutto della 7. echinococchus, secondo Erlanger (4). Ciò che Linstow ha recentemente descritto come ootipo nella Taenia longicoltis (5), come a me pare, non è altra cosa che lo sfintere ovarico, anche in questa specie sviluppatissimo. Se ciò i confermeranno le ricerche ulteriori su questa specie, esse dimostre- anno pure facilmente, che il vitellodutto e le glandole del guscio non sboccano prima dello sfintere ovarico. Una disposizione così diffe- rente, in forme che per la loro organizzazione e per tutti i caratteri stanno così vicine fra loro, mi pare poco probabile, e la presenza nella 7. Zongicollis di un organo omologo ed analogo allo sfintere (1) Neue Beitrag zur Kenntnis des Bandwirmkòrpers, in: Arb. Zool. Inst. Wien, 1890, II. Einige uber. gesch ecc. :3 (2) Mémoire sur ler Cestodes, Paris 1881. (3) Mitth. uber einig. Helminthen aus dem Zool. Museum d. Universitàt zu Kristiania, fe Biol. Foreningens Forhandlingar ece- N.° 9, 1891, Taf. 1I, pag. 8, fig. 6. (4) Der dosslicshitap iso der por echinococcus, in: Zeit. Wiss. Zool. pag. 557, Taf. XXIV, fig. 1-3 (fig. (5) Ueber den Bau und die ati shiate von Taenia longicollis. Ein Beitrige zur Kenntnis der Fischtaenien, in: Zeit. f. Naturw. B4. XVII, 1890, pag. 572, Taf. XXV, fig. 4-7. — 163 — ovarico delle altre Taenia mi fa credere erronea l’interpetrazione datagli dal Linstow e, d’altro canto sarebbe , pur ammettendola, questo fatto del tutto isolato nelle tenie dei pesci e nelle Taenia in genere, nelle quali non è stato riconosciuto un o otipo così formato. Lo sfintere ovarico è disposto quasi parallelamente all'asse trasver- so delle proglottidi, è rivolto verso la faccia dorsale delle proglot- tidi e trovasi nel mezzo della insenatura che determinano le due branche dell’ ovario, quando si restringono per fondersi insieme ed originar l’ ovidutto (fig. 26, 30). Questo poco dopo la sua uscita dallo sfintere si ripiega dolcemente e decorre parallelamente alla faccia dorsale delle proglottidi fin quasi a raggiungere il margine posteriore di queste e poi, descrivendo un’ansa più o meno tortuosa, risale, e con una nuova ansa si ripiega in avanti e verso destra, o sinistra della faccia ventrale delle proglottidi, secondo che l’ apertura genitale è sull’uno o sull’ altro margine della proglottide, e, passando innanzi l’ovario, dirigendosi obliquamente da destra a sinistra, o viceversa, si dispone per breve tratto quasi orizzontalmente, poi si ricurva e gradualmente si slarga a formare l’utero che è un sacco chiuso, de- Presso, a pareti marginali ondulate costituenti lobi più o meno ac- centuati, secondochè le depressioni ed i solchi intermedii sono più o meno profondi (fig. 23, 80). Questo utero non ha sbocco all’ esterno; quando esso è pieno d’ uova è molto rigonfio e fa ernia sulla faccia ventrale delle ultime proglottidi che hanno l’ aspetto da me rappre- sentato (fig. 24), fatto che si può anche osservare bene nella fig. 25 che rappresenta una sezione passante a traverso uno dei lobi del- l'utero. La testè descritta disposizione dell’ovidotto s' incontra pure nella 7. malapteruri, T. longicollis, T. osculata, T. Salmonis- Umble ed in generale, pare, in tutte le tenie dei pesci. Dicasi lo stesso per l'utero. Dall’ apertura genitale, disopra lo sbocco della tasca del pene, si origina la vagina, che (fig. 23) dapprima decorre per breve tratto orizzontalmente, descrivendo leggiere ondulazioni, Poi si ricurva lievemente e con cammino obliquo sì dirige nel mezzo della proglottide; quivi giunta si slarga di molto (fig. 23, 30) e di- scende verso l’ovario perpendicolarmente con decorso tortuoso e parallelamente all’ asse mediano longitudinale del corpo: all’ altezza dell’ovario si restringe nuovamente e, passando di lato allo sfintere ovarico a destra, o sinistra, secondo la disposizione dell’ apertura genitale, nella insenatura ventrale dell’ ovario si continua in giù no a raggiungere l’ovidutto, quando questo, dopo aver descritto le anse innanzi dette, risale dirigendosi in avanti: qui la vagina fig. 30) s° immette nell’ovidutto. Questo prima di risalire innanzi l’ovario, riceve lo sbocco del vitellodutto impari che nasce dalla -— 104 — fusione dei due vitellodutti pari— che, originatisi dai vitellodutti dei singoli vitellogeni, si riuniscono nella faccia ventrale delle proglottidi disotto l’ovario, senza formare un ricettacolo vitellino (fig. 80, 27)— nell’ unico dotto impari. Poco oltre lo sbocco di esso nell’ ovidotto sì osservano le glandole del guscio che circondano l’ovidotto (fig. 27). Nel breve tratto di ovidotto circondato dalle glandole del guscio, che presenta una modificazione nello sviluppo dei sistemi muscolari, è da ricercarsi l’omologo deli’ ootipo dei Trematodi. I singoli vitel- logeni, come si può facilmente rilevare dalle figure (23, 25), sono di- sposti in grappoletti ai lati di ciascuna proglottide e marginalmente, e si spingono lungo la faccia ventrale fino quasi in prossimità del sacco uterino. Io considero la porzione slargata della vagina come un ricettacolo seminale interno omologo a quella dei Te/rabothria e che forma passaggio a quello delle tenie degli Uccelli e dei Mam- miferi, nei quali acquista poi, in certe forme, una così alta indivi- dualità. Della struttura istologica delle parti dell’ apparecchio fem- minile non posso far cenno, perchè il materiale non si è prestato per tali ricerche. L’ovario consta di cellule uova molto piccole con distinto nucleo e relativo nueleolo. Le uova uterine numerosissime hanno guscio assai sottile (fig. 28): in tutte si vede l'ammasso omoge- neo delle masse vitelline, in alcune è anche chiaramente visibile la cellula uovo. Le uova. uterine sono ancora esse molto piccole: molta rassomiglianza esse presentano con quelle della 7. oscu/lafa, secondo Wagener (1). Per l’ insieme della disposizione dell'apparecchio geni- tale femminile la T. coryphicephala molto s'avvicina alla 7. oscultata, ne differisce per particolarità di disposizione, fra le quali sembrami importante che la vagina nel suo primo tratto passa disopra e di lato (dorsalmente) al ricettacolo seminale esterno o maschile, mentre nella 7. osculata la vagina passa di sotto e di lato (dorsalmente). La medesima disposizione che nella 7. coryphicephata mostra la va- gina della 7. longicollis, della T. filicollis, T. Salmonis-Umblae. Come nella 7. osculata, nella T. malapteruri la vagina passa sotto la tasca del pene. Nella T. longicollis e nella T. malapteruri non è stato osservato un ricettacolo seminale lungo la vagina: nella 7. filicollis, Salmonis-Umblae questo è stato descritto dallo Zschokke in prossimità dello sbocco della vagina (che egli chiama sempre (2) utero, mentre indica come vagina la porzione terminale di essa). Co- me nella 7. coryphicephala, in tutte le Taenia dei pesci i vitellogeni (1) op cit. pag. 64, Tuf. III, fig. 28. ° (2) op. cit. pag. 165-172. PI. I, fg. 4B 2, B. — 105 — sono disposti in due gruppi laterali e più o meno estesi: nella 7. Sa/- monis-Umblae, secondo lo Zsehokke (loc.cit), visarebbe un unico vitel- logeno, ma ciò che egli ha così indicato non è altra cosa che la parte ravvolta dell’ovidotto e forse ancora insieme le glandole del guscio (1). In tutte le altre Taenia dei pesci sembrano il vitellodutto impari e le glandole del guscio conservare i medesimi rapporti che nella T. coryhpicephala. Solo nella T. tongicollis il Linstow ha osservato che il vitellodutto sbocca prima di quel che egli indica come ootipo, e che io ho cercato dimostrare innanzi dover essere lo sfintere ova- rico, c intorno a questo sboccherebbero pure le glandole del guscio: ciò che attribuisco, come innanzi osserravo, a non buona interpetra- zione di fatti. - La disposizione degli organi genitali maschili si riassume nel modo seguente. I testicoli grossi (fig. 23, 25) e non molto numerosi, sono situati lungo il dorso delle proglottidi, lunga i due terzi an- teriori di esse e lateralmente, cosicchè nella linea mediana non se ne trovano (fig. 25). Dai singoli testicoli partono i dottolini efferenti, i quali convergono tutti l'uno nell'altro e finalmente si riuniscono in un unico slargamento di piccola mole dal quale si origina il de- ferente (fig. 23; 25): ciò avviene nel centro delle proglottidi sullo ini- zio della loro metà posteriore. Il deferente dapprima cilindrico di calibro uniforme, si ripiega e si dispone orizzontalmente (fig. 23), dopo poco si slarga e si ravvolge a spirale molteplici volte su sé stesso e costituisce così il ricettacolo seminale maschile, od esterno, il quale decorre, dirigendosi verso il margine della proglottide, fino ad incontrare la tasca del pene, e prima di penetrarvi si restringe nuovamente (fig. 23-20). La tasca del pene è piriforme con la parte ristretta rivolta verso l'apertura genitale e contiene un lungo dotto ejacuiatore ravvolto a spirale, il quale si termina alla punta del pene: questo non ho potuto vedere svaginato, ma, da quanto l’os- servazione in toto e su sezioni mì dimostra, esso sembrami del tutto simile a quello della 7. oscw/ala, secondo lo rappresenta il Wagener (2) (in questa specie non l’ ho visto svaginato), ed a quello della 7aenia tongicollis, secondo il Linstow (3), e della 7, macro- cephata secondo le osservazioni di Linstow (4) e di Braun (5), cioè breve ei pae (1) op. cit. pag. 777, PI. I, fig. 2 B gu. (2) op. cit. pag. 3.2, 64, Taf. HI, fix. 27. (3) op. cit. pag. 574, pag. 6. (4) in: Arch. f. Naturg. Jahr. 41, I, 1875, pag. 183. (5) Verzeichiniss von Eingewejidewiirmern aus Mecklenburg, in: Arch. Fr. d. Naturg. i M. Jahrg. 1891, pag. 107. = e conico e fortemente muscolare (fig. 29). Non ho visto nella tasca del pene delle glandole prostatiche, come ne ha descritte e figurate Lin- stow (1) nella 7. longicoltis, ma non posso affermare assolutamente che esse manchino, chè i preparati non me lo consentono. Tasca del pene e vagina sboccano in una insenatura del margine della pro- glottide ed entrambi (fig. 29) nel loro punto di sbocco sono circon- dati da una sorta di sfintere che circonda pure le pareti dell’ antro genitale (un fatto simile ha pure osservato recentemente Erlanger nella 7. echinococcus (2)), come a sua volta la porzione terminale della vagina presenta uno ispessimento dei sistemi muscolari che rappresenta lo sfintere descritto in molte specie di Cestodi (Telra- bothria, Dibothria e Taenia) dallo Zschokke (3) e recentemente an- che dal Lònnberg (4) nel BotWr. plicatus. In tutte le preparazioni esaminate lo sfintere del fondo dell’ antro genitale testè descritto, era contratto e le due aperture genitali ravvicinate nel modo da me disegnato (fig. 23, 29), cosicché tutto l’ antro genitale era contratto e quasi gli orli esterni combaciavano insieme. Tutto ciò, come la brevità del pene fatto a cuneo, la possibilità della dilatazione della vagina che presenta, in alcune preparazioni, una distinta apertura imbutiforme, le dimensioni relative del pene e della vagina, la loro disposizione reciproca e la possibilità di ravvicinamento delle due aperture nel modo descritto , mi fa credere che qui avvenga au- vofecondazione. A questa conclusione, del resto, mi portano le mie osservazioni generali su tutti i Cestodi raccolte in tempi diversi: le percentuali di un accoppiamento reciproco fra due proglottidi diverse della stessa catena è minima , rarissimo il caso di accoppiamento fra proglottidi di individui diversi (Pagenstcker, Pintener (5)). An- che le osservazioni altrui concorrono a dimostrare ed a far ammet- tere come cosa generale nei Cestodi l’ autofecondazione il cui pro- cesso ho potuto seguire io stesso sotto il microscopio. Esaminando delle proglottidi viventi di un Xcheneibothrium sp., per ora inde- terminata, ho visto uscir fuori dalla tasca un lungo pene, il quale dopo essersi rivolto innanzi ed indietro ondeggiando, si è riepiegato ad arco su sè stesso e, tentando, ha trovato l'apertura genitale, vi si é immesso ed è penetrato nella vagina che l’ha accolto dilatandosi. Casi di autofecondazione con immissio penis hanno osservato Schultze (1) op. cit. pag. 577, fig. 6. - (2) n: cit. pag. 558, Taf. XXIV. fig. 8. (3) Recherches sur la struct. anat. et ist. des Cestodes. (4) op. cit. pag. 7, Tav. I, fig. 8 (5) op. cit. /. uk Frage des Bagatt ec. pag. 12, Taf. I, fig. 1, 2: ivi vedi per PAaGENSTECKER (pag. 10/. AA e e CT SII e ES ga — 167 — T. S. (sec. Leuckart), Leuckart (1), Van Beneden (2), Crety (3), Pa- squale (4), Pintner (5) e Zschokke (affermata, o ritenuta probabile) (6). Cosicchè io credo di poter ammettere come regola generale nei Ce- stodi l’ autofecondazione e ritenere la fecondazione incrociata come accidentale. A questo proposito io voglio riportare una osservazione di un tal caso che posseggo inedita fin dal 1886, e che è molto simile, se non del tutto identico,a quello del Pagenstecker (vide Pintner) «Ich habe, dice il Pagenstecker, am Mittelmeer bei Tetrabothrium auri- colare aus Mustelus vulgaris die Copulation eincs Glieder mit einem andern beobachtet. Es war nur der Penis des einen Glieder in das andere immittirt. Die beiden Glieder waren durch wenige Zwischen- glieder getrennt » (pag. 528). Io ho osservato, infatti, in una lunga catena di PAyl2. tridax che la parte posteriore di essa era ripiegata su sè stessa ed un discreto numero di ultime proglottidi della catena erano in fecondazione incrociata con quelle della catena con le quali corrispondevano a livello. Nella autofecondazione il sistema di fibre dell’ antro genitale da un lato determina, con la sua contrazione, il ravvicinamento degli orificii g* 9 nell'atto della copula, dall’ altro restringe e chiude, quasi completamente alle volte, 1’ atrio all’ esterno, fatto che facil- mente ho potuto vedere in tutti i casi osservati di autofecondazione e riconoscere nelle osservazioni altrui e come lo mostrano le fig. 23, 29. Questa chiusura dell’antro genitale è stata per il primo a constatarla il Sommer nella 7. saginata , al qual fatto egli dava altro valore, secondo il modo da lui ammesso mediante il quale si sarebbe com- piuta la fecondazione (7). La disposizione innanzi descritta degli organi genitali maschili della 7. coryphicephala trova riscontro completo in quello delle al- tre Tenie da Pesci: non in tutte per altro i testicoli sono così de- cisamente dorsali: questi variano per grandezza nelle singole spe- cie ed il numero è sempre maggiore quanto più piccoli essi sono : (1) Menschl. Parasit. 2 Auf. Bd. I, pag. 393-394. (2) v. PintNER. op. cit. pig 10 i (3) Cestodi della catarn communis, in: Ball. Mus. Zool. Anat. Comp. Torino, Vol. V, N° 88, pag. 7, Tav. fig. 12. ; (4) Le tenie dei polli di Massaua, in: Giora. int. delle Scienze Me- diche, Fon XII, 1889, estratto pag. 6. (8) op. cit. e v. PintNER Op. cit. /, pag. (7) Ueber d. Bau d. T. mediocanel!ata, pag. 504-508, Taf. XLVI, fig. 2-5. 11. in: Zeit. f. W. Zool. Bd. XXIV, — 163 — in certe forme a testicoli grandi essi sono, infatti, poco numerosi (p. e. 7. longicollis). Il ricettacolo seminale è pure vario per svi- luppo nelle tenie dei pesci, ma conserva sempre la stessa disposizione orizzontale occupando la metà della proglottide sul margine della quale sboccano le aperture genitali. Il pene della 7. corypricephala è, come ho già detto, simile a quello di altre T. dei pesci, ma non in tutte esso sembra esser lo stesso per forma, nè così breve; più lungo dell'ordinario e ad estremità clavata mostrasi nella 7. ma- lapteruri: nella T. macrophalia il pene, invece, è assai lungo e fi- liforme (1). Abbiamo visto che nella 7. osculata, nella T. macrocotylea € nella descritta ora 7. coryphicephaia le aperture genitali sono irre- golarmente alternanti; ora ho da aggiungere che questa è una ca- ratteristica comune a tutte le tenie dei Pesci; le aperture geni- tali 3* £ sono marginali ed ora regolarmente (come sembra nella T. torulosa), ora—e più generalmente—irregolarmente alternanti e situate sempre nella metà della lunghezza del margine delle pro- glottidi: esse sboccano sempre in un antro genitale che può essere più o meno profondo ed individualizzato ed alle volte (7. sna/apteruri) presentare anche un distinto orlo cerciniforme. Habitat: la T. coryphicephata vive nell'intestino del S7wurus sp. 3. Taenia Diesingii n. sp. (Tav. VIII, fig. 21). Capo subgloboso anteriormente rotondato appena distinto dal collo. Le quattro ventose grandi, proeminenti c molto muscolari. Collo assai lungo: prime proglottidi brevissime appiattite, proglottidi mediane alquanto rigonfie all’ aspetto cerciniformi, posteriori rettan- golari, ultime subquadrate. Aperture genitali irregolarmente alter- nanti. L'apparato genitale, da quanto mi è riuscito vedere, si ass0- miglia a quello della 7. coryphicephala. Habitat: intestino del Sw%urus dargado. Con queste tre nuove specie le tenie dei pesci raggiungono il numero di venti, secondo le ricerche da me fatte per istituire dei con- fronti con la 7. coryphicephala, e sono le seguenti: 1 7. filicoltis Rudolphi, in: Widemans Arch. J. III, 1, pag. 114. 2 T. oceltata Rudolphi, in: Widemans Arch, J. HI, 1, pag. 112. (1) Diesina. in: Denk. k. Akad. Wien, Bd. 35, pag. 35, Taf. VI, fig. 15-20. — 1609 — T. longico?tis Rudolphi, in: Widemans Arch. J. HI, 1, pag. 113. T. ambigua Dujardin, Hist. Nat. Helm. pag. 533. T. osculataGoeze, Nat. d. Einge, w. pag. 415-416, Tab. 30, fig. 9-14. T. torulosa Batsch, Bandwiirm. pag. 181, fig. 105-108. T. leptosoma Leidy, in: Proc. Ac. Philad. 1888 pag. 169, (7. so- matotepta Montic.) » semplicissima Leidy, in: Pr. Ac. Phil. 1887, pag. 20, fig. 4,5,6. ambloplitis Leidy,in: Proc. Ac. Philad. 1887, pag. 20-21, fig. 7-8. inacrophalla Diesing, Syst. Helm. I, pag. 514. - Sagiltata Grimm, in: Nacht. Gesellsch. d. Wiss. Gòttingen, 1872, pag. 240-246. ”. maci'ocepha!a Creplin, Obs. de Entoz. pag. 69. . Salmonis-Umblae Zschokke, in: Arch. de Biologie, Vol. V, 1884. . hemispherica Malin, in: Sitz. Br. K. Akad. Wien Bd. 38, pag. 14. cyclops Linstow, in: Ar. Nat. J. 1867, pag. 15-16, Tab. I, fig. 26. maiapleruri Fritsch, in: Sitz. Ber. K. Akad. Berlin, 1886, VI, pag. 103-104, Taf. I, fig. 5-6. . dialata Linton, in: Ann. Rep. U. S. Fish. Comm. 1885, pag. 488-489, Plt. VI, fig. 15-16. T. Diesingii n. sp. v. pag. 168 e Tav. VIII, fig. 21 19 7. coryphicephala n. sp. v. pag. 161 e Tav. VIII, fig. 22-30 T. macrocotyiea n. sp. v. pag. 160 e Tav. VIII, fig. 20, 20 bis. 0% er fi pi amet | gi ala _ fi hd hd (ep) Ma DO du PE (r] -—j Ln! È molto probabile che la 7. Pollachii del Ratke (Diesing. Syst. Hel. pag. 558) sia la stessa cusa dell’ AbotRrium gadi Van Beneden © che la 7. Belones Miiller sia=al Bol. belones Dujardin: per tal Pagione non le enumero fra le specie di Zaenia dei Pesci. Specie dubbia è certamente la 7°. sa/monis-omul Pallas (Diesing loc. cit.) € chissà se non è forse identica alla 7. Salnonis-Umblae Zschokke. D'accordo col Diesing, che emise tal dubbio, io ritengo sinonimi delle T. longicoltis è T. torulosa le specie di Acharius (7. eperlani) e di Viborg (T. Z4i). Alla Tenia leptosoma di Leidy propongo imporre il nome di 7. somatolepta, perchè come T. leptosoma è stata già Indicata dal Diesing nel 1850 un’ altra tenia (7. leptosoma) di molti — Psiltacus del Brasile. Di tutte le specie di T. dei pesci enumerate sono solamente Poche ben note e caratterizzate e studiate anatomicamente, e non tutte completamente [10, cioè 1, 2, 3, 4, 5, 6, 11, 12, 13, 15, 16, (1)]. TT iron > (1) Il Braun. op. cit, pag. 107 ha recentemente ritrovata la 7. macro- cephala Creplin, ma non ci fornisce nuovi dati sulla sua struttura e nem- eno parla della ventosa anteriore descritta dal Linstow. (op. cit. pag. 183). LATO La Taenia coryphicephala per la sua interna organizzazione si assomiglia molto a tutte le altre studiate, ma se ne distingue facil- mente per molti punti. Egli è qui da notare che in generale tutte le Taenia dei Pesci sono conformate sullo stesso tipo e sono per la disposizione degli organi genitali molto simili al tipo dei BotWria- da (1) (Tetrabothria), come un esame comparativo facilmente dimo- stra. Wagener, del resto, parlando della 7. osculata osservava che « die Anorduung der geschlechtsorgane gleicht also ganz, der Te- trabothrien » (op. cit. pag. 38) e Linstow (2) ha rilevato che le tenie dei Pesci « bilden einen Ubergang zwischen der Tàinien der Warm- bliter und der Cestoden Familie, welche Diesing Paramecocotyleen nennt und weichen von den Siugethier-und Vogeltinien wesentlich ab ». Io non voglio entrare a discutere questa opinione, che, se si con- sidera dal punto di vista di una dipendenza filogenetica, è giustifi- cabile, giacchè, come molti fatti concorrono a dimostrarla, una de- rivazione filetica dalle forme Te/rabothria si riconosce nelle Taenia dei Pesci; ma se si guarda dall'altro punto, cioè che rappresentino come un termine di passaggio alle tenie dei vertebrati a sangue caldo, può essere molto discussa, tanto più che anche negli altri vertebrati a sangue freddo vivono delle Taenia che da quelle dei Pesci differi- scono. E certo, però, che le Taenia dei pesci formano un gruppo omogeneo distinto per tutto il loro insieme da quello delle Tenie degli uccelli e dalle Taenie dei mammiferi e rettili ed anfibii: e di- cendo pesci, io intendo parlare dei Teleostei, chè solo in questi si trovano tenie ed è da notare ancora che in questi sono numerica- mente ancora più scarse di tutte quelle degli uccelli e dei mammiferi: sono per altro più numerose che negli anfibii e rettili. Questo gruppo di Taenia potremmo, appunto, per 1’ uniformità di tipo di organizza- zione, che si allontana dalle vere Taenia (sensu lato) e si collega ai Tetrabothria, e per l'insieme della forma esterna considerarlo gene- ricamente distinto e costituire per esso un nuovo genere per il quale propongo il nome di Tefracotylus (3). (1) Divido i Cestodi veri con corpo nettamente segmentato in Bothriada è Cotylea, divisione che corrisponde in parte ai Paramecocotylea e Cyclocolylea: ai secondi appartengono le Taenia (sensu lato) costituenti la famiglia Tetra- cotylidae che va divisa in più sottofamiglie. (2) op. cit. pag. (3) Sarebbe questo il primo genere della forma Tetracolylea. Questo nuovo genere vale bene per smembrare il vecchio e comprensivo genere Taenia , cosa già tentata da molti e da più tempo e più recentemente con nuovi criterii dal Blanchard e dal Moniez. Esso costituirebbe la sottofamigli® Tetracolylinae. = FESGAS7 z ì ie A PES St Usi e — 11 — Ho cercato di comporre una chiave analitica per raggruppare tutte le forme di Telfracotylus finora conosciute, ma le ragioni in- nanzi dette me lo hanno impedito ; voglio solo far osservare che in questo genere, la cui organizzazione è così uniforme ed uguale, possono distinguersi tre tipi diversi di aspetto esterno determinati da caratteristiche dello scolice. Oltre le quattro ventose che variano | naturalmente per forma, dimensione, robustezza nelle singole specie, in alcune esiste una quinta ventosa alle volte bene sviluppata, ed evidente, alle altre meno, oppure uno infossamento anteriore la rap- presenta (7. Salmonis-Umblae): in altre questa quinta ventosa manca del tutto, e può, come nel caso della T. coryphicephata, osservarsi un cocuzzolo mediano omologo alla cupola centrale dei Tefrabothria; in altre infine sì trova una cupola centrale molto sviluppata, rostelli- forme, armata di numerosi aculei ottusi, o piccoli tubercoletti conici: ciò si osserva solo nella 7. malapteruri Fritsch. Nella 7. oscutata intorno alla ventosa anteriore impari si osserva come già ho detto ma « Kranz von sehr kleinen Haken, die leicht abfallen » (Wagener, Op. cit. pag. 32), ma la ventosa evidente nei giovani non è sempre vi- sibile negli adulti e gli uncini in tal caso costituiscono intorno 1’ ele- vazione di quella come una cupola rostelliforme. La presenza di una ventosa impari nel genere Ta/racolylus è ancora un argomento che Mostra l'affinità delle Taenia con i Tetrabothria. Come infatti nelle forme giovani di questi, essa si 0sserva nelle forme giovani dei 7e- tracotylus (v. Wagener), e come in molte forme adulte dei primi si Conserva più o meno sviluppata, (1) così anche in molti Te/racoty/us adulti persiste bene sviluppata e più o meno evidente (7. /ongicollis, T. Cyclops, T. ocellata, T. macrocepha!a), o sotto forma di un in- fossamento anteriore. Nelle Taenia degli altri Vertebrati si ritrova assai meno frequente allo stato adulto o larvale una ventosa anterio- Pe impari e di rado casi bene sviluppata, come p. e. nella 7. argen- lina Zschokke (2) della Rhea americana. Wagener osservava ( op. cit. pag. 32) a proposito della 7. oscuzata: « Der Stirnapf ist hier der Stellvertreter der Riissel» ed infatti è il rostello che sostituisce la ven- tosa anteriore che appare filogeneticamente dapprincipio sotto forma di cupola semplice nei Tefrabdothria ed anche nei Tetracolytus ed acquista in seguito dapprima gli uncini, poi si complica in struttura; le semplificazioni della struttura complicata del rostello che si osser- TTT zii (1) Vedi mio lavoro sullo Scoler polymorphus, in: Mitth. Zool. Stat. Neap. Bi. VIN, pag. 144-123. (2) Ein Beitrag. zur Kenntniss der Vogeltaenien, in: Centr. f- — Bakt. Parasitenk. II Jahr. 1888, I Bd. n° 4. — 179 vano nelle forme elevate di Taenia non sono da riguardarsi, che ri- ‘comparse di forme primitive per adattamenti speciali. Nei Te/raco- tylus si può seguire questa progressiva trasformazione, come la perdita totale della ventosa anteriore e la sostituzione di essa da parte di una cupola anteriore che acquista gli uncini, i quali si manifestano già quando esiste ancora la ventosa, come forieri della formazione definitiva rostellare prodottosi in seguito per trasforma- zione totale della ventosa anteriore (1) impari. Del valore morfolo- gico della ventosa anteriore e dei suoi derivati filogenetici tratterò a lungo nella Monografia dei Cestodi semplici alla quale attendo. Alla sottofamiglia dei Telracolylinae , secondo io penso , do- vrebbe pure ascriversi il genere Telracampos (citiotheca) Weld (1861) dell’ Zeferobranchus anguillaris che , a giudicare dalie fi- gure del Wedl (2), non appartiene ai Bo/lrieda, ma ai Colylea (Te- tracotylidae). i Al Tetracampos molto si avvicina il Tetracotylus ( Taenia ) malapleruri Fritsch. Napoli, Stazione Zoologica 15 Novembre 1891. Spiegazione della Tav. VIII Leilere comuni a tutte le figure ag — antro genitale dei — dotto eiaculatore «if — deferente 95 — glandole del guscio m — mesenchima mu — muscolatura ot — ooti 0v -- ovario ovd — ovidotto p — pene "se — ricettacolo seminale esterno, o maschile rsi — » » interno, 0 femminile sfo — sfintere ovarico t — testicoli (1) Vedi in proposito Grassi e RoveLLI.Sviluppo delcisticerco è del cisticercoide, in: Rend. Ac. Line. 1839, 1° sem. (2) Helminthenfauna Egypt. in: Sitz, Ber. k. Akad. Wien, Bd. 64, pag. 473-475, Taf. IIl, fig. 2-930. | — 173 — ut — utero v. — vagina vt — vitellogeni vtd — vitellodutti vidi — vitellodutto impari — Figura d'insieme della Taenia Bremserii Baird ingrandita (pag. 156). 2 — Capo della stessa maggiormente ingrandito (pag ibid.). riti :nî {a — serie interna | ‘hi 83 Uncini della corona rostellare I 2. Salso) (pag. ibid.) 4 — Proglottide posteriore vista al ergo p:r mostrare la di- sposizione dell’ utero (pag 5 — Ultime proglottidi ingrandite ii grandi sepali petaloidei, la corolla piccola, dialipetala, sempre chiusa, di 4 o 5 petali, 8 a 10 stami normalmente sviluppati, con antere ben provviste di polline. Di tratto in tratto poi, in mezzo @ questi fiori sterili, e propriamente nelle numerose biforcazioni del- l’inflorescenza, vi sono altri fiori più piccoli, completi, aperti, con calice di 4 o 5 piccolissimi sepali petaloidi a mo’ di denti, 4 0 5 petali a cucchiaio, grandi quanto quelli dei fiori sterili, 8 a 10 stami ed ovario infero con 8 stili. L' epidermide si va modificando su queste diverse parti, pre- sentando qualche carattere che non mi sembra del tutto inutile far rilevare. Ed incominciamo da quella dei peduncoli fiorali. 1. Peduncoli fiorali Le cellule dell’ epidermide, disposte sempre in uno strato solo; tanto nei peduncoli dei fiori sterili, quanto di quelli fertili, sono molto disuguali per forma e per grandezza, ma non perdono quasi mai la figura d'insieme poligonale e per lo più esagonale, (fig. 1) e mostransi allungate nella direzione dell'asse longitudinale del pe- duncolo. Esse sono alquanto prominenti dal piano dell’ epidermide (fig. 2) e la cuticola presenta numerose e sottili increspature lon- gitudinali, interrotte, diversamente rilevate. I quali caratteri sono già un accenno di quelli che presentano le cellule dell’ epidermide dei sepali e dei petali. In quanto .al contenuto, è da sapere che esse hanno un nucleo rotondo, molto appariscente, accompagnato da un gran numero di piccoli leuciti, e, quasi tutte, presentano inoltre cristallini ottae- — 193 — drici regolari di diversa grandezza. I cristallini, di cui se ne tro- vano qualche volta fino a 4 nella stessa cellula, si potrebbero divi- dere in 4 grandezze e di essi i più piccoli riescono appena visibili adoperando obb. F. oc. 8, Zeiss. Quando sono in più in una mede- sima cellula si presentano della stessa grandezza ; la qual cosa po- trebbe indurre a credere essersi formati contemporaneamente. Gli stomi sono rarissimi e della stessa forma che sull’ epider- mide delle foglie; ma bisogna lungamente ricercarli, per avere la probabilità d’incontrarne qualcuno. Se manca quasi assolutamente di stomi, l'epidermide dei pedun- coli fiorali è sparsa invece di peli unicellulari, semplici, eilindrico- conici, a sezione trasversale quasi cilindrica, la cui cuticola è tutta disseminata di sporgenze piccole, o anche piccolissime, alcune quasi coniche, altre piuttosto bernoccolute (fig. 3). Alla punta del pelo la cuticola forma un notevolissimo ispessimento stratificato, e a se- conda dello sviluppo e della disposizione di questo ispessimento, la forma della punta dei peli varia moltissimo (fig. 4). La base poi è più o meno circolare, o anche poligonale, ed intorno ad essa le cel- lule dell’ epidermide presentano una certa disposizione radiale (fig. 3, b). Il contenuto dei peli è abbondantemente sparso di granulazioni: Spesso vi si trova il nucleo e qualche cristallino. 2. Sepali petaloidei dei fiori sterili a) Epidermide della pagina superiore. — Le cellule sono irre- golari ed a contorno largamente sinuoso (fig. 5); le sinuosità del contorno però in alcune regioni si vanno gradatamente spianando fino a sparire del tutto, e le cellule diventano irregolarmente po- ligonali, per lo più con 5 o 6 lati, ed a contorno rettilineo; e propriamente ciò avviene in corrispondenza delle nervature. Ad ogni Modo, le cellule di quest’epidermide assomigliano pel solo contorno a quelle dell’ epidermide della pagina superiore delle foglie della Stessa pianta. Ma il fatto più notevole, quantunque piuttosto comune nei petali, si è che le cellule si sollevano sul piano dell'epidermide a mo’ di Papille coniche abbastanza regolari (fig. 6) con l’apice più o meno arrotondato. Essendo queste papille caratteristiche dei petali di Molti fiori, vedesi nel caso presente come la petalizzazione dei sepali aggiunga anche i particolari istologici che non entrano nei carat- teri anatomici fondamentali. La superficie delle papille è percorsa da rilievi cuticolari a mo” | Wincrespature sottili e radiali, le quali, non perfettamente pag — 194 — nee, vanno dalla base della papilla fin presso all’ apice, ma senza raggiungerlo (fig. 5, a). n quanto al contenuto di queste cellule epidermali , è presto detto che esse hanno un succo cellulare incoloro, un protoplasma parietale, un nucleo rotondo piuttosto grande e cristallini ottaedrici di diversa grandezza, come quelli dell’ epidermide del peduncolo. Gli stomi, come nel peduncolo stesso, sono rarissimi, ec bisogna fare lunghe esplorazioni per trovarne qualcuno; nè hanno partico- larità di sorta. b) Epidermide detla pagina inferiore.—È formata da cellule ir- regolarmente circolari, o del tutto irregolari, a contorno ondulato. Sulle nervature però esse si allungano nel senso in cui queste de- corrono e presentano la stessa forma di quelle che corrispondono alle nervature sulla pagina superiore, cioè poligonali ed a contorno rettilineo. Mancano le papille, e le cellule si sollevano pochissimo sul piano dell'epidermide (fig. 7), a differenza di quanto osservasi sulla pagina superiore. Inoltre le increspature cuticolari non sono raggiate, ma decorrono più o meno parallele al contorno delle cel- lule stesse (fig. 8) e sono interrotte, come quelle dell’ epidermide del peduncolo. Il contenuto di queste cellule è anch’esso incoloro. Il protopla- sma parietale è piuttosto spesso ; il nucleo è grande e rotondo, con numerosi cariosomi e qualche volta con nucleolo. Vi sono inoltre numerosi plastidi, insieme a qualche cristallino ottaedrico. i stomi, che, a differenza dell’ epidermide superiore, non sono rari, presentano qualche carattere degno di nota. La loro forma è abbastanza variabile (fig. 9), e talvolta delle due cellule peristoma- tiche una, invece di essere, come per solito, reniforme, è triloba, col lobo medio rivolto all’esterno (fig. 9, d) e con increspature cuti- colari come quelle delle cellule epidermali circostanti; vuol dire cioè che presenta forma e struttura non dissimili da quelle di una comune cellula epidermica; e perciò l'apparato esterno, tanto carat- . teristico, delle cellule marginali dello stoma può dirsi costituito per metà. Facciamo notare altresì che le increspature cuticolari delle cellule che circondano gli stomi sono quasi sempre perpendicolari al margine di questi, in modo che lo stoma si presenta, mi si passi il paragone, come un bottone nel centro di una bugna increspata di una tapezzeria. Le cellule peristomatiche contengono sempre cloroleuciti, una quindicina in media per ogni stoma. Essi sono rotondi, accumulati verso gli estremi, dove sì trovano i più grandi, e mancano quasi del tutto verso il mezzo delle cellule. Insieme però ai cloroleuciti si tro egg eci dii EMIR RAR SR = dee e BO vano anche dei cromoleuciti, o qualche leucito incolore, ma sempre più piccoli dei cloroleuciti. Di tratto in tratto l'epidermide è provvista di qualche raro pelo della stessa forma di quelli del peduncolo, ma meno bernoccoluti, ed intorno al suo punto d’inserzione le cellule epidermali si dispongono radialmente (fig. 10). 3. Petali dei fiori sterili a) Epidermide della pagina superiore.— Le cellule sono irrego- lari, Jargamente ondulate o lobate; però in corrispondenza delle ner- vature, come avviene pei sepali, si allungano, diventano irregolar- mente quadrangolari, ma conservano il contorno ondulato (fig. 11). Le increspature della cuticola sono interrotte e longitudinali. Gli stomi sono rarissimi, come per la pagina superiore dei sepali. Come scorgesi, il fatto più notevole si è che mancano le papille epidermali. E perciò potrebbesi dire che come si è arrestato lo sviluppo di questi veri petali (bisogna ricordare che sono piccolis- simi e che la corolla resta sempre chiusa), così mancano anche i ca- ratteri delle appendici epidermali. b) Epidermide della pagina inferiore.— Questa invece conserva in maggior numero i caratteri dei petali. Le sue cellule sono della solita forma irregolare, a contorno sinuoso, con increspature cuti- colari interrotte e più o meno parallele al contorno; e, come di con- sueto, in corrispondenza delle nervature, sono TR ed a con- torno quasi rettilineo. Gli stomì sono piuttosto numerosi, sparsi senza orde. e tal- volta così vicini da toccarsi per i margini. La loro forma è abba- Stanza variabile, ellissoidale, allungata o quasi rotonda (fig. 12); le loro cellule peristomatiche, col solito contenuto, sono in parte per- corse dalle increspature della cuticola delle cellule circostanti. E finalmente, come nella pagina inferiore dei sepali petaloidi, | trovasi qualche raro pelo, contenente talvolta ignara ottaedrici molto piccoli. 4. Sepali dei fiori fertili In questi sepali piccolissimi l'epidermide della pagina superiore I Non presenta caratteri diversi da quella dei petali dei fiori sterili. ,e cellule dell'epidermide della pagina inferiore sono anch'esse ir- regolarmente poligonali, con pochi stomi, di cui alcuni pietra 0 circolari (ig. 13) e qualche raro pelo della solita forma. — 196 — 5. Petali dei fiorl fertili a) Epidermide della pagina superiore.— Rassomiglia a quella dei sepali petaloidi dei fiori sterili, ma le papille sono molto più de- presse e talvolta appena apprezzabili. Mancano gli stomi ed i peli. b) Epîdermide della pagina înferiore.—Le cellule sono piuttosto allungate, a contorno largamente ondulato. La cuticola è del tutto increspata, a linee ondulate, irregolarmente sinuose, disposte nel senso della lunghezza delle cellule e spesso interrotte. In corrispon- denza delle nervature le cellule sono ancora più allungate e la cu- ticola è meno increspata. Gli stomi, non numerosi, sono piuttosto allungati. — Mancano ì peli. 6. Stami a) Antere. — L’ epidermide o esotecio delle antere è fatta da cellule irregolari, a contorno largamente ondulato, con pliche cuti- colari come nell’ epidermide inferiore dei petali, ma più leggiere; esse cellule sono inoltre leggermente sollevate sulla superficie del- l'organo, ma senza raggiungere le dimensioni di papille, e poggiano come sopra ad un colonnato (fig. 14) fatto dalle bande d’ispessimento delle cellule del mesotecio sottostante, le così dette, e molto ma- lamente, cellule fibrose; gli estremi delle quali bande d’ispessi- mento hanno quasi la forma di capitelli (fig. 15). In queste cellule epidermali dell’antera, oltre al protoplasma parietale ed al nucleo, vi sono molti cromoleuciti blu di varia gran- dezza, alcuni dei quali estremamente piccoli. Gli stomi sono molto rari e della solita forma. b) Filamenti. — Le cellule epidermali sui filamenti staminali sono quasi rettangolari, a contorno sinuoso, con leggiere pliche cu- ticolari alquanto ondulate e longitudinali. Esse inoltre sono alquanto sollevate sul livello dell’ epidermide. Non he trovato stomi, nè peli. 7. Carpelli Stilîi. — Essendo l’ovario infero, i soli stili hanno superficie li- bera. L’epidermide stilare (fig. 16) è quasi identica a quella dei fi- lamenti staminali, imperocchè le cellule sono quasi rettangolari, ma le sinuosità del contorno sono molto più piccole che in quelle. RETRO e AI DE I IA — 197 — Parimenti le increspature della cuticola sono strettamente ondulate e longitudinali. Non ho trovato stomi, nè peli. Napoli, Decembre 1891. Spiegazione della Tav. IX. 1 — Epidermide del peduncolo vista di prospetto. 2 — La stessa in sezione longitudinale. 3 — a, b, forme più comuni di peli del peduncolo. 4 — a, b, c, d, diverse forme che presenta la punta dei peli. 5 — Cellule a papilla dell'epidermide superiore dei sepali petaloidi nei fiori sterili. 6 — Le stesse viste di profilo. 7 — Kpidermide inferiore dei sepali petolo:di dei fiori sterili. 8 — La stessa vista di prospetto. 9 — Stomi della stessa epidermide. 10 — Inserzione di un pelo sull’epidermide inferiore dei sepali petalodi. 11 — Epidermide superiore dei petali dei f. sterili. 12 — Stomi dell’ epidermide inferiore dei petali nei f. sterili. . 13 — Stoma dell’ epidermide inferiore dei sepali nei f. fertili. 14 — Epidermide delle antere con le cellule del mesotecio. 15 — Estremità delle bande d’ ispessimento delle cellule del mesotecio. 16 — Epidermide degli stili. nica i si KECOGHISSL : Vee BALE DELLE TORNATE dal 14 Decembre 1890 al 31 Decembre 18491 Tornata del 14 Descembre 1890 Presiienza del Si;. F. RAFFAELE Segretario: Fr. Sav. MoNTICELLI Socii presenti: Russo A., Viglino T., Cabella A. G., Raffaele F., Mi- lone U., Monticelli Fr. Sav. La seduta è aperta alle ore 1,30 p. m. Il Segretario legge due lavori del socio Vanni G. 1) “ Sulla de- terminazione delia costante di una bussola delle tungenti ,, 2) Sulla misura voltametrica delle correnti elettriche ,, 0 ne chiede, a nome dell'Autore, la pubblicazione. La seduta è levata-alle ore 2,30 p. m. — 200 — Assemblea generale del 21 Decembre 1890 Presidenza del Sig. F. RavraELE Segretario: Fr. Sav. MoxTICELLI Socii presenti: Forte O., Vetere V., La Guardia P., Damascelli D., Tagliani G., Denozza M., Germano E., Franco P., Capobianco F., Galdieri A. M., Jatta M., Milone U., Persio G., Cutolo A., Bassani F., Venditti F., Russo A., Cannone G., De Rosa F., Savastano L., Cabella A. G., Mazzarelli G., Viglino T., Raffaele F., Lo Bianco S., Amato C., Geremicca M., Monticelli Fr. Sav. LI La seduta è aperta alle ore 1,30 p. m. Si approva il processo verbale della tornata ordinaria del 14 de- cembre 1891. Constatato il numere legale dei Socii, il Presidente nomina a seru- tatori per la elezione delle cariche i Socii: Jatta M, presidente, Ca- pobianco F. e Russo A. serutatori. Procedutosi alla votazione ristl- tano eletti: A Presidente: Agostino Oglialoro A Consiglieri: Sergio Pansini Luigi Savastano Edoardo Germano Si passa quindi alla votazione per i revisori dei conti 1889: ri- sultano eletti: Lo Bianco Salvatore e Forte Oreste. La seduta è levata alle ore 4 p. m. Assemblea generale del 25 Gennaio 1891 Presidenza del Sig. AG. OGLIALORO Segretario: Fr. Sav. MONTICELLI Socii presenti: La Gucrdia P., Lo Bianco S., Forte O., Cabella A. G., Amato C., Oglialoro A., Jatta G., Geremicca M., Jatta M., Bassani F., Milone U., Russo A., Cutolo A., Viglino T., Ta- gliani G., Cano G., Mazzarelli G., Raffaele F., Monticelli Fr. Sav. La seduta è aperta alle ore 1,25 Si approva il processo verbale Asse generale del 21 de- cembre 1890. Il Segretario dà lettura della relazione annuale sul- aNiniii - - 7, RS il > > yy» tnt MELI “ VENI IM \ LIGb) i n A VA) i fa pure remo RE iaia w Ra 7 S SS ei Ci > = =_= ia o Dr La Ni Cale qa a pe STO, Va SIMS] tar )-< A PX A I N y, | ; 4 \ 4 NABANANANAAA CELLE Lat fig.6 GE Ci È DA ILGO REGOLAMENTO È Contribuzioni dei Socii St Art La gup annua pei. socii ordinarii residenti è di lire 24, pagabili mensilm Art È La-c sinti dei socii ordinarii non residenti è di 3 lire 12 pagabili in una sola volta. i Art. 3. La contribuzione dei socii aderenti è di lire 6 annue. Tornate Art. Le tornate ordinarie si terranno due volte al mese con : il alal di quindici giorni, salvo nei mesi di vacanza, i quali verranno SECO dall'Assemblea Ar a parte scientifica delle tornate ordinarie consta: È a) di toiio i di lavori originali; 1 sg 5) di comunicazioni verbali; . 1 e. I primi vengono HEnSalt nel bolle ; le altre semplicemente ud indicate nei processi verba i Art. 6. I socii che leg a lavori originali devono dichiarare l intendono pubblicarli nel “poBetinb. affinchè il Segretario possa i dicarlo nel processo ene della tornata, e in tal caso io rgagnaro il manoscritto al segretar socii poi che fanno delle semplici comunicazioni verbali, devono dichiarare se intendono che vengano inserite nei processi verbali; nel 7 side Segretario, sia altro socio ordinario residente di dar lettura del > Bollettino Art. 13. La Società imprende la bici di un bollettino | contenente i processi verbali delle tornate e lavori originali dei socii ordinarii, di Art. 14. I layori da pubblicarsi nel bollettino danno leggersi do: nelle tornate; su di essi potrà essere fatta discussione. I lavori pubblicati da un tempo maggiore | ce mesi in un altro periodico non si potranno pubblicare nel bollett Art. 15. I lavori DI versare su argomenti di ‘scienze natu- rali e loro applicazion > Art. 16. Il Consiglio direttivo cura la pubblicazione dell bol- lettino. i = 19. Gli autori avranno gratuitamente gli estratti dei loro x Ti numero di essi sarà stabilito ogni anno. con Consiglio “direi | Art. 20. È permesso agli autori chiedere u ro mag | estratti a proprie spese, previo avviso suoi ; loan siano la sa sento rme allrigioae scritto DALLO STATUTO Art. IV. La Società è costituita di socii ordinarii ed aderenti, I socii ordinarii sono residenti e non residenti. Art. V. Possono essere socii ordinarii tutti i cultori delle scienze naturali. Possono essere socii aderenti coloro che vogliono seguire i la- . vori della Sigg Art . L'ammissione dei socii è pr an domanda presen- tata da un socio ordinario al Consiglio dire Nel caso dei socii ordinarii, il Con siglio Lauù presenta le ioidiasizai all’ Assemblea, la see delibera sulla ammissione; nel caso dei socii aderenti, li nomin sw VII. I socii ordinarii BUT hanno cura dell’amministra- zione e dell'andamento scientifico della Società, ed eleggono il Con- RE Lugo ivo. II. I socii ordinarii non residenti, sempre che si trovano ei soli, godono di tutti i dritti dei socii residenti, meno quello della dlegibilà. Art. IX. 1 a ordinarii solamente hanno dritto a pubblicare e tener conferenz A ‘P socii non residenti che stabiliscono la loro dimora in Napoli, se vogliono continuare a far parte della Società, debbono en- trare nella categoria dei residenti. Art. XI, Tutti i socii indisti ntamente hanno dritto ad interve- nire alle tornate scientifiche ed.a ricevere le pubblicazioni della So- cietà. . I socii di tutte le categorie pagano una contribuzione annua, la nale 1 per i residenti è doppia di del dei non residenti, e per pai > doppia di quella degli aderenti questo anno la Società dà agli Autori 50 copie di estratti. Gli ar i Per quali ne vogliono un maggiore numero pagheranno le copie in più secondo ila guente tariffa. Esemplari 25 DO 6 100 ‘4 foglio (4 pagine) . . |L.175|L.225|L. 250|L.4— /a foglio (8 pagine) . . | ,225| ,350| ,4—-| ,5 50. sa foglio (12 pagine). . n3 50| 5 —| 670. ,590- 1 foglio (16 pagine) a n 400 n 9 50| ,8- 014 N B.—Per i sopra segnali prezzi va inclusa la legatura e coverlina senza stampa. Le annate arretrate del Bollettino sono vendibili ai seguenti prezzi Vol. I. fasc. 1.° ( esaurito d» » i, ws d L. 6 » HH. a f° a? (18880) . n IR via end, , » 12 . ra 4406900 __ » nile’ (0018) (iii